Quali sono (e perché) i migliori posti di lavoro per le donne?

scritto da il 21 Maggio 2020

Post di Eleonora Maglia, giornalista, svolge attività di ricerca e pubblicazione per il Centro di documentazione Luigi Einaudi di Torino – 

È di recente pubblicazione la classifica Best Workplaces Italia -stilata da quasi 20 anni per valutare il clima organizzativo nei luoghi di lavoro italiani e per promuovere così l’eccellenza nella gestione del personale- che, per l’edizione 2020, ha intercettato e intervistato oltre 50.000 dipendenti. L’occasione offre lo spunto per riflettere sul tema, anche in ottica di parità di genere.

Cosa rende un luogo di lavoro “il miglior posto”? Certamente molte componenti sono afferenti alle diverse variabili soggettive (l’età, la situazione contingente o le aspirazioni future), che rendono più o meno sensibili a specifici aspetti (la stabilità economica, le prospettive di carriera o anche la vicinanza alla propria famiglia). Se la storica piramide di Maslow ricorda quanto sia necessario e prioritario il soddisfacimento dei bisogni basilari, gli studi sul tema e gli esperimenti organizzativi più recenti insistono piuttosto su elementi immateriali e relazionali. Secondo Ariely (2016), ad esempio, sono fondamentali per i collaboratori una serie di elementi ascrivibili alla percezione che i propri compiti si inseriscano in un quadro generale, ovvero per la motivazione sarebbero dirimenti aspetti come la realizzazione di uno scopo, la sensazione di progredire e anche il riconoscimento di sé e dei risultati ottenuti.

Analizzando le best practices che hanno motivato la presenza e il posizionamento in classifica delle aziende premiate (il 32% sono italiane), si nota in effetti una netta prevalenza dei temi legati all’innovazione nei metodi di assunzione, di inserimento e di partecipazione o carriera (come ad esempio l’utilizzo della gamification di American Express Italia, primo classificato nella sezione 500+ dipendenti) e anche ad una certa attenzione alla responsabilità sociale d’impresa (ad esempio con percorsi di volontariato d’impresa come il programma Gucci Changemakers, 12° classificato).

Se si è donne, però, la questione della bontà di un posto di lavoro sembra piuttosto tornare a ridursi ad elementi materiali. I dati nazionali sul mercato del lavoro mostrano infatti che, per il genere femminile, sarebbe già auspicabile entrare nel mondo del lavoro, ricevere un equo compenso e non essere molestate durante lo svolgimento dell’attività professionale. La disoccupazione femminile media europea infatti è maggiore dell’equivalente maschile di oltre 10 punti percentuali negli anni il reddito annuo da lavoro tende ad aumentare per gli uomini ma diminuisce per le donne (Eu-silc, 2018, Indagine sul reddito e le condizioni di vita) e, solo il Italia, sono 404.000 le donne che nel corso della loro vita lavorativa hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro (Istat, 2016, Indagine sulla sicurezza dei cittadini).

Quindi quali sono i migliori posti di lavoro per le donne? In Bestwork places Italia, tra 153 aziende –valutate da un campione di dipendenti pressoché equo (53% uomini e 47% donne), nel 74% non impiegato in posizioni apicali, con una prevalenza nella fascia d’età 26-34 anni (32%) e di recente assunzione (meno di 2 anni 32%)– se ne trovano 5, premiati nella sezione 150-499 dipendenti, per programmi pensati per madri, famiglie e figli (come le politiche retributive improntate all’equità di genere di Amgen Italia, 4° classificato, o i servizi di doposcuola di Vetrya, 5° classificato, o le sale allattamento realizzate a Mellin e Nutricia Italia di Danone Company, 20i in classifica). Complessivamente, nella classifica la presenza e la rilevanza maggiore è data quindi a progetti family friendly e si tratta sicuramente di un buon rilevatore di un avvio al cambiamento organizzativo verso il perseguimento di una cultura d’impresa che promuova la possibilità di occupazione e realizzazione professionale anche per le madri (o work-life balance) e che è ancor più necessario nel momento contingente di gestione della pandemia Covid-19, dove le limitazioni e le chiusure rischiano di peggiorare fenomeni di segregazione occupazionale o di disoccupazione.

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Ora, via via che il lockdown si avvia verso la conclusione, si sta discutendo soprattutto di come tornare al lavoro in sicurezza, anche creando nuove collaborazioni e reti che possano portare nuove soluzioni (è recente in merito l’accordo tra The Adecco Group, ManPowerGroup e Randstad) o promuovendo il ricorso allo smart-working (che, in presenza di figli minori di 14 anni, potrebbe divenire un diritto fino al termine dell’emergenza). L’occasione di un cambiamento obbligato può ben dar agio anche a innovazioni sugli strumenti per fare in modo che ci siano “ottimi luoghi di lavoro” anche per le donne e per le madri, ad esempio estendendo le best practices identificate come virtuose nel Best Workplaces Italia 2020. Certamente sarà necessario ancora molto lavoro in proposito perché, se la piena inclusione femminile è tanto auspicabile da essere ad esempio presente nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile (Goal 5 per il raggiungimento dell’uguaglianza di genere), la misurazione dell’avanzamento nel raggiungimento dei SDGs stessi mostra che, in media, i Paesi OCSE sono ancora lontani dagli obiettivi legati alle disuguaglianze (partecipazione e leadership femminile) e alla sicurezza (violenza contro le donne) e l’Italia ha raggiunto finora solo 12 dei 105 target previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite (OECD, 2019, Measuring Distance to the SDG Target). Un’organizzazione del lavoro che consenta di coniugare maternità&professionalità è quindi una delle sfide del futuro e, tra un anno, nella prossima Bestwork places, si potrà forse già vederne dei risultati positivi.