Referendum, propositivo e senza quorum perché serva a qualcosa

scritto da il 04 Giugno 2021

L’autore di questo post è Costantino Ferrara, vice presidente di sezione della Commissione tributaria di Frosinone, già giudice onorario del Tribunale di Latina, presidente Associazione magistrati tributari della Provincia di Frosinone –

Dal primo luglio, Lega e Radicali inizieranno nelle piazze la raccolta delle firme per un referendum sulla giustizia. Lo scopo dichiarato è quello di formulare almeno cinque quesiti referendari, aventi ad oggetto la separazione delle carriere, la riforma del Consiglio superiore della magistratura (Csm) e della custodia cautelare; e, in sostanza, per porre ammenda a quelle situazioni ormai venute alla luce con il caso Palamara.

Pur trovandomi d’accordo grosso modo sui temi e sulla necessità di intervenire, mi sorprende non poco che un politico navigato come il leader del Carroccio possa peccare di ingenuità e cadere nella trappola dei referendum. A parte che alcuni quesiti, oggetto di tali referendum, possono essere facilmente vanificati dalla Corte Costituzionale (che li dichiari inammissibili), ma al di là di questo, alla base va fatta una considerazione politica e morale sul referendum, in quanto, almeno in Italia, per la sua stessa conformazione, rappresenta un mero specchietto per le allodole, lasciando il tempo che trova: si tratta di una misura, così come è concepita, dispendiosa e purtroppo inutile.

La Lega e gli altri partiti “esperti”, pronti per la raccolta delle firme, dovrebbero semmai percorrere altre strade per raggiungere quell’obiettivo, anziché incanalarsi nel buco nero del referendum, di cui mi appresto a spiegare i motivi.

Con il referendum, il popolo viene investito in prima persona su una specifica questione, esprimendosi in maniera diretta anziché indiretta, come avviene, ad esempio, eleggendo i propri rappresentanti.

Lo strumento del referendum, tuttavia, è attualmente vigente in maniera del tutto depotenziata nel nostro paese, dove ne esistono 3 tipologie: abrogativo, costituzionale e territoriale.

Con il referendum abrogativo, il popolo ha la possibilità di abrogare in modo totale o parziale una legge o un atto avente valore di legge. Con il referendum costituzionale, invece, il popolo è chiamato a “confermare” una legge costituzionale, entro 3 mesi dall’avvenuta pubblicazione. Infine, col referendum territoriale, si disquisisce sulla possibilità di fusione di Regioni o di creazione di nuove Regioni tramite legge costituzionale, oppure del passaggio di Province e Comuni da una Regione all’altra.

Manca, invece, la possibilità di “decidere qualcosa” in concreto, cosa che si potrebbe realizzare introducendo il cosiddetto “referendum propositivo”.

Emblematica risulta in tal senso la vicenda occorsa alla fine degli anni 80, con il referendum che si tenne l’8 novembre 87, circa la responsabilità civile dei magistrati: in quel caso, con un plebiscito pari all’80%, l’elettorato sii pronunciò in favore dell’abrogazione del Dpr n. 497/1987, limitativa della responsabilità civile dei magistrati.

A breve distanza dalla consultazione, tuttavia, venne approvata la legge 13.4.1988, n. 117 (responsabilità civile dei magistrati), che tuttora disciplina la materia. Normativa che ha di fatto ignorato l’intento dei promotori del referendum abrogativo, prevedendo una responsabilità diretta dello Stato e soltanto indiretta del magistrato, previa rivalsa dello Stato stesso. E solo per dolo o colpa grave (art. 2, comma 3). Il dettato e l’applicazione della l. 117/88 e i numeri conseguenti dimostrano come il risultato referendario sia stato tradito. La responsabilità civile dei magistrati è, di fatto, solo virtuale e non reale. Non sfugge ai numeri, infatti, il fallimento completo dell’attuale sistema: su 544 cause depositate contro lo Stato per responsabilità civile dei magistrati dal 2010 al 2021, sono state depositate 129 sentenze emesse finora, di cui solo otto condanne. In termini percentuali, parliamo dell’1,4% per cento. Non ci vuole un genio per capire, da questi numeri, che qualcosa non va. I numeri testimonierebbero una sorta di “infallibilità” del sistema giustizia. O, più propriamente, un’incapacità del sistema di controllo.

L’esempio di cui sopra serve però per sottolineare in maniera convinta la pressoché inutilità di un referendum solo abrogativo, con possibilità di essere “sterilizzato”, quanto ai suoi effetti concreti, dal legislatore o addirittura, peggio ancora, ignorato del tutto.

Per ovviare a tale menomazione, esiste il referendum propositivo, che è invece uno strumento di democrazia diretta con cui gli elettori possono letteralmente sostituirsi al legislatore, sostenendo e promuovendo iniziative concrete. Una misura di questo genere, ovviamente, andrebbe calibrata in maniera opportuna, non è pensabile che tale strumento investa ogni materia (si pensi alle odiate tasse!) e che vi si possa ricorrere con troppa facilità.

INAUGURAZIONE ANNO GIUDIZIARIO

Il problema è che gran parte degli aventi diritto al voto, secondo chi critica, non ha le competenze per esprimersi a ragione su determinati temi e potrebbe decidere semplicemente in base all’istinto o alle indicazioni del suo partito, prestandosi così a iniziative sconsiderate frutto di campagne demagogiche.

Ma, è qui il paradosso, non sembra, almeno a parere di chi scrive, che la gran parte dei rappresentanti chiamati a svolgere le funzioni istituzionali abbiano essi stessi grosse competenze in materia. Non è più il tempo in cui la politica era fatta da statisti veri, profili di alto livello e dal bagaglio di competenze importante.

Oggi queste mansioni vengono svolte dalla cosiddetta “gente comune”. Allora, ci si chiede, se le decisioni le devono prendere gli ex dj o gli ex bagarini (senza voler recare offesa ad alcuna categoria), ovvero gente che faceva quelle professioni e che ha smesso soltanto perché si è trovata immessa in un incarico politico, sarebbe così scandaloso pensare che quelle stesse decisioni le possano prendere anche gli attuali dj, o gli attuali bagarini, pure con la “mitigazione” dalla partecipazione collettiva?

Il tema delle non competenze in capo al popolo non regge più, perché le competenze mancano anche ai piani alti.

Altri detrattori criticano anche un possibile clima politico da campagna elettorale continua generato da questo strumento, e le eventuali spese derivanti da questi continui referendum. Ogni volta che c’è una consultazione, bisogna allestire gli spazi, pagare gli scrutatori e persone addette alla sicurezza.

E sotto tale profilo è chiaro che la cosa andrebbe regolamentata a dovere, per evitare un utilizzo smodato e improprio dello strumento. D’altronde, per ogni “strumento” è così, si regolamenta la materia proprio per evitare distorsioni e, aggiungiamo, che il referendum serve per coprire le inefficienze del legislatore: se chi di “dovere” compie il proprio “dovere”, non serve fare il referendum.

Semmai, sono le attuali regole che disciplinano il referendum ad essere discutibili, c’è uno squilibrio numerico: da un lato, per proporlo basta raccogliere 500 mila firme, dall’altro, però, lo stesso non passa se non affluisce alle urne il 50% + 1 dei votanti, che è un quorum ormai anacronistico rispetto ai numeri attuali e, per di più, offre uno strumento determinante al partito detrattore del referendum, che invece di incitare il proprio elettorato a votare “no”, lo invita semplicemente a restare a casa (scelta comoda per l’elettore e quindi ancor più appetibile), boicottando di fatto l’intera iniziativa.

La mia proposta, quindi, è quella di introdurre un referendum propositivo, opportunamente calibrato in maniera da evitarne usi distorti e troppo frequenti (ma allo stesso tempo eliminando il quorum minimo di votanti), per rafforzare la voce del popolo e dare allo stesso uno strumento più incisivo rispetto alla mera possibilità di abrogare norme o eleggere i propri rappresentanti. Proprio perché tali rappresentanti, è un dato di fatto, non sempre (non più) sono all’altezza dei compiti che sono chiamati a svolgere.

Vox populi, vox dei. Riprendendo l’arcinota locuzione latina, che letteralmente significa “la voce del popolo è la voce di Dio”, l’auspicio è che questa voce del popolo, voce di Dio, non rimanga soltanto una preghiera.