Miliardi bruciati a Piazza Affari? Falso, in Borsa non si brucia niente

scritto da il 24 Febbraio 2020

È vero o, per lo meno, probabile: non sempre lo si fa in malafede. Ed è altrettanto vero o probabile che non lo si faccia per ignoranza. Tuttavia, l’incultura e l’inadeguatezza non sono da escludersi, in alcuni casi. Insomma, in Borsa (Piazza Affari sta pagando l’effetto coronavirus) non si brucia neppure un euro. Figuriamoci se si possano bruciare miliardi! Il denaro, tutt’al più, passa da una parte all’altra. La locuzione avverbiale “tutt’al più” non è per niente casuale. Infatti, l’insana e infondata espressione con cui vengono titolati parecchi articoli d’informazione finanziaria, il più delle volte, non si riferisce a un passaggio di denaro, bensì a un andamento ribassista che fa perdere valore a qualsivoglia titolo; la qual cosa non genera effettivamente uno spostamento di denaro. Allora, perché si continua a scrivere che in borsa si bruciano i miliardi, come se un rogo perenne, divampando all’improvviso, consumasse le risorse di tanti poveri risparmiatori?

Il comico e attore statunitense Steven Wright, in una propria boutade, ha detto: <<Ho comprato un cane, l’altro giorno. L’ho chiamato Fermo. È divertente chiamarlo. Vieni qua, Fermo! Vieni qua, Fermo! È diventato pazzo…>>. In un annuncio per la vendita di un cane, riportato da più autori, leggiamo: <<Vendo maremmano; mangia di tutto. Gli piacciono i bambini…>>. Di fatto, il modo in cui noi scriviamo o diciamo qualcosa è decisivo; l’uso di una parola in luogo di un’altra può generare effetti nel lettore e nell’ascoltatore per il raggiungimento dei quali, talora, siamo ben disposti a fare qualche sacrificio di obiettività. Il filoso del linguaggio John Austin ha definito come perlocutoria quella componente dell’atto linguistico per la quale, appunto, le nostre parole tendono a modificare il pensiero e il comportamento altrui. Austin tuttavia non si riferiva alla disinformazione.

Dire che in Borsa si ‘bruciano miliardi’, purtroppo, significa fare anche disinformazione o, per lo meno, cattiva informazione. In una sorta di operazione trasparenza e in nome di un principio di massima semplificazione del processo, è doveroso chiedersi che cosa accade esattamente in questa enigmatica vicenda di borsa. Il processo è sicuramente piuttosto complesso e non intendiamo peccare di eccesso di semplificazione né indispettire chi padroneggia la materia. Vogliamo solo ripristinare la congruenza linguistica tra le parole e i fatti e offrire al lettore un quadro chiaro e inequivocabile.

miliardi_bruciati

Premettendo che i valori di un titolo che sentiamo comunemente annunciare sono i cosiddetti valori correnti o valori di mercato – tutt’altra cosa sono i valori nominali e quelli di emissione, non fa male ribadire che la borsa risponde al bisogno primario e fisiologico dei mercati: l’incontro tra la domanda e l’offerta, incontro in seguito al quale si configura un ‘presunto’ prezzo di scambio. Perché “presunto”? Lo vedremo più oltre.  Se la domanda di un certo titolo è elevata, il suo valore cresce. Viceversa, se pochi operatori ne fanno richiesta, il prezzo scende. Ovvio e irrilevante? Per certi aspetti, lo è. Ma occorre pazientare un po’ per trarre le conclusioni. È evidente, nello stesso tempo, che non si pretende di racchiudere in queste poche righe la complessità dell’argomento ‘quotazione’.

Ipotizziamo, comunque, di avere acquistato per 10.000 euro un certo numero di azioni della Guadagnifacili Inc.: lo abbiamo fatto proprio sulla base del meccanismo di scambio summenzionato. Siccome la fortuna non ci sorride e le congiunture economiche non sono favorevoli, il giorno successivo al nostro acquisto, purtroppo, ‘nessuno’ vuole acquistare azioni della Guadagnifacili Inc., cosicché il valore del titolo crolla improvvisamente: il giorno prima valeva 12/13 euro circa, il giorno dopo ne vale 7/8. La situazione per noi è la seguente: siamo possessori di titoli il cui valore si è ridotto, ma non abbiamo ‘bruciato’ alcunché né siamo stati costretti a sborsare altro denaro per coprire chissà quale debito. Certo, se vogliamo vendere tutto subito, sappiamo di dover rinunciare a circa il 40% del valore d’acquisto. Ma non siamo costretti a farlo. Se tutti vogliono vendere, è più difficile trovare chi acquista – per dirla in modo concreto e volgare. In buona sostanza, non s‘è verificato neppure il passaggio di denaro da una parte all’altra. Le fluttuazioni fanno parte dei mercati e dei cicli economici, nonostante la narrazione lineare e fredda dei fatti non sia altrettanto efficace quanto il ‘sensazionalismo’. E non solo! Non si dice quasi mai, per esempio, che, allo stesso modo in cui il nostro titolo ha perso valore e, di conseguenza, punti percentuali, per così dire, così può riguadagnarlo con la stessa rapidità perché gli operatori hanno ritrovato la cosiddetta fiducia. Se il giorno X il nostro valore di mercato è 7 euro e la settimana successiva 15, allora non abbiamo perduto, bensì guadagnato.

Se tuttavia qualcuno dice che i miliardi si bruciano, al primo segno negativo, alla prima flessione, allora, siamo spacciati; il che equivale a dire che, se la nostra squadra del cuore subisce un goal all’inizio della partita, non può recuperare né, tanto meno, vincere nel secondo tempo.

Volatilità e negatività stanno in rima baciata, ma non sono sinonimi. E inoltre, sebbene l’espediente linguistico dell’iperbole ‘sparata’ nel mucchio produca certi effetti emotivi, nel lungo termine, annoia.

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