La salute psicologica dei dipendenti e le responsabilità dell’azienda

scritto da il 23 Febbraio 2023

Post di Mario Alessandra, Fondatore e Amministratore Delegato di Mindwork, società che si occupa di benessere psicologico per le aziende –  

La salute psicologica dei lavoratori è intrinsecamente legata al clima organizzativo. Un’evidenza nota in psicologia da quasi cent’anni, che è stata riconosciuta anche dalla giurisprudenza italiana.

La Cassazione, finalmente, sulla salute psicologica al lavoro

Con le sentenze n.29611 dell’11 ottobre 2022 e n.31514 del 25 ottobre 2022, infatti, la Cassazione si è espressa sui danni alla salute psicologica, dichiarando indennizzabili quelli causati dall’organizzazione del lavoro e dal clima relazionale in cui si lavora. A impattare sul benessere delle persone, non sono dunque solo le singole mansioni (come nel caso di infortuni), ma anche le variabili sistemiche. Si riconosce così il ruolo dell’azienda nell’insorgenza di disturbi come ansia e depressione.

Un traguardo importante, che però sorprende sia arrivato solo ora.

Gli studi di Elton Mayo dal 1927

Risalgono infatti ad Elton Mayo i primi studi sul ruolo dei fattori organizzativi sulla salute psicologica e sulla produttività.

A partire dal 1927, Mayo condusse quasi 20.000 interviste ai dipendenti della Western Electric di Chicago, indagando l’atteggiamento verso il lavoro e le dinamiche interne alla fabbrica. Successivamente, si dedicò ad alcuni esperimenti per esplorare il ruolo delle dimensioni organizzative, intervenendo su: illuminazione, modalità di lavoro, pause, sistema retributivo e così via. Più le condizioni miglioravano, maggiormente aumentavano soddisfazione, benessere e produttività. Ecco dunque dimostrata la correlazione oggetto delle due recenti sentenze della Cassazione.

Gli esperimenti di Mayo andarono addirittura oltre: i benefici furono sperimentati anche nei gruppi di controllo che, in quanto tali, non avevano fatto esperienza diretta delle migliorie da lui introdotte. Aspetto, quest’ultimo, che portò a un’altra serie di conclusioni, oggi conosciute come effetto Hawthorne.

Suprema Corte, Psicologia e Inail

Grazie a questi studi, in Psicologia è noto da sempre che le condizioni organizzative e relazionali impattano sulla salute psicologica dei dipendenti. Quello che mancava, era un riconoscimento giuridico, che a ottobre scorso è finalmente arrivato.

La Cassazione ha infatti stabilito che l’Inail si trova a dover indennizzare tutte le malattie – fisiche o psichiche – la cui origine è riconducibile alla prestazione lavorativa, sia che questo riguardi la prestazione stessa, sia che dipenda dall’organizzazione del lavoro. Non facendo – di fatto – più alcuna distinzione tra questi due aspetti e allargando l’indennizzo anche a quelle malattie che non risultano tra i rischi tabellati. A patto che sia dimostrato il nesso di causa tra le modalità di lavoro e la malattia.

Come spiega il giuslavorista Giorgio Manca, Partner e Co-head of Employment di DWF Italy:

“Quello enunciato dalle due sentenze in esame è un principio molto significativo sul piano tecnico”.

La salute e l’organizzazione del lavoro: la prova

La Corte di Cassazione ha confermato, infatti, come la malattia professionale sia indennizzabile dall’INAIL anche quando non sia contratta come conseguenza delle specifiche lavorazioni svolte dall’azienda, ma derivi dall’organizzazione del lavoro e dalle sue modalità di esplicazione (è molto significativo, in particolare, il riferimento al concetto di ”organizzazione del lavoro” quale possibile agente patogeno).

In buona sostanza, rileva non soltanto il rischio specifico proprio della lavorazione, ma anche il c.d. “rischio specifico improprio”, ossia quello non strettamente insito nell’atto materiale della prestazione ma in qualche modo collegato con la prestazione stessa.

Secondo i giudici della Corte di Cassazione, quindi, non può escludersi la copertura dell’assicurazione obbligatoria ogni qual volta il lavoratore sia in grado di provare l’origine professionale della malattia, cioè il nesso causale tra quest’ultima e l’ambiente di lavoro.

Le imprese e la riflessione da avviare

Credo che queste due pronunce, che in realtà “chiudono il cerchio” rispetto a un tema già commentato da altre sentenze in passato, rendono urgente, per le imprese, una riflessione sul tema dell’organizzazione del lavoro e, in particolare, sulla necessità di attuare, in anticipo, politiche specifiche volte a favorire il benessere psicologico dei dipendenti.

Il rischio, peraltro, è quello che il datore di lavoro sia chiamato a rispondere per il c.d. “danno differenziale”, cioè a risarcire la quota di danno non coperta dall’indennizzo riconosciuto dall’INAIL.

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Immagine di Tom Pumford per Unsplash

La salute in azienda e i rapporti interpersonali

Individuata la correlazione, quello che è opportuno comprendere è come poter intervenire per mitigare il rischio di insorgenza di malattie legate al clima organizzativo e relazionale.

A tal proposito, appare evidente la necessità di agire su più livelli: non solo sulle modalità di lavoro, ma anche sui rapporti interpersonali e sulle capacità di coping individuali.

Diventa pertanto essenziale dotare l’azienda di strumenti di ascolto, che consentano di supportare i dipendenti, prevenire criticità e, soprattutto, promuovere il loro benessere. La Psicologia, infatti, ancor prima che curare, ha il dovere e il potere di favorire lo stare bene.

La leadership parte del problema (o della soluzione)

Strumenti di questo tipo sono funzionali solo se accompagnati dall’impegno dell’azienda di comunicare la loro presenza in maniera massiva, adattando la comunicazione alla specificità del contesto organizzativo (blue collar-white collar, generazioni, etc.). Il rischio, altrimenti, è offrire un servizio percepito come di circostanza. Per evitare ciò, è opportuno investire nella formazione al benessere psicologico, rivolta tanto all’intera popolazione, quanto alla leadership. Quest’ultima dimensione, infatti, è quella che più delle altre può fare la differenza, tanto in negativo, quanto in positivo. Manager e leader, possono essere parte del problema, oppure della soluzione.

Secondo uno studio del The Workforce Institute, che ha coinvolto dieci diversi paesi, quasi il 70% delle persone dichiara che il proprio responsabile ha un impatto sulla propria salute psicologica più alto del proprio terapista o medico. Un impatto assimilabile a quello del proprio partner. Ecco dunque l’influenza di leader e responsabili nel far star bene – o male – i propri collaboratori.

Capi a misura di benessere psicologico

Diventa pertanto imprescindibile formare il management a una leadership a misura di benessere psicologico, affinché le persone non siano solo messe in grado di lavorare bene, ma anche di sentirsi bene. Aspetto, quest’ultimo, che risulta per altro indispensabile per garantire il primo. Solo così, responsabili e leader possono essere parte della soluzione. E con loro, quelle aziende che scelgono di investire nel benessere psicologico delle proprie persone, comprendendo il ruolo fondamentale che hanno clima organizzativo e condizioni di lavoro.