Le possibili (e terribili) conseguenze della fine della crescita

scritto da il 09 Luglio 2020

L’autore del post è Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito economico ed energetico. Founder della piattaforma di microconsulenza Getconsulting e presidente dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) –

Mentre la pandemia mette in luce la fragilità delle comunità umane si moltiplicano gli appelli a ripensare il nostro stile di vita. Nella percezione comune il Covid-19 è parte di una reazione della Natura ai soprusi dell’Uomo, l’ultimo avviso prima che il cambiamento climatico scateni a pieno la furia di questa madre/matrigna tanto generosa quanto vendicativa. E, ovviamente, sul banco degli imputati è finita ancora una volta la crescita economica, il simbolo della hybris umana, la radice del nostro problema con la Natura.

Siamo abituati a concepire la crescita economica come una questione relativa alla dimensione materiale della nostra esistenza, in contrapposizione con la dimensione morale. In realtà, la crescita, o l’assenza di crescita, plasma il carattere sociale, politico, culturale e morale di una comunità. La crescita economica crea opportunità e induce tolleranza nei confronti della diversità, incentiva la mobilità sociale, stimola lo sviluppo di modelli redistributivi più equi e rafforza il sentimento democratico. (Le conseguenze morali della crescita economica, B. M. Friedman).

Il rapporto tra la mancanza di prospettive di crescita e la propensione alla violenza, per esempio, è stato abbondantemente approfondito da un punto di vista psicologico, storiografico, antropologico, filosofico, persino matematico (la teoria dei giochi di Nash).
In un sistema a crescita zero l’unico strumento per cambiare gli equilibri è la violenza. Gli Stati ambiziosi aumentano il loro potere facendo la guerra ai vicini, gli individui ambiziosi scalano la società sfruttando i loro simili.

In un sistema che cresce, invece, la sopraffazione si trasforma in competizione, chi vuole emergere è incentivato a scommettere sul futuro: se farà meglio di chi gli sta davanti potrà superarlo senza dovergli togliere nulla.

La stagnazione economica è la madre di tutti gli errori di calcolo, di tutti gli azzardi, di tutti i colpi di testa, il lubrificante ideale per ogni conflitto.

Vediamo un esempio recente, un caso di studio fin troppo attuale.

1981, Argentina. Dopo cinque anni di dittatura militare l’economia del Paese è al collasso: l’inflazione è al 600%, la disoccupazione sta aumentando rapidamente, le proteste si moltiplicano. La giunta militare traballa e alla fine si fa un paio di golpe da sola: dopo una serie di manovre a dicembre prende il potere il generale Leopoldo Galtieri. Galtieri ha un piano: a 500 Km dalle coste argentine c’è un arcipelago di isole dallo scarso valore strategico ed economico, le Isole Falkland. Le Isole Falkland, come suggerisce il nome, sono un territorio d’oltremare della Corona Britannica da quasi 150 anni, tuttavia gli argentini le rivendicano sin dal XIX secolo e ne hanno fatto un mito della loro identità nazionale. Il piano di Galtieri è semplice: anestetizzare l’opinione pubblica con il nazionalismo, consegnare alle folle argentine il feticcio delle Isole Falkland per fargli dimenticare le difficoltà di tutti i giorni. Quello che Galtieri non valuta con la dovuta attenzione è che il Primo Ministro inglese, Margareth Thatcher, si trova in una situazione molto simile alla sua. Anche la Gran Bretagna è in crisi economica, la Lady di Ferro non ha ancora fatto le riforme per cui passerà alla Storia (privatizzazioni, liberalizzazioni, deregulation) e nessuno scommetterebbe sulla sua rielezione. Quindi, quando i servizi americani avvisano Londra che la flotta argentina è in mare e naviga carica di uomini e mezzi verso le Isole Falkland, la Thatcher non ci pensa due volte a riunire un’imponente squadra navale – 2 portaerei, 4 sottomarini nucleari, un centinaio tra fregate, cacciatorpediniere e navi appoggio – e a dare l’ordine di salpare alla volta delle Falkland con migliaia di commandos e più di 100 aerei da combattimento, dando inizio al primo e unico conflitto tra Paesi occidentali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Certo, è difficile immaginare che la Gran Bretagna si sarebbe fatta fare uno sgarbo come quello senza reagire, anche a fronte a condizioni economiche migliori. Probabilmente, però, la Thatcher avrebbe faticato per imporre la linea dura. Di certo l’Argentina non si sarebbe imbarcata in un’impresa così temeraria se avesse potuto contare su una situazione economica più stabile. Le Isole Falkland erano contese da più di un secolo ma è stata la crisi economica argentina a trasformare la contesa in uno scontro militare.

Oggi nel mondo ci sono decine di linee di faglia come le Isole Falkland. E purtroppo la pandemia, che sta falcidiando l’economia mondiale mettendo in crisi le aspettative di miliardi di persone, ha già fatto salire la tensione in più di una di queste zone calde.

Negli ultimi due mesi al confine tra India e Cina, due tra i Paesi che patiranno di più le conseguenze della brusca frenata dell’economia mondiale, gli scontri tra le rispettive forze armate sono prima sfociati in risse di massa tra i soldati e poi sono degenerati in una vera e propria battaglia con mazze chiodate che è costata la vita a decine di militari. Parallelamente, Pechino ha revocato l’autonomia a Hong Kong e ha minacciato di invadere Taiwan.

Il 16 giugno la Corea del Nord ha raso al suolo con un bombardamento la “palazzina del dialogo”, l’ufficio di collegamento con la Corea del Sud concepito per evitare il rischio di una “guerra per errore”, minacciando inoltre di far avanzare le truppe nella zona smilitarizzata che separa le due Coree.

Nel frattempo, nel Pacifico incrociano 3 portaerei americane Classe Nimitz, con i rispettivi gruppi da battaglia. Un dispiegamento che non si vedeva da anni.

Il mondo è condannato alla crescita perché se il meccanismo virtuoso della competizione si inceppa la crisi ambientale diventa l’ultimo dei nostri problemi.

Ce lo siamo dimenticato ma nel mondo ci sono quasi 15.000 testate nucleari, un arsenale sufficiente a cancellare più volte la vita dalle terre emerse. La Guerra Fredda è finita ma gli ordigni nucleari sono rimasti. Decine di Paesi dispongono di scorte sterminate di gas nervini, di bombe al fosforo e di agenti batteriologici geneticamente modificati, montagne di assetti convenzionali devastanti, missili in grado di sbriciolare uno stadio o distruggere un bunker sotto 20 metri di cemento, velivoli in grado di trasportare un carico di bombe sufficiente a radere al suolo un quartiere. E le se le Nazioni continuano a spendere centinaia di miliardi di dollari l’anno (1.917 nel solo 2019) per conservare e arricchire di nuovi giocattoli diabolici i loro arsenali, evidentemente, ritengono che un giorno potrebbero tornare utili. In fondo, siamo quasi tutti convinti che chi prende queste decisioni sia un paranoico, un guerrafondaio, un reazionario, ma se tutti gli Stati si comportano nella stessa maniera, evidentemente, le attitudini personali contano poco e ci sono equilibri che ci rifiutiamo di accettare.

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Ora, sulla scorta della crisi climatica, un gruppo sempre più numeroso di scienziati, politici e attivisti ci dice che se ci vogliamo salvare dalla catastrofe ambientale dobbiamo sacrificare il paradigma della crescita.

Il problema è che sì, abbiamo indubbiamente bisogno di trovare un nuovo modello di sviluppo, ma il bisogno di un nuovo modello non cancella le priorità su cui si è costruito quello precedente.

Certo, il cambiamento climatico è una sfida terribile ma non per questo la realtà si trasforma in un film di catastrofista anni ’90. Sarebbe bello se tutti i principali leader mondiali si sedessero attorno a un tavolo pendendo dalla bocca degli scienziati e sarebbe bello se gli scienziati avessero sempre una ricetta miracolosa per risolvere i problemi. Purtroppo, la realtà non funziona così.

Ogni crisi è l’occasione per qualcuno di mettere in discussione la posizione di qualcun altro. E in ogni crisi c’è chi perde e chi guadagna. Per esempio, in un paio di decenni il cambiamento climatico potrebbe rendere coltivabili decine di milioni di ettari di terra in Russia o in Canada, desertificando contemporaneamente l’Europa meridionale.

Questo principio vale a livello internazionale ma anche a livello nazionale, sociale: anche all’interno delle comunità convivono interessi divergenti. E vedremo se questa pandemia, con la conseguente crisi economica, renderanno le nostre società più solidali o più violente. Dagli USA arrivano già le avvisaglie del terremoto che investirà le democrazie occidentali.

Due anni fa, una breve analisi pubblicata dal World Economic Forum in collaborazione con Project Syndicate e firmata dal direttore della Divisione Greater China dell’Economist Intelligence Unit, ammoniva laconicamente: “La prossima crisi economica potrebbe scatenare un conflitto mondiale”.

Speriamo, invece, che la pandemia sia un’occasione per ritornare con i piedi per terra.

Twitter @enricomariutti