Dieci anni dopo la grande recessione, il “libero scambio” è un po’ meno libero

scritto da il 20 Ottobre 2018

Sono passati dieci anni dal famoso crollo di Lehman Brothers e dal successivo panico finanziario che si scatenò sui mercati di tutto il mondo. Proprio per questo motivo, nelle ultime settimane molti “addetti ai lavori” hanno cercato di ripercorrere quanto avvenuto a seguito della grande recessione del 2008-2009. Dall’Economist a McKinsey, da Bloomberg all’OCSE, tutti sembrano concordare con il fatto che il sistema bancario globale odierno sia più sicuro e meno interconnesso rispetto a quello della metà degli anni 2000. Al tempo stesso, però, molte debolezze continuano a persistere all’interno del sistema ed in tanti iniziano a chiedersi quali potranno essere le cause di una nuova futura crisi.

Oggi tanti analisti raccontano di un’economia mondiale che, dopo una lunga convalescenza, ha finalmente preso vigore e dovrebbe raggiungere una crescita economica del 3,7% sia nel 2018 che nel 2019. Nonostante questo buon andamento, le attuali tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina ed la normalizzazione delle politiche monetarie della Fed e della Bce potrebbero portare ad un più rapido rallentamento della crescita del Pil mondiale e ad una crescita meno bilanciata a livello globale.

Tra i tanti aspetti macro-economici analizzati per comprendere la lenta ripresa dell’economia mondiale post crisi, due fattori vengono raramente citati: la bassa crescita degli scambi commerciali internazionali e il costante aumento delle barriere non tariffarie al commercio. Considerata la stretta relazione che, unanimemente, la letteratura economica trova tra liberalizzazione del commercio internazionale e crescita reale del Pil, è facile ipotizzare che il forte aumento delle barriere non tariffarie sia invece un importante fattore da tenere in considerazione quando si cerca di capire lo stato di salute generale dell’economia globale.

Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, nel corso del periodo 2009-2018 la crescita reale annua del Pil globale è stata, in media, del 3,4%. Stiamo parlando di una crescita tutto sommato invidiabile se si considera l’attuale andamento di molte economie avanzate o la recente volatilità di diverse economie emergenti, ma comunque relativamente debole se comparata a quella del periodo 1999-2008, decennio in cui il Pil mondiale è aumentato, in media, del 4,3% l’anno.

Come riporta un report pubblicato da EPICENTER, un network di nove tra i più influenti think-tank europei, la crescita del Pil mondiale dell’ultimo decennio ha coinciso con un incremento insolitamente debole del commercio globale. Tra il 2008 ed il 2017, infatti, la crescita annuale dei volumi di esportazione a livello mondiale è diminuita di oltre la metà rispetto a quella degli ultimi quattro decenni. Inoltre, i dati più recenti della Banca mondiale mostrano come la somma delle esportazioni e delle importazioni di beni e servizi, misurata come quota del Pil globale, sia calata di oltre 4 punti percentuali tra il picco massimo raggiunto nel 2008 ed il 2016: da 60,8% del Pil mondale a 56,4%.

Grafico 1: Crescita annuale dei volumi di esportazione a livello mondiale dal 1980 al 2017 – Fonti Banca mondiale e CPB World Trade Monitor

epicenter

A questo proposito, è importante ricordare, come evidenzia il Global Trade Alert, un progetto promosso dal prestigioso Center for Economic Policy Research, che da inizio 2009 ad inizio 2018, nel mondo, sono state implementate circa 12 mila politiche commerciali protezioniste, dannose per l’economia globale.

Queste statistiche, che vengono confermate da un studio appena pubblicato da economisti delle università di Nottingham e di Beihang (uno degli istituti più prestigiosi della Cina), mettono in evidenza la rapida crescita delle barriere non tariffarie al commercio. Di tutti gli ostacoli commerciali implementati negli ultimi dieci anni, circa l’85% sono da considerarsi misure non tariffarie (diverse dai dazi).

Ma cosa sono queste barriere non tariffarie? Nel 2012, la Conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo (UNCTAD) ha raggruppato gli ostacoli non tariffari al commercio in 16 tipologie di misure diverse. Queste misure spaziano dalle barriere che favoriscono le imprese domestiche, alle misure riguardati le norme di origine di un particolare prodotto. Qui di seguito potete trovare una tabella più dettagliata, che riassume brevemente tutti questi tipi di ostacoli commerciali.

Tabella 2: 16 tipi di barriere non-tariffarie secondo la classificazione della Conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo – Fonte UNCTAD (2012)

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Per uscire dalle definizioni e fare un esempio concreto, pensate al recente accordo commerciale tra Stati Uniti, Messico e Canada per modernizzare il Nafta. Tra i cambiamenti più importanti rispetto al precedente trattato, che entrò in vigore nel 1994, questo accordo modifica, in modo molto più stringente, le regole di origine del settore automobilistico.

Ad esempio, il nuovo Nafta 2.0 (che prenderà il nome di USMCA) prevede che:
1) il 75% (in forte aumento rispetto al 62,5% del passato) del contenuto totale di un veicolo debba essere necessariamente prodotto in nord-America;
2) il 70% di tutto l’acciaio, alluminio e vetro utilizzato nella produzione di un automobile provenga dal nord-America;
3) le parti di un veicolo verranno suddivise in tre categorie con requisiti di produzione in nord-America pari rispettivamente ad almeno il 75%, 65% e 60%;
4) il 40% di un automobile e il 45% di un camion leggero dovranno essere prodotti utilizzando una manodopera che percepisca in media $16 dollari l’ora (circa 14 euro l’ora).

L’aumento di questo tipo di protezioni tende a distorcere notevolmente il “libero scambio” e a renderlo a tutti gli effetti meno libero. Secondo uno studio pubblicato nel 2014 da Michael Bratt, attuale consulente presso le Nazioni Unite, gli ostacoli non tariffari tendono ad accrescere il costo degli scambi commerciali internazionali di circa il 15%. Se si tiene in considerazione che dal 1987 al 2012 la tariffa media applicata nel mondo è calata dall’11% a poco più del 3%, si può capire quanto questi 16 tipi di barriere incidano sulla distorsione e sui costi del “libero scambio”.

Come ci ricorda l’OCSE, le politiche protezioniste (tariffarie e non tariffarie) tendono a rendere le aziende domestiche meno competitive sui mercati internazionali; portano, in media, ad una riduzione del Pil di circa 66 centesimi per ogni dollaro di merci ulteriormente protetto; hanno un impatto negativo sul reddito mondiale di circa 73 centesimi di dollaro per ogni dollaro di maggiori entrate tariffarie; riducono sostanzialmente la crescita media dei salari reali sia nei paesi avanzati che nei paesi in via di sviluppo. Il costo di queste distorsioni è dunque molto elevato.

Al contrario, come dimostra l’ampia letteratura economica, le nazioni che si aprono al commercio riducendo sia i dazi sia le varie barriere non-tariffarie, mostrano una maggiore crescita economica nel medio-lungo periodo. Un esempio concreto è dato dalla creazione del mercato unico europeo, che sta riducendo i numerosi ostacoli al commercio tra i membri UE, portando molti benefici, alcuni dei quali devono ancora materializzarsi (si pensi, a questo proposito, gli attuali sforzi, per realizzare un mercato unico dei servizi).

Tra i molti studi che analizzano l’effetto della riduzione degli ostacoli al commercio sulla crescita economica, uno particolarmente famoso è quello pubblicato da Wacziarg e Welch nel 2008. Questo paper, che analizza le politiche commerciali di 118 paesi e utilizza dati anche sulle barriere non tariffarie, dimostra come, in media, le nazioni che decidono di adottare un regime commerciale meno protezionista tendono a crescere dell’1,5% annuo in più rispetto al periodo precedente la liberalizzazione.

Grafico 3: Crescita annuale pre- e post- liberalizzazione politiche commerciali – Fonte Wacziarg e Welch (2008)

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I dati che abbiamo in possesso mostrano quindi chiaramente l’aspetto protezionista delle barriere non-tariffarie al commercio, il loro impatto negativo sulla crescita economica e l’effetto positivo di un’ulteriore liberalizzazione. Inoltre, è altrettanto evidente, come riporta un lungo report pubblicato pochi giorni fa dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale e dall’Organizzazione mondiale del commercio che un scambio commerciale più libero non solo risulti essere anche più equo ma permetta anzitutto agli strati sociali più poveri e ai paesi meno ricchi di ottenere enormi vantaggi.

Di conseguenza, se si vuole continuare a far progredire rapidamente l’economia mondiale come avvenuto in questi ultimi decenni e cercare di avvicinarsi ulteriormente agli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dalle Nazioni Unite per il 2030, la drastica riduzione delle barriere non tariffarie è di fondamentale importanza. Dieci anni dopo la grande recessione, lo sviluppo economico passa anche e soprattutto da una nuova stagione di liberalizzazione del commercio internazionale. Parafrasando il famoso discorso di Berlino Ovest di Ronald Reagan del 12 giugno 1987, è arrivato il momento di abbattere questi costosi e spesso economicamente inefficienti muri commerciali.

Twitter @cac_giovanni