Manipolazione informativa e utilità del debito: salvi grazie alla BCE

scritto da il 07 Giugno 2018

Dai due euro di Palermo o Napoli ai cinque euro di Milano: poco più o poco meno, è la cifra che dobbiamo sborsare per acquistare un chilo di pane in Italia. Non è così dappertutto, per carità, ma l’approssimazione, in questo caso, ci serve per introdurre un aspetto importante della nostra esistenza economica. L’acquisto di un bene primario o di un servizio ordinario, per lo più, è un gesto quasi meccanico, incondizionato e neutrale. Più correttamente: siamo convinti che sia neutrale, anche quando non lo è.

In pratica, siamo quasi certi che una banconota da cinque euro possa consentirci di mangiare qualcosa e non ci curiamo affatto di ciò che il nostro gesto di spesa significa. Nel valore del chilogrammo di pane che arriva sulla nostra tavola, invece, si possono includere tanti altri valori essenziali: dal PIL all’inflazione all’occupazione e, soprattutto, al debito. Certamente, non si può mica pretendere che ognuno di noi, prima di andare al panificio, si scervelli a tal punto, ma, nello stesso tempo, la spensieratezza o la noncuranza possono rivelarsi pericolose.

In che senso?

La propaganda e i tentativi di manipolazione informativa si basano interamente sulla nostra svogliatezza; il linguaggio con cui sono elaborati è quello dei legami d’assenza: in altri termini, si mette in risalto un problema socio-economico, senza spiegarne le cause, ma dando per scontati alcuni messaggi impliciti. Un esempio concreto può esserci molto utile.

Durante l’ultima campagna elettorale, sulla rete, circolò abbondantemente un video in cui Riccardo Fraccaro, il neo ministro per i rapporti col Parlamento del Movimento 5 Stelle, denunciava l’illegittimità di molti dirigenti dell’Agenzia delle Entrate.

Fin qui, tutto regolare. Se, tuttavia, prendiamo in esame la tecnica con cui è stata concepita la denuncia, allora la regolarità viene meno. Fraccaro dice: “Dovete sapere quello che sta accadendo perché riguarda le vostre tasche, i vostri soldi. Vi faccio una domanda molto semplice. Chi controlla le vostre dichiarazioni dei redditi? Chi vi può mandare un accertamento o una cartella esattoriale? Semplice: è l’Agenzia delle Entrate. Ebbene, nell’Agenzia delle Entrate ci sono circa ottocento dirigenti illegittimi (…)”. Il video prosegue con un attacco al PD, alle nomine che avrebbe fatte et cetera. Nulla da eccepire sull’ipotesi di illegittimità o sulla querelle delle nomine. Tutto discutibilissimo. La questione è un’altra, cosicché spetta anche a noi qualche domanda. Una volta rimossi gli ottocento dirigenti illegittimi, le nostre dichiarazioni dei redditi non sarebbero più sottoposte a controllo? Ovviamente, no. Insistiamo! Una volta rimossi gli ottocento dirigenti illegittimi, nessuno ci manderebbe più una cartella esattoriale o farebbe un accertamento? Anche in questo caso, la risposta è no.

Allora, per quale motivo si mette il dito nella cosiddetta piaga della pressione fiscale? Se si parlasse unicamente dell’imposizione fiscale, come si dovrebbe onestamente fare, sarebbe necessario dare un contributo scientifico, argomentare secondo logica economico-finanziaria, non si potrebbe più fare leva sull’enfasi e sull’indignazione acritica. Il vero focus del video starebbe nella denuncia di un ipotetico ‘sistema PD’, ma per ottenere consenso si lega il fine a un mezzo comunicativo impertinente, generando un vero e proprio legame d’assenza, a meno di voler paventare annunciare implicitamente una riforma dell’esazione fiscale, un maxi condono o chissà cos’altro.

Tutte le volte in cui si spara a zero sull’Europa, sui mercati, sulle banche et cetera, accade qualcosa di simile; si gioca in modo mefistofelico col disagio della gente, costringendo l’uomo della strada a credere che uno stato possa svincolarsi da tutti i parametri e da tutti gli organismi sovranazionali per ‘procurare’ reddito ai propri cittadini. Anche se il termine ‘debito’, nella maggior parte dei casi, diventa uno spauracchio generale, di fatto, l’esistenza stessa della moneta è espressione del debito. Ogni banconota nelle nostre tasche è una porzione di debito, ma ciò non implica che questo stesso debito sia un attentato alla libertà popolare.

All’epoca in cui la moneta in circolazione era fatta di solo metallo, in specie di quello prezioso, chi si occupava del conio tratteneva per sé il costo della lavorazione e della trasformazione. L’oro grezzo veniva portato al coniatore, il quale lo trasformava in moneta legale e garantita. Questo processo aveva un costo: una parte dell’oro restava, per così dire, a coniatore e garante e costituiva il reddito da signoraggio. Oggi, la Banca d’Italia riceve dalla BCE un reddito da signoraggio pari al 12,5%. Bisognerebbe cominciare a cancellare e negare secoli di storia economica per far passare molte delle tesi populistiche.

Torniamo sul chilogrammo di pane. Cosa ci permette di essere spensierati e noncuranti? Due elementi che, sulle prime, sembrerebbero irrilevanti: il valore fiduciario garantito della nostra banconota e delle discrete aspettative sullo scambio commerciale. Non immaginiamo, in pratica, che, improvvisamente, sia necessario tirare fuori venti euro per acquistare un chilo di pane perché ‘qualcuno’ ci garantisce la stabilità di valore delle nostre banconote. ‘Qualcuno’ tiene a bada il potere d’acquisto.

Sostituendo il pronome indefinito, indichiamo subito la BCE e diciamo che, in assenza d’una moneta unica e di un organismo sovranazionale deputato a regolare i prezzi e, di conseguenza, l’inflazione, nei grandi periodi di shock finanziario, la lira avrebbe dovuto essere svalutata più volte e i tassi d’interesse sarebbero diventati talmente insostenibili che con la banconota da cinque euro sicuramente non avremmo più comprato quel chilo di pane. ‘Qualcun altro’, invece, insiste nel dire che, con il ritorno alla sovranità monetaria, lo stato potrebbe spendere ampiamente in deficit emettendo continuamente moneta; il che è diabolicamente assurdo, se si considera che, in questo caso, si riproporrebbe il problema d’un’inflazione devastante o d’una tassazione inevitabile e soffocante.

Qualche prezzo si paga, è vero; viviamo nel sistema del debito perenne e ineliminabile, ma non si può continuare a interpretare a proprio piacimento Keynes e gli economisti del welfare. Si pretende la messa in circolazione di nuova moneta per favorire l’occupazione e si cita Keynes, ma si dimentica che il nostro paese ha tratto vantaggi enormi dalle politiche espansive della BCE: riduzione dei tassi e quantitative easing. Uno dei bersagli degli attacchi, di solito, è proprio il sistema di introduzione della moneta nel mercato, dal momento che – si dice – siamo schiavi di banche e banchieri. Le banche sono le destinatarie della nuova moneta introdotta dalla BCE tramite acquisto di titoli di stato e riduzione dei tassi. Si crede davvero che, qualora non ci fossero la Banca Centrale Europea o l’Unione Europea, il rapporto economico-finanziario s’instaurerebbe unicamente tra stato e cittadino (…questo è il messaggio di sottofondo veicolato)?

 

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La domanda è degna del migliore teatro di Beckett e Ionesco, è ovvio, ma è altrettanto ovvio che siamo arrivati a una fase dell’informazione politica avvilente e mediocre. La ‘rivendita’ del denaro è costosa: nulla da eccepire. Se la BCE, per esempio, vende allo 0,5%, può sembrare eccessivo che il costo finale sia del 3 o 4%. Si ripresenta, ancora una volta, l’amletica questione del debito ed è necessario che il linguaggio sia totalmente ricostruito, per due motivi: in primo luogo, nell’ambito della metafora del pane, non teniamo conto della base monetaria, banconote e monete, che è una ‘quantità’, non già e non più la risposta a un bisogno; in secondo luogo, questa stessa quantità va oltre i bisogni e i consumi e si estende a investimenti e risparmi, senza i quali nessuno di noi potrebbe prosperare.

Il mondo va avanti grazie al debito (…o al credito), al cosiddetto effetto leva: si provi a farne a meno e il nostro denaro perderà il proprio valore potenziale!

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