Diverse sfumature di Pir (e come evitare la prossima trappola)

scritto da il 21 Aprile 2017

Pubblichiamo un post di Raffaele Zenti, cofondatore di AdviseOnly, società Fintech e primo roboadvisor italiano; è responsabile del Financial & Data Analysis Group

Parliamo di Piani Individuali di Risparmio, i contenitori fiscali (fondi comuni, gestioni patrimoniali, polizze vita, dossier) che, purché vengano rispettate alcune condizioni, concedono l’esenzione totale da imposte sui redditi dell’investimento e da tasse di successione. In breve, le condizioni riguardano:

– la durata dell’investimento – almeno 5 anni;

– l’ammontare – 30mila euro l’anno, per un massimo di 150mila euro in 5 anni;

– la sua natura – in prevalenza azioni e obbligazioni italiane di PMI.

Il nobile scopo dei PIR è infatti traghettare il risparmio verso le imprese. In cambio, niente tasse per chi investe.

I PIR sono una bella novità anche per l’industria finanziaria, che ha fiutato una ghiotta opportunità d’incamerare commissioni, linfa vitale in epoca di tassi d’interesse minimal. I primi dati sulla raccolta (oltre un miliardo di euro in poche settimane) rivelano un alto gradimento. Ma, dal punto di vista del risparmiatore, ci sono luci e ombre di cui essere consapevoli per evitare investimenti incauti. Anche perché l’industria del risparmio non è estranea alla creazione di prodotti rapaci.

Effetto PIR

Effetto PIR

LUCI
Il beneficio fiscale è corposo. Naturalmente, se c’è un guadagno. Cioè se il combinato disposto di dividendi, cedole e plusvalenze è positivo. Maggiore è la performance, maggiore sarà il beneficio fiscale. Ipotizziamo di confrontare due fondi comuni con la medesima performance al lordo delle tasse, uno PIR, l’altro no: con un rendimento lordo annuo del 5%, la performance netta del PIR è del 3,4%, contro il 2,5% del non-PIR. Se il rendimento lordo sale al 10%, le performance nette diventano rispettivamente 8,4% e 6,1%: un divario importante.

Benché suoni paternalistico, è positivo che i PIR inducano i risparmiatori a tenere duro con l’investimento per almeno 5 anni, evitando la tentazione di anticipare il mercato, sbagliando: l’errore di market timing costa in media lo 0,35% all’anno.

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Di eccellente ci sono anche le performance da inizio anno dei titoli dell’universo PIR: l’indice Ftse Italia Star (rappresentativo dell’universo PIR azionario) ha reso il 23,3%, ben più del 4,5% dell’indice europeo EuroStoxx 50. È una sorta di profezia che s’autoavvera: l’elevata domanda di PIR da parte dei risparmiatori si scontra con un’offerta di titoli limitata; di conseguenza i prezzi salgono.

OMBRE
Passiamo al lato oscuro. Innegabile che l’assenza di tasse e le ottime performance, condite con l’idea di aiutare l’economia italiana costituiscano un cocktail seducente: insieme, “libido fiscale”, “libido speculandi” e patriottismo sono irresistibili. Ma è bene che le decisioni d’investimento siano razionali, non ormonali. L’investimento in PIR va perciò effettuato con un dosaggio allineato al proprio profilo di rischio e orizzonte temporale (che, ça va sans dire, deve essere superiore ai 5 anni), in armonia con il resto del portafoglio.

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Quindi, occhio ai rischi. E i PIR sono un concentrato di rischio Italia. Per farvi un’idea del rischio Paese, considerate che dal 2000 al 2016 il rendimento reale medio annuo delle azioni italiane è stato pari al -2,0%, contro l’1,9% di un paniere diversificato di azioni mondiali; dal 1900 al 2016 il rendimento medio annuo è stato del 2,0% per le azioni italiane e del 5,1% per le “azioni mondo”. Il sospetto è che la differenza di performance tra Italia e mondo non sia frutto del caso. Sicché, per chi ha un reddito da lavoro legato alle sorti dell’Italia, aggiungere dosi massicce di rischio Italia può non essere saggio.

Poi ci sono i costi: la convenienza dei PIR diminuisce al crescere dei costi associati all’investimento. Pertanto, di fronte a commissioni di gestione e di sottoscrizione punitive, è bene fare attente valutazioni.

Twitter @RockZen