Rischi ESG: la governance tra compliance anticorruzione e indagini interne

scritto da il 21 Marzo 2023

Post di Alessandro Borrello, senior associate di Hogan Lovells, Studio Legale Internazionale e Francesca Rolla, Partner di Hogan Lovells, Studio Legale Internazionale –

Secondo i dati diffusi il 31 gennaio 2023 da Transparency International, nell’ultimo anno l’Italia ha registrato un ulteriore miglioramento nella classifica dell’indice della percezione della corruzione 2022, attestandosi al 41° posto su una classifica di 180 paesi.

A fronte di questo trend positivo, l’impegno delle istituzioni nella lotta alla corruzione resta elevato. Lo dimostrano, tra l’altro, l’adozione di leggi tese a una sempre maggiore trasparenza in svariati settori industriali (si pensi al Sunshine Act in materia di rapporti tra imprese e soggetti che operano nel settore della salute e alla recentissima attuazione della Direttiva UE sul whistleblowing) e il costante ampliamento dei poteri dell’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione), ora deputata a ricevere, in taluni casi, le segnalazioni esterne di dipendenti (anche) del settore privato.

Armare la governance aziendale

È quindi facile comprendere perché in Italia, così come nel mondo, le grandi società hanno da tempo riconosciuto l’importanza di armare la governance aziendale con programmi di compliance anti-corruzione: programmi che – se effettivamente aggiornati, testati e attuati (se, in altre parole, non rimangono soltanto su carta) – possono concretamente aiutare le aziende nella gestione dei numerosi rischi, legali e reputazionali.

In questo contesto, un tema ricorrente è se, e fino a che punto, i programmi di compliance di cui si è appena detto (e più in generale la governance aziendale) possano essere declinati per gestire le crescenti aspettative e i correlati obblighi connessi al mondo emergente dei rischi ESG.

Gestione dei rischi ESG, una priorità

In un sondaggio recentemente condotto dallo studio Hogan Lovells con la partecipazione di oltre 600 compliance specialist delle maggiori multinazionali mondiali, l’82% degli intervistati ha confermato di considerare la gestione dei rischi ESG come una priorità (attuale e del prossimo futuro); l’81% è sicuro che l’adozione di programmi di compliance specificamente dedicati alla gestione dei rischi ESG impattino positivamente sulla reputazione della propria azienda.

I rischi ESG (acronimo di Environmental, Social, Governance) sono riconducibili a problematiche ambientali, sociali e di governance che hanno un impatto negativo sull’andamento di un’impresa: essi derivano da comportamenti non etici o illegali delle aziende, come la violazione dei diritti umani e (proprio) la corruzione. A tale ultimo proposito, si consideri che molti tra gli standard ESG più consolidati fanno esplicito riferimento alla lotta anti-corruzione: è questo il caso dei principi dettati dal Global Compact delle Nazioni Unite che, nell’incoraggiare le imprese a creare un quadro economico, sociale ed ambientale sostenibile e rispettoso dei criteri ESG, richiede alle imprese di proprio di “contrastare la corruzione in ogni sua forma” (cfr. Principio n. 10).

ESG

(Elnur – stock.adobe.com)

La gestione dei rischi ESG e la supply chain

Per la gestione di tali rischi, il primo compito a cui sono chiamate le imprese è quello di adoperarsi per riconoscere (e identificare) preventivamente l’impatto che la propria attività può avere sui fattori ambientali e sociali. Non si tratta di una verifica statica o immediata: da un lato perché l’individuazione e la gestione dei rischi ESG richiedono di assumere iniziative in un territorio relativamente inesplorato, con leggi e standard regolatori non ancora pienamente sviluppati; dall’altro perché è sempre più evidente che una analisi efficace della possibile esposizione a violazioni ESG non riguarda soltanto la struttura dell’impresa in sé per sé considerata, ma anche la supply chain in cui essa opera.

Si pensi alla proposta di direttiva EU sulla Corporate Sustainability Due Diligence che, sul solco di interventi normativi di numerosi Stati Membri come Francia e Germania, mira a imporre nuovi obblighi armonizzati di due diligence in capo alle imprese, richiedendo alle aziende di identificare, prevenire e mitigare gli impatti negativi della supply chain in cui esse operano sui diritti umani e sull’ambiente. Il legislatore europeo ritiene infatti che la crescita delle supply chain internazionali, se da un lato ha portato benefici economici ai paesi in via di sviluppo, dall’altro ha determinato anche alcune gravi conseguenze negative in termini, ad esempio, di violazioni dei diritti umani, sfruttamento del lavoro, danni ambientali e aumento del rischio di attività corruttive.

I programmi di compliance anti-corruzione esistenti

In quest’ottica, considerata la stretta interconnessione tra possibili violazioni ESG ed esposizione al rischio di attività corruttive, si ritiene che i programmi di compliance anti-corruzione già esistenti possano senz’altro correre in aiuto delle imprese nel raggiungimento dei propri obiettivi, di verifica e rispetto, della sostenibilità e dei diritti umani, anche nell’ambito della propria supply chain. In effetti, i programmi di compliance volti alla prevenzione della corruzione sono caratterizzati dalla forte attenzione sull’analisi del rischio, sulla trasparenza e sulla buona governance: ciò consentirà alle imprese di integrarli con le procedure per la gestione dei rischi ESG o di utilizzarli come base per costruire programmi ad hoc dedicati alla gestione e prevenzione di tali rischi.

Il sondaggio condotto da Hogan Lovells ha rivelato che la pensa così anche la maggioranza dei compliance officers intervistati: il 70% ritiene infatti che i programmi anti-corruzione e la gestione dei rischi ESG debbano essere necessariamente allineati e integrati.

Prevenire i rischi ESG: le indagini interne

Un utile strumento a disposizione delle imprese per la prevenzione e gestione dei rischi ESG è quello delle indagini interne, si tratta dell’autonoma iniziativa dell’impresa volta a verificare, tipicamente col supporto di legali esterni, il grado di compliance della propria struttura organizzativa e l’esistenza di potenziali illeciti: ciò avviene attraverso attività che includono l’analisi di documentazione e procedure interne e interviste ai dipendenti.

Il ricorso alle indagini interne è un fenomeno largamente diffuso all’estero e il loro utilizzo è destinato ad aumentare esponenzialmente in Italia anche in ragione della recentissima attuazione della direttiva UE sul whistleblowing (avvenuta con d.lgs. n. 24 del 10 marzo 2023). In effetti, le segnalazioni che le imprese ricevono dai propri dipendenti riguardano sempre più spesso questioni ESG, come timori relativi alla sostenibilità ambientale dell’azienda, lacune sui temi della diversità e inclusione, sulla salute e, più in generale, sul benessere dei dipendenti.

Strumento utile per scoprire comportamenti scorretti, ma non solo

Un efficace programma di prevenzione e gestione dei rischi ESG può dunque essere arricchito dall’uso adeguato delle indagini interne, che possono consentire al management di ottenere informazioni chiave su come la cultura aziendale si pone rispetto ai temi ESG. Si tratta di uno strumento utile non solo per scoprire eventuali comportamenti scorretti, ma che ben si presta per valutare, in via preventiva, i rischi ESG cui l’azienda è esposta: sulla base degli elementi raccolti attraverso le indagini interne, infatti, l’impresa potrà compiere efficaci gap analysis e, di conseguenza, riadattare i propri programmi di compliance e le procedure interne in tema di ESG.