Green finance e greenwashing, può bastare una carbon tax europea?

scritto da il 02 Novembre 2021

Post di Antonio Lanotte, dottore commercialista e revisore legale, membro/delegato dell’Organization for Climate & Circular Economy  –

La Direttiva Comunitaria 2014/95/EU, denominata anche Direttiva sulla rendicontazione non finanziaria (NFRD) – stabilisce le regole sulla divulgazione di informazioni non finanziarie e sulla diversità da parte di alcune grandi aziende. La Direttiva richiede a certe grandi aziende di divulgare informazioni sul modo in cui operano e gestiscono le sfide sociali e ambientali. Tutto questo aiuta gli investitori, le organizzazioni della società civile, i consumatori, i politici e gli altri stakeholders a valutare la performance non finanziaria delle grandi aziende e incoraggia queste aziende a sviluppare un approccio responsabile al business.

Al fine di affrontare queste carenze, la prevista revisione della NFRD cerca quindi di:

• assicurare che gli investitori abbiano accesso ad adeguate informazioni non finanziarie dalle aziende in modo da poter prendere in considerazione i rischi, le opportunità e gli impatti legati alla sostenibilità nelle loro decisioni di investimento;

• garantire che le organizzazioni della società civile, i sindacati e altri abbiano accesso ad adeguate informazioni non finanziarie da parte delle aziende per poterle ritenere responsabili del loro impatto sulla società e sull’ambiente; e

• ridurre l’onere non necessario per le imprese per quanto riguarda la rendicontazione non finanziaria.

Il 21 aprile 2021, la Commissione ha adottato una proposta di Direttiva denominata Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) che modificherebbe gli attuali requisiti di reporting della NFRD. La proposta estende il campo di applicazione a tutte le grandi società e a tutte le società quotate sui mercati regolamentati (eccetto le micro-imprese quotate) richiede l’audit (garanzia) delle informazioni riportate, introduce requisiti di reporting più dettagliati e un requisito di reporting secondo gli standard obbligatori di sostenibilità dell’UE che richiede alle società di “etichettare” digitalmente le informazioni riportate, di modo che possano essere lette e integrate all´interno di un sistema completamente digitale denominato: “The European single access point envisaged in the capital markets union action plan”, ovvero il punto di accesso al mercato dei capitali dell´Unione Europea. La proposta di Direttiva denominata “Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD)” prevede l’adozione di reportistica di sostenibilità standard all´interno dell’UE. Gli standard saranno sviluppati dal Gruppo consultivo europeo sull’informativa finanziaria (EFRAG). Gli standard saranno adattati alle politiche dell’UE, in conformità alle iniziative internazionali di standardizzazione.

La tassonomia UE per le attività sostenibili: la metodologia ESG
Per raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici dell’UE per il 2030 e raggiungere gli obiettivi del Green Deal europeo, è fondamentale indirizzare gli investimenti verso progetti e attività sostenibili. L’attuale pandemia di COVID-19 ha rafforzato la necessità di reindirizzare i flussi di capitale verso progetti sostenibili al fine di rendere le nostre economie, imprese e società, in particolare i sistemi sanitari, più resistenti agli shock e ai rischi climatici e ambientali con chiari benefici per la salute. La tassonomia dell’UE è un sistema di classificazione che stabilisce una lista di attività economiche ambientalmente sostenibili.

La tassonomia dell’UE è un importante strumento per aumentare gli investimenti sostenibili e per implementare il Green Deal europeo. In particolare, fornendo definizioni appropriate alle aziende, agli investitori e ai politici su quali attività economiche possono essere considerate ambientalmente sostenibili, ci si aspetta di creare sicurezza per gli investitori, proteggere gli investitori privati dal fenomeno del greenwashing, aiutare le aziende a pianificare la transizione, mitigare la frammentazione del mercato e infine aiutare a spostare gli investimenti dove sono più necessari.

A tal riguardo la metodologia ESG combina un approccio accademico e scientifico per valutare e monitorare la posizione strategica a lungo termine di un’azienda, la gestione operativa e il comportamento reale quando si tratta di società, ambiente e mercati.
La metodologia ESG indica pertanto:

“E” sta per Strategia ambientale (valutazione), politica e sistema di gestione. Impatto ambientale specifico dell’industria dei processi produttivi e dei prodotti;

“S” di strategia e politica sociale: valutazione della qualità delle relazioni dell’azienda con i suoi stakeholders (clienti, concorrenti, dipendenti, management, enti pubblici e regolatori, azionisti, creditori, governo locale e istituzioni internazionali), posizionamento sul mercato e analisi dei concorrenti;

“G” per struttura di governance: valutare sia le questioni di mercato che quelle di gestione interna, identificando la struttura degli organi di governo dell’azienda, le sue principali caratteristiche operative, così come le specificità politiche e normative/legali del paese di appartenenza dell’azienda.

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Gli standard di emissione di green bond europei e della carbon tax per contrastare il fenomeno del greenwashing
La proposta della Commissione europea, per uno standard di obbligazioni verdi dell’Unione europea, pubblicata lo scorso 6 luglio, arriva in un momento in cui l’emissione di obbligazioni verdi o green bond è in piena espansione, con la maggior parte delle emissioni e degli scambi all’interno dell’UE. La domanda di tali attività da parte degli investitori è altrettanto forte, anche se ci sono sempre più preoccupazioni per il fenomeno del greenwashing – con riguardo in particolar modo all´impatto ambientale dei progetti sottostanti finanziati dalle obbligazioni. Le pratiche dubbie di alcuni emittenti potrebbero minare l’intero mercato.

Lo standard dei green bond dell’UE potrebbe non diventare effettivo per un po’ di tempo, tuttavia la proposta della Commissione potrebbe fare molto per indirizzare gli investitori verso obbligazioni e progetti di qualità superiore. Se usato ampiamente, potrebbe emergere una nuova classe di attività nei mercati globali dei capitali.

Un green bond è un’obbligazione tradizionale in cui i proventi dell’emissione sono utilizzati per un progetto che soddisfa alcuni criteri ambientali prestabiliti, vedi criteri ESG già in precedenza esaminati. Tuttavia, le definizioni di quali attività sono sostenibili sono spesso confusionarie o in conflitto tra di loro. Lo standard dei green bond dell’UE affronterebbe questi problemi intrinseci con un rigoroso regime di trasparenza e supervisione. Solo i progetti che sono in linea con la tassonomia dell’UE delle attività sostenibili sarebbero ammissibili per il finanziamento, e gli emittenti dovrebbero fornire informazioni aggiuntive al momento dell’emissione, e successivamente attraverso relazioni regolari sull’uso dei proventi e il loro impatto. Fondamentale inoltre è il ruolo dei revisori esterni supervisionati dalla European Securities and Markets Authority (ESMA), deputati a firmare un progetto di emissione di un green bond UE.

I green bond pertanto, saranno una parte cruciale del finanziamento della transizione a basse emissioni di carbonio, data la loro tipica lunga durata e le tipiche strutture di rimborso (piano di ammortamento), che si adattano bene ai grandi progetti infrastrutturali. L’uso dell’etichetta dei green bond, la cosiddetta green label dell’UE sarà volontario, quindi la misura in cui gli investitori la useranno e mobiliteranno il capitale per la transizione a basse emissioni di carbonio dovrà essere una misura del suo successo/rendimento.

Tuttavia lo standard finora descritto è destinato a definire anche un quadro per le attività verdi, e perciò sostenibili, suscettibili di avere un maggior successo sul mercato dei capitali. I fondi obbligazionari verdi e la cartolarizzazione dei prestiti bancari verdi potrebbero inoltre mobilitare ulteriori fondi, ma questo dipenderà dall’esistenza di uno standard uniforme tra i diversi emittenti e i diversi Stati Membri.

La carbon tax europea, infine, dovrebbe entrare in vigore a partire dal 2026. Si applicherà ai settori del cemento, siderurgia, alluminio, fertilizzanti e produzione di energia. In questo modo:

• Gli importatori UE di merci coperte dalla carbon tax alla frontiera si registrano presso le autorità nazionali dove possono anche acquistare i certificati CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism). Il prezzo dei certificati sarà calcolato in base al prezzo medio settimanale dell’asta delle quote EU ETS espresso in euro per tonnellata di CO2 emessa;

• L’importatore UE deve dichiarare entro il 31 maggio di ogni anno la quantità di merci e le emissioni incorporate nelle merci importate nell’UE durante l’anno precedente;
Allo stesso tempo, l’importatore consegna il numero di certificati della carbon tax alla frontiera che corrisponde alla quantità di emissioni di gas a effetto serra incorporate nei prodotti;

• Se gli importatori possono provare, sulla base di informazioni verificate da produttori di paesi terzi, che un prezzo del carbonio è già stato pagato durante la produzione delle merci importate, l’importo corrispondente potrà essere dedotto dalla loro fattura finale.

Email antonio.lanotte@i-con.it

Twitter: @alanotte23

 

NOTE

1. L’obiettivo della NFRD è quindi quello di aumentare la trasparenza delle informazioni sociali e ambientali fornite dalle imprese di tutti i settori a un livello altrettanto elevato in tutti gli Stati membri e quindi di migliorare la divulgazione di informazioni non finanziarie da parte di alcune grandi imprese. Le regole dell’UE sulla rendicontazione non finanziaria si applicano attualmente alle grandi aziende di interesse pubblico con più di 500 dipendenti. Questo copre circa 11.700 grandi aziende e gruppi in tutta l’UE, tra cui:
• società quotate:
• banche:
• compagnie di assicurazione;
• altre società designate dalle autorità nazionali come enti di interesse pubblico.
Secondo la Direttiva 2014/95/UE, le grandi aziende devono pubblicare informazioni relative a
• questioni ambientali;
• questioni sociali e trattamento dei dipendenti;
• il rispetto dei diritti umani;
• anticorruzione e corruzione;
• la diversità nei consigli di amministrazione delle società (in termini di età, sesso, background educativo e professionale).

2. La prima serie di standard sarà adottata entro ottobre 2022.

3. La responsabilità delle imprese, ovvero corporate responsibility, gioca un ruolo chiave nell’evidenziare le debolezze nascoste. In effetti, i numerosi indicatori delle relazioni annuali offrono una seconda chiave di lettura delle imprese, che sono ormai comparabili in termini assoluti all’interno di un settore e soprattutto nel tempo. L’andamento di certi indicatori offre un’analisi complementare, spesso non ancora integrata nel bilancio. In questo contesto, la Responsabilità Sociale d’Impresa (ISR) è una straordinaria fonte d’informazione per prevedere i rischi e le opportunità delle imprese, in particolare nelle loro relazioni con i loro stakeholders quali: dipendenti, fornitori, clienti, comunità locali, azionisti, qualunque sia il loro settore di attività.