Nuove rotte digitali: il caso Marsiglia e le opportunità da cogliere in Italia

scritto da il 12 Dicembre 2018

C’erano una volta le grandi navi commerciali che portavano in patria le ricchezze dalle colonie. Le loro rotte erano sinonimo di benessere per tutti: dagli armatori agli scaricatori di porto. Le grandi rotte transoceaniche hanno, di fatto, definito lo scenario geopolitico mondiale. Dal macro al micro le rotte navali hanno definito il futuro di molte città. Gli esempi dal passato non mancano. Dal porto di Città del Capo, dove i bastimenti facevano una fermata tecnica per approvvigionarsi, alle rotte del nord di Rotterdam e Stoccolma.

Nei tempi più recenti alcuni dei casi di maggior successo di crescita urbana devono ancora molto alle rotte commerciali: consideriamo il porto di Dubai, oppure la recente emersione di Gwdar in Pakistan e Doraleh in Djibouti (entrambi connotati da una forte inclinazione al mercato dei container e del secco). Ovviamente nel tempo i porti hanno via via visto una crescita dell’automazione. Quindi la loro importanza in termini di occupazione diretta (personale assunto da compagnie navali o servizi di supporto) è via via diminuita. Nel nuovo millennio le rotte navali avranno sempre un ruolo di primaria importanza. Tuttavia vi è un nuovo tipo di rotte, pur oceaniche, che sta crescendo in termini di importanza di investimenti che potenzialità di generare occupazione e far sbocciare (o rinascere) centri urbani bagnati dall’oceano (o dal mare).

Le dorsali oceaniche, più comunemente note come cavi sottomarini, sono le nuove rotte del futuro. Il loro impatto visivo è nullo. Non ci sono né grandi velieri che entrano nel porto, né un via vai di scaricatori e portuali. Il passaggio dei cavi sottomarini che portano i dati da una parte all’altro del mondo è, in effetti, piuttosto impercettibile.

Il millennio in cui già siamo vedrà i dati (i famosi big data) avere la stessa valorizzazione del petrolio (una copertina dell’Economist del 2017 rende bene l’idea).

bigdata

È quindi importante comprendere la “base dei dati”. Parlando in modo semplice, dove vanno e come si muovono?

Ci sono due soluzioni per muovere i dati: etere (frequenze, per intenderci, e la tanto menzionata rete 5G di cui si parla spesso ultimamente) e rete fisica (il cavo telefonico che ci entra in casa a cui connettiamo la stazione di trasmissione, modem o router decidete voi).

Il primo non esclude il secondo. Anzi spesso un qualunque cittadino possiede almeno un cellulare (trasmissione dati via etere) e una connessione fissa telefono e dati (trasmissione fisica o meglio con un supporto fisico) e soprattutto le due forme possono operare insieme per garantire connettività veloce dove il cavo non riesce ad arrivare (si parla per esempio di interconnessione fibra sul FTTC e 5G sul FTTH) o per nuove tecnologie come il 5G che necessità di un supporto in fibra.

Se dell’etere e 5G associato si parla spesso, sul tema infrastrutture fisiche per la trasmissione di una grande mole di dati si parla poco, e a volte anche male.

Cerchiamo di comprendere.

Oltre il 90% dei dati mondiali sono trasmessi tramite i cavi sottomarini oceanici in fibra ottica. Le soluzioni satellitari sono proporzionalmente più costose (oltre ad avere alcuni rischi legati a tempeste solari, incidenti con oggetti in orbita, Gremlin, Omini verdi dispettosi etc..). Il volume di traffico di dati nei prossimi anni è destinato ad aumentare, con una crescita impressionante dei video (da youtube a youporn per intenderci) come spiega Cisco in una sua analisi.

banda

Con queste premesse cerchiamo di comprendere cosa hanno in comune i porti, l’occupazione e i cavi sottomarini. Consideriamo un porto moderno (un bebé paragonato ad altre realtà portuali). Djibouti è una realtà emergente grazie al suo porto di Doraleh. Tuttavia la sua vera ricchezza potrebbe celarsi sott’acqua.

mappa-cavi

Se osserviamo la mappa noteremo che una larga parte dei cavi oceanici Asia-Europa (praticamente tutti in verità) passano per il Djibouti. Per farla semplice questo fazzoletto di terra nell’Africa orientale (confinante a nord con l’Eritrea) è il passaggio d’acqua più veloce per arrivare in Europa.

Ora, per comprendere come i cavi possono generare lavoro e opportunità consideriamo prima di tutto un caso europeo di successo. Marsiglia è oggi uno dei più importanti approdi di cavi sottomarini di telecomunicazioni del Mediterraneo e ospita numerosi data center europei, hub per lo scambio dati internet fra operatori e-content provider. La sua strategicità è data dall’ecosistema che si è creato nel corso degli ultimi anni con un grande numero di cavi sottomarini che atterrano e che consentono di collegare l’Europa verso le zone in cui si sta assistendo ad un vero e proprio “boom” dei contenuti digitali (ricordate i dati poco sopra sulla fruizione di contenuti video?): Africa, Medio Oriente e Asia.

Prima di Marsiglia i principali hub data center europei erano classificati con la sigla FLAP: Francoforte, Londra, Amsterdam e Parigi. Di lì passava tutto e per connettere il traffico proveniente dal Mediterraneo l’approdo principale dei cavi sottomarini era la Sicilia, che veniva connessa attraverso la rete italiana dell’incumbent (l’ex monopolista Telecon Italia) lungo tutto la penisola (connessione tecnicamente denominata “backhaul”) e da reti cross-border europee.

La crescita della domanda di contenuti digitali e la pressione competitiva sul prezzo del “backhaul” ha spinto la crescita di Marsiglia, che ha avuto il contributo fondamentale della società Interxion, già presente ad Amsterdam, Londra, Parigi e altri posti in Europa e che ha deciso di costruire il primo data center di Marsiglia per la sua posizione strategica, eliminando di fatto il costo associato al backhaul per connettere i cavi ai fornitori di accesso e di contenuti Internet. Oggi Interxion fa atterrare lì 13 cavi sottomarini (19 previsti nei prossimi anni) mettendo in connessione oltre 100 carrier, con un campus Data Center sempre operativo. Inoltre, il contributo delle Istituzioni locali che hanno semplificato gli iter autorizzativi e hanno agevolato gli investimenti delle società di servizi ICT che volevano posizionarsi nel campus digitale di Interaxion è stato poi altrettanto determinante nella creazione dell’ecosistema in continua crescita virtuosa.

In Italia possiamo avere qualcosa di simile? Sì.

“Le alternative all’ecosistema creatosi a Marsiglia, sempre per posizione geografica, avrebbero potute essere Istanbul, non decollata a causa della sua posizione un po’ decentrata per poi raggiungere i FLAP, e soprattutto la Sicilia e Palermo, in particolare, che avendo già l’approdo della maggior parte dei cavi non è stata valorizzata a sufficienza e quindi superata da Marsiglia come ecosistema digitale per molti motivi, sia di visione che economici”, spiega Federico Protto, amministratore delegato di Retelit.

A Palermo oggi la situazione è diversa, anche grazie alle iniziative di Telecom Italia Sparkle con il suo Data Center “Sicily Hub” e al Consorzio Open Hub Med, attivo da aprile 2017, che ha proprio come obiettivo quello di fare dell’Italia e la Sicilia il ponte tra le reti Internet di Asia, Medio Oriente, Nord Africa ed Europa. Ospitato nell’area di ricerca di Italtel a Carini (Palermo), il data center di Open Hub Med (fondamentale la neutralità del Data Center per garantire la presenza simultanea di tutti gli attori necessari alla crescita di un tale ecosistema), con i suoi mille metri quadrati, è stato progettato con i più avanzati sistemi tecnologici che ne garantiscono la continuità di servizio e la scalabilità delle infrastrutture interne e della potenza elettrica nel tempo.

Il polo di Palermo rappresenta oggi la prima sede tecnologica neutrale e carrier-independent nel Sud Mediterraneo per l’alloggiamento di apparati tecnologici di operatori, Ott, imprese e pubblica amministrazione, ed è frutto della volontà dei soci fondatori che hanno dato vita al consorzio: Eolo, Equinix Italia, Fastweb, In-Site, Interoute, Italtel, MIX (Milan Internet Exchange), Retelit, SUPERNAP Italia, VueTel Italia e XMED.

L’occupazione diretta generata da questi siti è tutto sommato modesta, quindi è da comprendere bene come un peer (detto in parole semplici il punto dove un cavo oceanico “sbarca” sulla terra ferma) possa generare occupazione. Osserviamo il caso Bari, dove atterrano altri cavi sottomarini:

“Innanzitutto, c’è da dire che Retelit ha già investito molto nel sud Italia” continua Federico Protto di Retelit “prima con la Landing Station di Proprietà a Bari per l’atterraggio del cavo sottomarino del consorzio AAE-1 di cui Retelit è il membro Italiano; e poi il collegamento ad altissima capacità e bassa latenza tra la Landing Station e i Data Center Europei e verso la Sicilia, connettendo il Sicily Hub e il Data Center Open Hub Med di Carini di cui Retelit è anche in questo caso membro del consorzio. Retelit oggi è in grado di offrire servizi di trasporto tra le regioni del Sud Italia e verso l’Europa, grazie alla possibilità di realizzare multiple opzioni di connettività sottomarine e di restoration terrestri da Bari e Palermo verso Marsiglia.

Il traffico dati e Internet proveniente dall’Oriente e dall’Asia può essere indirizzato, tramite i cavi sottomarini, sulle dorsali di trasporto in fibra ottica verso i principali hub europei e verso il punto di interscambio di Open Hub Med. In termini di ritorno economico, molti studi dicono che il livello del Pil pro-capite potrebbe aumentare grazie ad investimenti nelle nuove reti a banda ultra-larga. A mio parere però il focus andrebbe spostato sulla cosiddetta ‘digitalizzazione’ delle aziende e della PA, la cui operatività ed efficienza sono inevitabilmente abilitate da connessioni ad alta velocità e bassa latenza.

Il Digital Economy and Society Index (DESI) che valuta il livello di digitalizzazione dei Paesi dell’Unione Europea, ha posizionato l’Italia solo al quartultimo posto, seguita da Bulgaria, Grecia e Romania. Sul podio, invece, salgono Danimarca, Finlandia e Svezia, che risultano avere le economie digitali più sviluppate d’Europa”.

desi

Sul fronte delle opportunità di occupazione grazie al digitale si discute spesso se l’innovazione sottrarrà posti di lavoro.

“È evidente che sia necessario accelerare in questi processi, anche perché una maggiore digitalizzazione (vuol dire anche Industria 4.0) si tradurrebbe in maggior risparmio, maggior efficienza, ma anche in una maggiore trasparenza, con benefici anche dal punto di vista della semplificazione. È importante comprendere, tuttavia, che una crescita di occupazione si crea anche grazie ad una maggior competizione sulle offerte economiche di banda dati e, conseguenza, in prezzi più bassi. Naturalmente si tratta di nuove professionalità rispetto a quelle del passato, direttamente legate ai temi della digitalizzazione”. Già nel 2015, parlando di occupazione, Elio Catania, presidente di Confindustria Digitale, affermava che c’è l’opportunità di creare nei prossimi tre anni oltre 700mila nuovi posti di lavoro legati alle competenze digitali.

Sul tema lavoro quindi ci sono opportunità. Lo sbarco di un peer (un cavo se preferite) al sud potrebbe innescare un circolo virtuoso che non si limita al primo livello di lavoro (diciamo chi è direttamente collegato a questo tipo di industria) ma anche ai livelli successivi. Già oggi l’esempio di Marsiglia, città di mare in precedenza un poco caduta in disgrazia, è indicativo di un potenziale successo. Cerchiamo di osservare l’Italia e specialmente l’Italia del centro-sud.

La digitalizzazione è fondamentale per la crescita dell’economia Italia, per la quale la connessione ad alta capacità e velocità è fondamentale. La nostra situazione è abbastanza difficile. L’Istat (Rapporto sulla competitività dei settori produttivi) parla di “due imprese su tre a bassa digitalizzazione, il 32% a media e il 5% ad alta. Ed è sempre più ampio il divario tra PMI e grandi imprese: le imprese indifferenti alla digitalizzazione sono per lo più piccole aziende di settori tradizionali con sede al centro-sud, mentre quelle più sensibili sono aziende medio grandi soprattutto nel settore elettronica, bevande, TLC, alloggio e informatica.

Il rapporto propone cinque profili per descrivere cinque tipologie di imprese rispetto alla loro propensione alla trasformazione digitale: Indifferenti (bassa digitalizzazione; il 63% delle imprese), Sensibili vincolate (media digitalizzazione, basso capitale; 22%), Digitali incompiute (alta digitalizzazione, basso capitale; 2,3%), Sensibili (media digitalizzazione, medio-alto capitale; 9,7%), Digitali compiute (alta digitalizzazione, alto capitale; 3,0%).”

5-gruppi

Platea di riferimento per un’implementazione della digitalizzazione sono certamente le “Sensibili”, che hanno dichiarato l’ICT importante per la propria competitività nel biennio 2017-2018. Processo che potrebbe essere frenato da livelli di capitale fisico e umano non adeguati nel caso delle “Sensibili vincolate”, mentre più difficile appare un recupero alla digitalizzazione delle “Indifferenti”.

Continua il rapporto: “Tra le imprese con almeno 10 dipendenti tra il 2014 e il 2017 si è assistito a un aumento dei posti di lavoro proprio laddove si è assistito a una maggiore propensione alla digitalizzazione. Nelle Digitali compiute e Digitali incompiute, un’impresa su due ha aumentato le posizioni lavorative di almeno il 3,5%, un valore superiore alla media complessiva e oltre cinque volte superiore a quello delle Indifferenti (0,6%). Le Indifferenti e le Sensibili vincolate, che insieme spiegano circa la metà del saldo totale di assunzioni e cessazioni nel 2016-2017 (+183.200 addetti su +291.400) hanno ricomposto la forza lavoro a favore delle fasce meno qualificate: rispettivamente -36.900 e -75.400 addetti nella fascia a elevata qualifica, +68.300 e +54.300 addetti in quella a media, +55.700 e +117.200 addetti nelle fasce a bassa qualifica”.

L’investimento in ICT è un fattore di divergenza: rafforza la dinamica occupazionale delle imprese a performance migliore senza avere effetti sostanziali su quella delle unità meno dinamiche. L’innovazione “forte” (+3,5% per una impresa su due dei servizi, +1,5% nella manifattura), la maggiore dotazione di capitale umano (+3,2%, +4,9% nel manifatturiero) e la produttività (almeno +1,7% di posti di lavoro per una impresa su due) hanno effetti positivi e tendono a far convergere verso l’alto la performance di tutto il sistema.

In tutto questo resta da comprendere cosa dovrebbe fare lo stato centrale e le regioni meridionali, in particolare Puglia e Sicilia, dove arrivano i cavi sottomarini. L’obiettivo strategico dovrebbe muoversi sulla falsariga del caso Marsiglia: quello di riportare il posizionamento dell’Italia quale approdo principale per le rotte del Mediterraneo nell’arco dei prossimi tre anni (in questo caso in alternativa e supporto a Marsiglia). Consideriamo quanto fatto dal governo francese a partire dal 2014-15. Il progetto Aix-Marseille French Tech, parte del progetto French Tech, mira a rilanciare la città. Marsiglia è da sempre considerata una città problematica: l’arrivo dei cavi sottomarini e gli investimenti del gruppo Interxion dimostrano come anche zone disagiate, con elevati tassi di disoccupazione e criminalità, possa no avere una rinascita proprio grazie all’innovazione digitale.

“La costituzione del consorzio OHM (Open Hub Med) primo hub neutrale e aperto in Italia per lo scambio delle comunicazioni dati, posizionato a Carini (Palermo) deve essere un punto di partenza per una crescita internazionale e che porti gli operatori e il Pubblico ad andare nella stessa direzione e fare sistema come hanno fatto in Francia e Germania e UK. Geograficamente siamo un Paese strategico e dovremmo usare questa posizione per recuperare il terreno perduto in termini infrastrutturali”, conclude Federico Protto di Retelit.

Pubblico e privato devono operare nella medesima direzione e portare al centro il nostro Paese anche da un punto di vista tecnologico oltre che geografico. In termini concreti, vuole dire snellimento della burocrazia per l’infrastrutturazione, incentivi alla costruzione e uso, e meno interventi distorsivi. In questo caso il caso di successo di Marsiglia deve essere considerato una “best practice”. Resta da vedere se e come il governo avrà interesse ad impegnarsi per supportare (soprattutto a livello normativo) lo sviluppo di gruppi privati che possono diventare un volano per agganciare le grandi opportunità offerte dal sud (si pensi al turismo oppure al settore dell’e-commerce di prodotti di qualità che al sud trovano materie prima di ottimo livello).

Quando ancora le aquile governavano il mediterraneo Roma divenne grande grazie alla sua posizione strategica come hub per le rotte navali commerciali.

I big data portano lavoro e opportunità di sviluppo. Si auspica che il nostro governo saprà valorizzare queste ricchezze.

Vuoi parlarne con me?

Sono su LinkedIn oppure su Twitter @EnricoVerga