Pnrr, Pmi e digitale: cosa serve all’Italia per il salto di qualità

scritto da il 27 Aprile 2021

Post di Giorgia Sali, direttrice Osservatorio Innovazione Digitale PMI, Politecnico di Milano –

A poche ore dalle dichiarazioni di voto finale in Parlamento, è possibile analizzare il testo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza nella versione del Governo Draghi, da trasmettere alla Commissione Europea entro il 30 aprile. Il Piano, articolato in sei Missioni e sedici Componenti, è coerente con i sei pilastri del Next Generation EU, il programma inedito, per portata e ambizione, dell’Unione Europea formulato per rispondere alla crisi pandemica. Inoltre, soddisfa i parametri fissati dai regolamenti europei, con una quota di progetti ‘verdi’ pari al 38% del totale e di progetti digitali del 25%. L’Italia è la prima beneficiaria, in valore assoluto, dei due principali strumenti del Next Generation EU: il Dispositivo per la Ripresa e Resilienza (RRF) e il Pacchetto di Assistenza alla Ripresa per la Coesione e i Territori di Europa (REACT-EU), ed intende utilizzare appieno la propria capacità di finanziamento tramite i prestiti della RRF, che per il nostro Paese è stimata in 122,6 miliardi. A questi si aggiungono i 68,9 miliardi di sovvenzioni a fondo perduto, per un totale di 191,5 miliardi di euro.

Nella Premessa al documento, il Presidente Draghi individua l’andamento della produttività, molto più lento in Italia rispetto al resto d’Europa, quale causa della difficoltà dell’economia del Paese nello stare al passo con gli altri paesi avanzati europei e nell’intervenire sugli squilibri sociali ed ambientali. Tra i fattori determinanti di questa deludente performance, vi è l’incapacità di cogliere le molte opportunità legate alla rivoluzione digitale: un ritardo che viene ricondotto sia alla mancanza di infrastrutture adeguate, sia alla struttura del sistema produttivo, caratterizzato prevalentemente da PMI, spesso culturalmente restie o lente nell’adottare nuove tecnologie.

IL PIANO PER LA DIGITALIZZAZIONE
Ecco allora che il Piano, articolato in sei Missioni, tratta in primo luogo proprio la digitalizzazione. La prima missione, “Digitalizzazione, Innovazione, Competitività, Cultura”, infatti, stanzia complessivamente 49,2 miliardi – di cui 40,7 miliardi dal Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza e 8,5 miliardi dal Fondo React-EU.

Con un tesoretto di quasi 18,5 miliardi di euro, gli investimenti riconducibili al Piano Transizione 4.0 costituiscono il cuore della Prima Missione del PNRR. Gli interventi previsti hanno come obiettivo quello di compensare, almeno in parte, l’incertezza del contesto post-pandemico, sostenendo le imprese che investono nell’innovazione e digitalizzazione dei propri processi produttivi. Con questa finalità sono state delineate misure che costituiscono un’evoluzione del precedente programma Industria 4.0, introdotto nel 2017. In particolare, come già in essere dal 2020, il credito d’imposta sarà lo strumento centrale e verrà esteso sia in termini di investimenti agevolabili sia nell’entità del beneficio ottenibile. Il riconoscimento del credito sarà relativo a investimenti realizzati in un orizzonte biennale (e non più annuale), e sarà diretto alle imprese che investono in: a) beni capitali; b) ricerca, sviluppo e innovazione; e c) attività di formazione alla digitalizzazione e di sviluppo delle relative competenze. L’auspicio è che gli incrementi in produttività ed efficienza attesi per queste imprese contribuiscano ad aumentare la competitività e la sostenibilità delle filiere produttive in cui esse sono integrate, con positive ricadute sull’occupazione.

Il Piano stima di raggiungere, nell’arco del triennio 2020-2022, poco meno di 15 mila imprese ogni anno attraverso il credito di imposta per beni materiali e immateriali 4.0, e circa 10 mila imprese ogni anno per quello per ricerca, sviluppo e innovazione.

Inoltre, sono previste misure specifiche per le PMI, sia in ambito digitale sia in termini di politiche per l’internazionalizzazione e la competitività delle filiere. Ad esempio, per incentivare la crescita di competenze gestionali (per il digitale), verrà elaborato e sperimentato un modello di riqualificazione manageriale focalizzato sulle PMI (con programmi di formazione ad hoc, il coinvolgimento delle associazioni di categoria e l’utilizzo di modelli di diffusione incentrati su piattaforme digitali). Dal lato delle politiche industriali di filiera e di internazionalizzazione, invece, è previsto il rifinanziamento del Fondo 394/81 gestito da SIMEST, che consentirà di erogare risorse finanziarie dirette a investimenti che aiutino le PMI italiane a superare le barriere all’internazionalizzazione. Inoltre, il focus dedicato alle filiere produttive e, in particolare alle PMI, è incentrato sullo strumento dei Contratti di Sviluppo (operativo dal 2012), volto a finanziare investimenti strategici, innovativi, e progetti di filiera, con particolare attenzione alle regioni del Sud.

Institute of project management is presented in the form of bina

I PRESUPPOSTI PER UNA TRASFORMAZIONE DIGITALE DI SUCCESSO
Se sono i progetti di sostegno alla transizione digitale, all’innovazione e alla competitività del sistema produttivo a pesare maggiormente in termini di risorse assegnate, è importante sottolineare alcuni elementi imprescindibili per il successo della trasformazione digitale delle imprese italiane.

Diffondere cultura e competenze digitali tra i cittadini italiani: priorità a studenti e lavoratori
L’Italia è ultima in Europa nell’area Capitale Umano dell’indice DESI (Digital Economy and Society Index), con i cittadini italiani che mostrano importanti lacune in termini di competenze digitali. Secondo i dati Eurostat sul 2019, solo il 42% degli italiani possiede competenze digitali almeno di base e l’Italia fa peggio della media europea e degli altri grandi Paesi UE praticamente in ogni categoria, persino tra i giovani tra i 16 e i 24 anni, tra gli individui più istruiti e tra gli abitanti delle città.

Questo si riflette sul mondo imprenditoriale, che in Italia è caratterizzata rispetto alla media UE27 da una scarsa domanda di competenze ICT e, ove vi è richiesta, da una difficoltà a reperire le professionalità sul mercato.

Infatti, le PMI italiane che occupano specialisti ICT sono il 15% contro una media UE del 18% e quelle che sono alla ricerca di specialisti ICT sono il 4% contro una media UE27 del 7%; nella metà dei casi di chi è in cerca di tali competenze poi si dichiara una difficoltà a reperire ed attrarre tali professionalità.

Il PNRR alloca alla quarta missione “Istruzione e ricerca” 32,3 miliardi di euro, con gli obiettivi di ridurre in misura significativa le carenze strutturali che oggi caratterizzano l’offerta di servizi di istruzione, educazione e formazione e di rafforzare i sistemi di ricerca e la loro interazione con il mondo delle imprese e delle istituzioni. Il rafforzamento della formazione degli insegnanti, con attenzione alle competenze digitali, punta a colmare il divario che anche gli studenti italiani riportano rispetto agli studenti europei.

Digitalizzazione dell’ecosistema: non solo PMI, anche grandi imprese e PA
Coerentemente con i benefici in termini di crescita economica quantificati all’interno del PNRR, una ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI afferma che aumentare il livello di digitalizzazione delle PMI italiane fino al valore della media europea porterebbe ad un aumento del PIL tra il +0,7% ed il +1,6%. Tali guadagni di PIL sono raggiungibili però a condizione che la digitalizzazione coinvolga, oltre alle PMI, le grandi imprese, importanti attori di filiera assieme alle PMI, e le pubbliche amministrazioni, che giocano un ruolo centrale nell’ecosistema e sull’intero territorio.

Al fine di rendere il contesto favorevole a una transizione in chiave digitale, va nella giusta direzione la riforma strutturale della PA introdotta dal Piano che vede digitalizzazione e modernizzazione quali elementi cardine. Lo scopo è quello di migliorare l’accessibilità e l’efficienza dei servizi offerti a cittadini e imprese. Inoltre, sono previsti significativi investimenti in infrastrutture atte a garantire la copertura di tutto il territorio con reti a banda ultra-larga. Riconoscendo questo intervento quale condizione necessaria per consentire alle imprese di catturare i benefici della digitalizzazione, vengono stanziate risorse per 5,31 miliardi di euro.

Avvicinare le aziende al “pensare digitale”
Al fine di consentire la trasformazione digitale del tessuto produttivo italiano, oltre agli investimenti in infrastrutture e nell’efficientamento dei servizi pubblici, è fondamentale che tutto l’ecosistema contribuisca sinergicamente alla creazione di un ambiente favorevole al processo di digitalizzazione delle imprese, anche di quelle di piccole dimensione. È in questo solco che si inseriscono gli interventi previsti dal ramo della Missione 4 (dedicata a istruzione e ricerca), denominato “Dalla ricerca all’impresa”, a cui sono destinati poco meno di 12,5 miliardi. Risulta, infatti, essenziale far fronte sia alla ridotta domanda di innovazione da parte delle imprese, e delle PMI in particolare, sia alla limitata integrazione dei risultati della ricerca nel sistema produttivo. In particolare, sono previsti: il rafforzamento della ricerca e diffusione di modelli innovativi per la ricerca di base e applicata condotta in sinergia tra università e imprese; il sostegno ai processi di innovazione e trasferimento tecnologico; il potenziamento delle condizioni di supporto alla ricerca e all’innovazione.

Tra i numerosi interventi delineati, è significativo sottolineare il sostegno, anche attraverso un processo di riorganizzazione e razionalizzazione, di una rete di 60 centri (Centri di Competenza, Digital Innovation Hub, Punti di Innovazione Digitale) incaricati di sviluppare progettualità e di erogare alle imprese servizi tecnologici avanzati. Vengono, infatti, riconosciute alcune importanti aree di miglioramento che il sistema di trasferimento tecnologico in Italia ancora mostra. Oltre alla mancanza di una governance chiara all’interno di un sistema frammentato caratterizzato dalla presenza di troppi attori, si registra una bassa propensione alla cooperazione sia dal lato produttivo sia da quello accademico, che si traduce inevitabilmente in una scarsa attrattività dei centri esistenti. Il successo degli interventi prospettati in questo senso dal PNRR risulterebbe proficuo per il sistema produttivo italiano, e sarebbe ancora più importante per la performance delle PMI, come dimostrano esempi eccellenti quali la rete Fraunhofer tedesca.

L’IMPATTO DELLE MISURE
Gli investimenti previsti nel Piano dovrebbero avere un impatto significativo sulle principali variabili macroeconomiche. È stimato che nel 2026, l’anno di conclusione del Piano, il prodotto interno lordo sarà di 3,6 punti percentuali più alto rispetto all’andamento tendenziale e l’occupazione sarà maggiore di quasi 3 punti percentuali. Inoltre, sono attesi miglioramenti marcati negli indicatori che misurano i divari regionali, l’occupazione femminile e quella giovanile.

I presupposti affinché questa rivoluzione digitale avvenga non sono scontati: primo fra tutti l’immane lavoro che l’Italia dovrà intraprendere sulla diffusione di cultura e competenze digitali, su cui si registrano i maggiori ritardi rispetto agli altri Paesi. Le risorse allocate rappresentano “solo” il 14% del totale: sarà cruciale riuscire a destinarle alle azioni davvero prioritarie e, di conseguenza, riuscire a sfruttarle efficacemente.

In questa ambiziosa strategia per l’ammodernamento del Paese, alle imprese ed in particolare alle PMI, nella difficoltà del contesto attuale, viene riconosciuto un ruolo chiave per la ripresa e lo sviluppo del paese. Anche a loro sta, dunque, il compito di cogliere l’attimo.

Twitter @giorgia_sali