Reddito di cittadinanza e politiche attive: riforme o trappola della povertà

scritto da il 31 Maggio 2021

Sì, vi diranno che per via della pandemia, il reddito di cittadinanza si è rivelato uno strumento utile per il sostegno del reddito durante i lockdown. Ed è vero. Ma sapete il perché? Perché ovviamente anche il lavoro sommerso è stato colpito dalla crisi pandemica.

Tralasciamo però il ragionamento applicato al periodo che ancora stiamo vivendo e proviamo ad osservare i dati in un’ottica post-Covid.

Partiamo dai dati dell’Osservatorio dell’INPS.

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Nel grafico, che include anche i dati sulle pensioni di cittadinanza, si vede la crescita dei nuclei interessati. Nel 2020, sono state coinvolte nell’erogazione più di 3 milioni e settecentomila persone. Si tratta di un numero molto rilevante.

A fronte di questi numeri, la quota di nuclei revocati dal diritto è molto bassa, ma in crescita, mentre la quota di decaduti è più consistente. Naturalmente, essendo già passati ben più di diciotto mesi dall’inizio delle erogazioni, ci saremmo aspettati molte revocazioni e decadenze in più, ma ciò non è avvenuto sia perché il beneficio è rinnovabile sia perché le condizionalità sono state sospese per quattro mesi durante il 2020, a causa della pandemia. Inoltre, ricevere tre offerte “congrue” di lavoro – al rifiuto delle quali si perde l’erogazione – appare come un’utopia in tempi ordinari e diventa pura fantasia durante una pandemia.

Come si vede chiaramente dai seguenti grafici, la revoca o la decadenza per cumulo di rifiuto di offerte di lavoro non è nemmeno contemplata o rientra nelle voci “altro”.

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Quanto sopra, sarebbe già sufficiente a dimostrare il “peccato originale” della misura, volto a mescolare lotta alla povertà e politiche del lavoro. Un peccato frutto di meri calcoli elettorali, che ha creato un modello di assistenza distorsivo e nemico del lavoro stesso.

Ma vediamo anche i dati contenuti nell’ultima nota dell’ANPAL.

La nota ci conferma quanto sopra, aggravandolo. Mentre i beneficiari che sarebbero soggetti quantomeno a sottoscrivere un Patto per il lavoro sono poco più di un milione, solo il 31% di essi sono stati effettivamente presi in carico dai servizi per l’impiego. Quindi, non tutti i beneficiari sono ritenuti occupabili, per via di situazioni sociali complicate. Ma il sistema non riesce nemmeno a garantire il primo step agli idonei. Figuriamoci se riesce ad aiutarli a trovare un lavoro!

Naturalmente, poco da dire sugli squilibri territoriali, ben noti. Su più di un milione e seicentomila nuclei beneficiari, quasi un milione e centomila risiedono nel Sud e nelle Isole. Ma questo si sapeva già da prima dell’entrata in vigore della misura ed è legato al tema dei divari territoriali.

Quello che invece sconcerta e preoccupa maggiormente, riguarda la composizione anagrafica dei soggetti beneficiari soggetti al Patto per il lavoro.

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Al Sud, più del 40% dei soggetti ha meno di 29 anni. Se consideriamo tutti gli under 39, arriviamo al 57.3%. E preoccupa anche il trend, considerata la crescita del 5% degli under 29 rispetto a settembre 2020. I dati sono in crescita anche al Nord Nord-Ovest (+6.2%), ma con un a platea di beneficiari molto più ridotta.

Ma allora è questa la soluzione per arginare l’esodo dal Mezzogiorno? “Pensionando” i giovani con bassa istruzione? Si tratta di una trappola della povertà deleteria. I giovani non possono stare fermi per anni, hanno bisogno di formarsi e di lavorare. Ed è chiaro che il sistema pubblico attuale non è in grado di aiutarli in ciò.

Ecco perché appare necessario intervenire, al più presto, prima che milioni di persone che potrebbero lavorare si demotivino ulteriormente e perdano ogni capacità di trovare un’occupazione. Per tal motivo, si dovrebbero – con un periodo di transizione – far uscire dalla misura tutti i soggetti “occupabili”, ossia quelli con cui si è sottoscritto un Patto per il lavoro, in modo che il sostegno ritrovi l’unica mission che abbia un senso (la lotta contro la povertà). Contestualmente, tutti i risparmi generati andrebbero investiti direttamente nelle politiche attive, attraverso la rete pubblica e privata, andando a rafforzare la corrispondente voce (missione 5, M5C1) del PNNR.

Twitter @frabruno88