Made in Italy in svendita: bufala o realtà?

scritto da il 24 Febbraio 2016

La svendita del Made in Italy: argomento che va per la maggiore sui giornali e, in toni fra la catastrofe ed il complotto, su molti blog di pseudo-informazione economica.

Ma quanto c’è di vero?

Per capirlo seguitemi mentre analizzerò per voi i dati sugli investimenti diretti esteri (IDE) forniti dalla Banca d’Italia e dall’OCSE. Ma intanto capiamo cosa sono gli IDE (in inglese conosciuti con l’acronimo FDI, Foreign Direct Investments).

Secondo il sesto manuale FMI (BPM6) sulla Bilancia dei Pagamenti “sono considerati investimenti diretti tutti i rapporti di partecipazione in cui la quota detenuta dall’investitore nel capitale sociale dell’impresa partecipata è superiore o uguale al 10%. Se questa condizione si realizza, tutti i rapporti creditori o debitori tra il soggetto partecipato e il soggetto partecipante si inquadrano in un rapporto di investimento diretto”. L’analisi degli IDE è quindi fondamentale per capire se c’è davvero una “svendita” delle aziende italiana e per separare investimenti speculativi o di portafoglio, da quelli invece strategici di controllo

Gli IDE possono essere in entrata, cioè residenti/imprese straniere che investono in Italia, o in uscita, cioè residenti/imprese italiane che investono all’estero. I primi, nella bilancia dei pagamenti, saranno registrati come flusso finanziario in entrata, perché chi investe porta denaro dentro il paese, mentre nella posizione netta sull’estero il loro saldo progressivo sarà registrato fra le passività, perché rappresentano investimenti non di proprietà di residenti ma, appunto, di stranieri. Ovviamente per i secondi sarà l’esatto contrario: sono flussi finanziari in uscita, cioè capitali che vengono portati all’estero, e attività nella posizione netta sull’estero.

Esaurita questa breve premessa teorica, sicuramente noiosa ma necessaria per capire la logica, passiamo ai dati e vediamo se davvero c’è stata questa “svendita” ma anche, soprattutto, se noi stiamo “svendendo” più di quello che “compriamo”. Partiamo quindi dai flussi di investimenti in entrata o in uscita dall’Italia destinati a “comprare aziende” e ci imbattiamo nella prima sorpresa.

IDE1

Come potete vedere, tranne che nel 2003, noi italiani abbiamo investito all’estero nell’acquisizione di imprese di più di quanto gli stranieri abbiano fatto da noi. Le due crisi del 2008 e del 2011 non hanno affatto favorito la “svendita” del Made in Italy, ma hanno anzi frenato entrambi i flussi: quello proveniente dall’estero nel 2008 è persino andato in negativo, cioè gli stranieri hanno disinvestito dalle imprese italiane ed hanno riportato i soldi a casa, mentre nel 2012 è stato pari a zero, cioè nuovi investimenti e disinvestimenti sono andati alla pari.

IDE3

Se si guarda il saldo complessivo degli IDE, sia attivi, cioè italiani all’estero, che passivi, cioè stranieri in Italia, appare evidente come gli stranieri abbiano rallentato gli investimenti in Italia molto di più di quanto gli Italiani non abbiano fatto verso l’estero. Questo grafico infatti mostra una situazione da paese avanzato che si indebita sul mercato dei capitali (il debito estero italiano è infatti cresciuto negli anni che prendiamo in considerazione) per investire in asset esteri. Il problema si presenta eventualmente, come SEMPRE negli investimenti, se il costo del debito è inferiore ai redditi prodotti dagli asset che si comprano con esso. Ma questo è determinato dalla “bravura” degli investitori nel compiere le scelte giuste e far fruttare i soldi, non da oscuri complotti contro la Patria ferita.

Riassumendo:

1) La crisi ci ha costretto a svendere le nostre aziende agli stranieri:

FALSO
Le due crisi del 2008 e del 2011 hanno rallentato gli IDE sia in entrata che in uscita, ma molto di più quelli in entrata. Siamo noi che stiamo comunque continuando a comprare/investire in aziende estere.

2) l’Euro ha facilitato la svendita delle nostre aziende:

FALSO
L’Euro ha sicuramente facilitato gli investimenti in altri paesi dell’Eurozona, anche se il fenomeno è mondiale (lo vedremo nel prossimo articolo). Ma niente vietava agli investitori italiani di mettere le risorse finanziarie che hanno invece usato all’Estero su aziende italiane, invece andate vendute a investitori stranieri. Sono state scelte, i soldi evidentemente c’erano.

Per ora mi fermo qui. Nel prossimo post confronterò gli IDE italiani con quelli di altri paesi: dove investiamo noi e da dove invece arrivano i maggiori investimenti. E incontreremo, probabilmente, nuove sorprese.

Twitter @AleGuerani