La UE può diventare la propria nemesi. In una “catena di affetti che non possiamo spezzare”

scritto da il 16 Settembre 2015

Una delle prime cose che si imparano nei corsi di politica economica è che davanti a n obiettivi si deve disporre di almeno n strumenti. L’esempio classico è dato dagli obiettivi di crescita economica e stabilità dei prezzi, da perseguire separatamente attraverso le politiche fiscale e monetaria: la sola politica monetaria dovrebbe “allentarsi” per stimolare l’economia, creando però tensioni sui prezzi, ed allo stesso tempo “restringersi” a fini di stabilità monetaria, frenando però l’economia. Da qui segue un’ampia letteratura sul coordinamento di politiche monetarie e fiscali.

Per molti versi anche l’Unione Europea può essere vista come un unico strumento – Parlamento, BCE, ESM ed altri enti ne sono organi, non strumenti distinti – di fronte ad una pluralità di obiettivi come: pace in Europa, peso geopolitico dell’area (ed all’interno dell’area), mercato privilegiato, reputazione monetaria, reputazione debitoria/fiscale, spinta a rinnovamenti strutturali e mutuo supporto in situazioni di difficoltà (la lista non è necessariamente esaustiva e i partecipanti possono condividerla in tutto o in parte). Nel caso, abbiamo troppi obiettivi per un unico strumento.

Certamente alcuni obiettivi sono compatibili. Coordinamento politico e mercato unico si possono rafforzare o giustificare a vicenda. E condividere un’area privilegiata di scambio è un ottimo deterrente alle pulsioni belliche oltre che un asset in ambito geopolitico. Reputazione monetaria e debitoria possono sostenersi l’una con l’altra, inoltre la seconda discende dalle riforme strutturali intraprese, il cui costo politico può venir ammortizzato dagli altri vantaggi dell’Unione comprese le possibilità di mutuo supporto; queste ultime supportano anche la coesione a fini geopolitici. Abbiamo evidenza storica di questo.

Sembra un po’ “tutta una catena di affetti che né io né lei possiamo spezzare” (il prof. Sassaroli in “Amici Miei”), vero? Ma non è così. Il mutuo supporto (leggi: salvataggi), attraverso l’inflazionamento della moneta e forme di azzardo morale, può anche minare la reputazione debitoria e da qui quella monetaria; d’altra parte la perdita sic et simpliciter della scappatoia monetaria rende i grandi debitori più deboli, e la protezione della reputazione debitoria può richiedere supporto talmente poderoso da svilire l’obiettivo monetario.

Anche le riforme strutturali possono venir supportate, almeno temporaneamente, dall’allentamento degli obiettivi di reputazione monetaria. La coerenza ai dettami dell’Unione, fondamentale ad esempio per evitare forme di azzardo morale e perdita di coesione, potrebbe portare all’esclusione degli “indisciplinati”, il che però è avverso agli obiettivi di mercato comune, pace continentale e forza geopolitica. Lo stesso obiettivo di mercato unico, con la conseguente più ampia e forte concorrenza, può generare istanze di protezioni particolari fino a frenare i rinnovamenti strutturali, con danno alla reputazione debitoria di un Paese. Anche di questo abbiamo evidenza storica.

Fin qui niente di nuovo, in quanto raramente l’attività umana – e l’economia in particolare – è esente da trade-off. E già possiamo concludere che, in qualsiasi modo tu gestisca l’Unione, ci sarà sempre qualcosa che non va e qualcuno scontento.

A ben vedere, alla base di molte di queste incoerenze interne sta l’assenza della credibile alternativa del fare a meno dello strumento. Se l’esistenza dell’Unione non può essere messa in discussione, se l’utilizzo dello strumento è un dato imprescindibile, allora diventano naturali comportamenti opportunistici, nella forma di violazioni di singoli obiettivi e sovra-esposizione su altri, sbilanciando quindi azioni e reazioni. In ogni organizzazione l’osservanza delle regole – comprendenti i fini dell’organizzazione – comprendono la sanzione di “esclusione” dall’organizzazione stessa, il che riduce la tensione all’opportunismo. Qui no.

Il fatto che la “soluzione UE” sia imprescindibile tradisce anche il fatto che questa sia ormai un “fine” in sé. D’altra parte le sue strutture si ampliano costantemente, incrementando l’organico di burocrati la cui ragione d’essere – e soprattutto di venir stipendiati – è la mera esistenza della UE, rafforzata dalla sua eventuale ulteriore espansione, indipendentemente dalla sua funzione o effettiva utilità.

Non è ammessa l’esclusione dalla UE. Qualsiasi sia il problema, il ricorso alla UE è una “soluzione non-escludibile”. Il primo vero candidato all’uscita è stata la Grecia, ma come si è visto è stato fatto di tutto per evitarlo – anche se il Paese si è impegnato con dovizia a far saltare i nervi a tutti – fino alla nota conclusione di un altro salvataggio perché la Grecia inizi nei prossimi anni a fare ciò che da accordi avrebbe dovuto aver già completato. Mi pare chiara la dominanza della UE come “fine in sé” ed il suo risultato.

È molto “normale” che la UE venga criticata. Un po’ perché se lo merita (piace vincere facile: nessuna organizzazione centrale sarà mai perfetta, fosse solo per la questione hayekiana della conoscenza dispersa) e un po’ perché qualsiasi assetto assuma, anche quelli più genuinamente “liberali”, questa è stata caricata di fin troppi obiettivi ed ambizioni non necessariamente coerenti per un unico strumento, senza neppure l’alternativa di “non usare” lo strumento.

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Per quanto sopra, la UE rischia di diventare la propria nemesi. Qualsiasi costrutto umano che non ammette revisioni e rimodulazioni anche in termini di chi vi partecipi (la “non-esclusione”) è destinato a crollare: le volontà/forze che premono per l’uscita alla fine troveranno come venir soddisfatte, scontrandosi con le volontà/forze tendenti all’unione forzata, e con la partecipazione delle volontà/forze che premono per l’espulsione di alcuni.

Il costrutto si regge sulla volontà politica, e questa alla lunga supera qualsiasi “Trattato”. E pure all’interno del “Trattato” l’attività concreta discende da volontà politiche, cioè dalla strutturazione centrale di schemi di priorità o preferenze (è più importante la compattezza dell’Unione tramite il sostegno ad alcuni, o le ragioni dell’economia o della moneta, o le fughe in avanti del mercato?).

L’economia austriaca riconosce il primato del “mercato” nel senso di libera e spontanea composizione delle diverse istanze (comprese quelle associazioniste). Per il corretto funzionamento di questo meccanismo è necessaria una cornice di regole che assicurino la chiara definizione delle pattuizioni ed il loro rispetto. In un contesto “politico”, invece, questi principi minimi possono venir retrocessi da valutazioni di preferenza “sovraordinati”.

La scala di priorità degli obiettivi è dettata dall’agenda politica, estranea superiore ed eventualmente rivedibile per ragioni opportunistiche di consenso politico. Non ha niente di spontaneo e funzionale rispetto allo stato delle cose, in quanto non esiste a questo livello un “mercato” delle priorità, una valorizzazione “dal basso” degli obiettivi che ne componga i vari gradi di “perseguimento” e coordinamento. Da qui discendono decisioni incoerenti e risorse sprecate, ed un grande brutto rischio di fallimento politico od economico del grande progetto stesso.

Twitter @LBaggiani