I vaccini e il somaro complottista che ha fatto tornare il morbillo

scritto da il 23 Novembre 2018

L’autrice del post è Mariangela Miceli, già consulente di Apex, responsabile compliance e analista giuridico presso IFC EUROP BANK (Sofia). Svolge attività di ricerca in materia di dinamiche processuali penali –  

Quando nel maggio 2017 l’allora ministro della Salute Beatrice Lorenzin presentò il d.l. in materia di prevenzione vaccinale, le immunizzazioni obbligatorie da 6 passarono a 10 , divenendo un requisito per l’ammissione all’asilo nido e alle scuole dell’infanzia (per i bambini da 0 a 6 anni), la levata di scudi dei novax fu serrata: tra le osservazioni più ricorrenti da parte del movimento antivaccinista vi fu – e vi è ancora – quella secondo cui i vaccini costituiscono un’importante fonte di denaro per le case farmaceutiche (fatte rientrare da quest’ultimi nella categoria di Big Pharma) e inoltre esse costituirebbero un importante fonte di profitti a spese del sistema sanitario nazionale.

Roberto Burioni

Roberto Burioni

Per citare Roberto Burioni, medico e professore ordinario di Microbiologia e Virologia presso l’Università Vita – Salute San Raffaele di Milano, “il somaro complottista, quello che vede ladri ovunque, e ovunque il magna magna degli scienziati […] ha intanto ottenuto un risultato: il ritorno da trionfatore del virus del morbillo”: sono 4500 i casi di morbillo accertati nel solo 2017, con buona pace di chi ancora ritiene i vaccini un magna magna. È di alcuni giorni fa, infatti, la notizia che a Bari sono stati otto i casi di morbillo acclarati all’ospedale pediatrico Giovanni XXIII, innescati dalla tardiva applicazione dei protocolli previsti dalla legge nei confronti di una bambina non vaccinata, ricoverata a metà ottobre nel reparto di malattie infettive per un sospetto morbillo. La bambina non sarebbe stata isolata dagli altri pazienti e avrebbe poi contagiato altri quattro minori e tre adulti.

Mentre, quindi, a livello mondiale si registra che i vaccini prevengono ogni anno 2,7 milioni di casi di morbillo, 2 milioni di casi di pertosse, 600.000 casi di poliomelite, in Italia c’è ancora chi nega la validità del piano nazionale per la prevenzione vaccinale, definendolo appunto quel magna magna sopracitato in palese conflitto di interessi con le casse dello Stato, che di fatto offre gratuitamente gran parte della copertura vaccinale. In particolare: vaccino esavalente (contro difterite, epatite B, Haemophilus influenzae di tipo B, pertosse, poliomielite, tetano); vaccino contro lo pneumococco; vaccino MPR (contro morbillo, parotite, rosolia) – v (contro varicella); vaccino contro il meningococco B; vaccino contro il meningococco C e ACYW135; vaccino contro l’influenza stagionale; vaccino contro i papillomavirus (HPV); vaccino contro il rotavirus; vaccino contro l’Herpes Zoster.

Quanto costa il piano vaccinale con le relative coperture e quanto costa non vaccinare?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza: consultando il Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale 2017-2019 pubblicato dal Ministero della Salute apprendiamo, per esempio, che il costo complessivo per l’influenza, tra spese del SSN, dell’INPS, delle aziende e delle famiglie (costi diretti ed indiretti), è per il sistema-Italia pari a circa 2,86 miliardi di euro. Se tutti si sottoponessero al vaccino antinfluenzale la summenzionata spesa si ridurrebbe a 1,56 mld; il che comporterebbe un saldo netto positivo di 1,3 mld.

Sulla base dei calcoli effettuati nell’ambito del PNPV 2017 – 2019 si è potuto stabilire che per ogni euro risparmiato in fase di prevenzione corrispondono 24 euro reinventabili in assistenza clinica. Ciò accade perché la copertura vaccinale arresta la contrazione della malattia, l’eventuale aggravamento e il conseguente ricovero. È evidente, a questo punto, che il budget sanitario non impegnato si trasforma in un attivo di questo bilancio ideale.

Una copertura del vaccino antiinfluenzale portata ad un livello del 75% nei paesi dell’Unione europea eviterebbe 72,6 milioni di costi diretti e 112 milioni di euro di costi indiretti. Per l’Italia è stato calcolato che, vaccinando tutti i cittadini tra i 50 e i 64 anni contro l’ influenza, con un investimento massimo di 76 milioni di euro, ci sarebbe un risparmio per il SSN pari a 746 milioni di euro, con un rapporto costi-benefici di 1 a 10. Nel 2002-2003, l’epidemia italiana di morbillo, a fronte di circa 20 mila casi, ha portato a un costo di 22 milioni di euro.

E le industrie quanto guadagnano grazie ai vaccini?

Mario Melazzini

Mario Melazzini

Secondo il Rapporto nazionale OSMED 2017 dell’AIFA, i vaccini rendono molto meno di altre categorie di farmaci in Italia. Il costo totale di tutti i vaccini rappresenta il 2,2% della spesa totale del SSN, a fronte di una spesa pari a 5.064 milioni di euro per farmaci antineoplastici e immunomodulatori che rappresentano la prima categoria in termini di spesa farmaceutica pubblica, a cui seguono 3.548 milioni di euro per farmaci dell’apparato cardiovascolare. Lo stesso direttore generale di AIFA (ex da settembre, in regime di spoils system), Mario Melazzini, nel Rapporto OSMED ha avuto modo di evidenziare la ricaduta più che positiva del piano di prevenzione nazionale anche in relazione al consumo nazionale di farmaci.

Ad oggi, degli 800 milioni stanziati a livelli di assistenza sanitaria per la Legge di Stabilità 2016, circa 132,2 milioni di euro sono stati utilizzati per la copertura vaccinale anche se dalla lettura dello stesso piano non manca la consapevolezza delle difficoltà di armonizzazione dei costi dell’organizzazione delle ASP. Il White Book pubblicato dalla European Respiratory Society ha altresì rilevato come i costi economici della polmonite nei 51 paesi della regione europea dell’OMS siano superiori ai 10 miliardi di euro, 6 miliardi dei quali sarebbero da assegnare alla gestione ospedaliera. È stato dimostrato che per ogni euro investito in vaccini lo Stato ricava almeno 4 euro per effetto di costi evitati e vantaggi per la fiscalità.

Vale la pena ricordare come l’attuale Governo, in un primo momento, abbia tentato di eliminare l’obbligo della certificazione vaccinale, ponendo fine al divieto di ingresso negli asili per i bambini che non fossero in regola con le vaccinazioni, suggerendo quale soluzione un’autocertificazione non meglio precisata. Di fatto la legge Lorenzin è stata ripristinata. Da chi? Dallo stesso Governo che con tanto clamore ne aveva proclamata l’abolizione.

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Per le famiglie resta quindi l’obbligo di 10 vaccini (anti-poliomelitica; anti-difterica; anti-tetanica; anti-epatite B; anti-pertosse; anti Haemophilusinfluenzae tipo B; anti-morbillo; anti-rosolia; anti-parotite; anti-varicella) per l’iscrizione a scuola, pena il ‘non ingresso’ in classe per i bimbi fino ai 6 anni, e multe da 100 a 500 euro per i genitori inadempienti dei ragazzi fino ai 16 anni.

Appare evidente come lo stato di salute della popolazione sia determinante per lo sviluppo sociale ed economico di una Nazione. I vaccini contribuiscono in concreto sia ad un invecchiamento più attivo sia alla riduzione della spesa pubblica: più alto è il numero delle vaccinazioni, più alto sarà il grado di salute sociale che si traduce in minori visite mediche, esami diagnostici, ricoveri ospedalieri, interventi medici e di conseguenza in un abbattimento dei costi per il SSN.

Ad oggi, la Legge n.73 del 2017 è imperfetta quantunque perfettibile, poiché non si può pensare di poter non vaccinare pagando delle sanzioni. La legge, in sostanza, sembra un decisivo passo avanti verso la scienza e verso una Stato che faccia i conti con i costi reali del proprio SSN e non con la superstizione, verso un sistema quindi rivolto realmente al Welfare e all’ottimizzazione della spesa.

Twitter @micelimari_1