Altruismo sì ma come: fare del bene fa bene, se fatto bene

scritto da il 18 Giugno 2023

Post di Silvano Joly, young boomer torinese, Business Development Director di Altea Federation. Già Manager presso Innovation Leader come PTC, Reply, Sap, Dassault Systemes, Centric Software, Syncron e in Aziende pre-IPO, collabora con varie Università Italiane ed è mentore pro-bono di start-up high-tech, oltre che amico da sempre della Piccola Casa della Provvidenza (Cottolengo), il più antico istituto dedicato all’assistenza di persone con gravi disabilità –

“Un giorno, uno studente chiese all’antropologa Margaret Mead quale fosse il primo segno di civiltà in una cultura. Tutti nell’aula si aspettavano che la Professoressa rispondesse parlando del fuoco, di ami, pentole di terracotta, macine per il grano al limite lance, frecce o clave.

Invece la Mead disse che il primo segno di civiltà nel mondo era un femore rotto, poi guarito. Spiegò che nel regno animale, chi si rompe una gamba, muore. Non può più cacciare, né scappare dal pericolo, andare a bere al fiume. Preda o predatore, con una frattura sei solo carne per gli altri animali che si aggirano intorno a te. Infatti, tranne l’uomo, nessun animale sopravvive a una gamba rotta abbastanza a lungo perché l’osso guarisca.

Quindi un femore guarito è la prova che qualcuno è stato accanto a chi era caduto, ne ha curato la ferita in un luogo sicuro, lo ha aiutato a riprendersi.

Mead concluse dicendo che “aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia. Noi siamo al nostro meglio quando serviamo gli altri. Essere civili è questo”.

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L’ antropologa Margaret Mead

Altruismo, quando è un fenomeno “istantaneo”

Mi è tornata mente la Professoressa Mead, alla quale viene attribuita anche la creazione del termine “semiotica”, in questi giorni di mobilitazione: abbiamo visto lo straordinario servizio reso dalle migliaia di volontari accorsi in Emilia-Romagna a “dare una mano” a popolazioni e aziende messe in ginocchio dall’alluvione, molti inquadrati e organizzati da organizzazioni come la Protezione Civile, la Croce Rossa, i Vigili del Fuoco ma altrettanti erano “avventizi” che – spinti da un istinto, da un primordiale desiderio di non stare a guardare – si sono sentiti chiamati a dare una mano. Anche la guerra Ucraina aveva portato un Natale fuori stagione, visto molti raccogliere cibo e coperte, altri partire con un pulmino per portare questi materiali fino in Polonia, sentendosi un po’ più buoni. Almeno per un po’.

Sono stati e sono bei segni di altruismo e civiltà, ma in modalità “flash mob”, istantanei, estemporanei non parte di un processo o di una vera e propria dedizione ad una o all’altra causa. Un altro esempio sono le iniziative aziendali, quelle scolastiche che vedono tanti uniti a pulire una spiaggia, visitare un ospedale, fare una colletta alimentare ma solo per un giorno, il tempo di un post su Linkedin o Instagram…

Solidarietà e beneficenza andrebbero praticate come lo sport: si deve andare in palestra tutto l’anno e con metodo, non solo quando si avvicina la “prova costume”. Invece attenzione e partecipazione al sociale sono per molti un fattore emotivo, del resto aiutare chi è in difficoltà fa bene, al nostro umore e alla nostra mente.

L’ altruismo può essere una “routine di benessere”?

Ma non sarebbe meglio essere costanti, diventare “dipendenti” dal fare bene, evolvendo nel senso civile descritto dalla Mead? O semplicemente perché – come disse Don Carlo Gnocchi: “La carità fa meglio a chi la fa che a chi la riceve”?

Come il mitico Padre dei mutilatini, anche la psicologia moderna è abbastanza salomonica: si può essere felici in due modi: edonico ed eudemonico. Come risultato del benessere personale, ricchezza, benessere fisico, attività sessuale oppure grazie al senso di completezza che proviamo quando siamo altruisti e facciamo del bene al prossimo. La Psicologia dell’Altruismo si rifà alla filosofia antica e ci dice che la felicità può essere trovata non solo nella vita contemplativa ma anche nella messa in atto di pratiche di benessere personale, relazionale e civico. Insomma: possiamo costruire attivamente e consapevolmente la nostra felicità facendo beneficenza o volontariato. Ricercando, anche se a livello inconscio, il bene altrui per star bene in prima persona.

Martin Seligman, che è considerato padre della psicologia positiva, propose persino un modello chiamato PERMA nel quale Emozioni positive, ingaggio, partecipazione, relazioni, senso, scopo arrivano prima di soddisfazione e realizzazione degli obiettivi, successo.

La ridefinizione di salute dell’OMS

Un’altra teoria fondamentale è la Broaden & Build di Barbara Fredrickson, con il mantra “amplia e costruisci” l’attenzione si sposta dal negativo al positivo. Dopo millenni dove la paura ci ha permesso di evitare i pericoli, (ho paura del lupo mi allontano, vogliono derubarmi cerco aiuto), ecco che avanzamento tecnologico e culturale ci svincolano dalle preoccupazioni di base (fame, sete, morte) e ci fanno aspirare a un benessere fatto di bisogni psico-emotivi.

Anche l’OMS ha ridefinito la salute nel 1998: da “assenza di malattia” a “stato di benessere fisco, sociale e spirituale” e se esaminiamo le 10 emozioni positive che la Fredrickson individua in questa lezione (gioia, gratitudine, serenità, interesse, speranza, orgoglio, divertimento, ispirazione, meraviglia, amore) vediamo che tutte tendono al prossimo ed al mondo intorno a noi inducendoci a fare del bene.

Ma come non incorrere nel rischio di fare del bene in modo reattivo, seguendo una tendenza o una moda del momento? Come canalizzare questa nostra tendenza al fare qualcosa per gli altri?

Un sogno per domani

Nel film “Un sogno per domani”, un bambino realizza l’idea di aiutare tre persone senza tornaconto, se non quello di chiedere al destinatario del favore di fare lo stesso con altre tre persone. E così via. Un messaggio chiaro: se tante persone si aiutano, la società stessa ne ha beneficio. Come il Trevor del film, lancio un’idea: condivido tre progetti di altrettante Organizzazioni ai quali aderisco in modo continuativo, invitandovi a fare altrettanto. Come non ci facciamo problemi a raccomandare un ristorante o una località di vacanza dove “curiamo lo spirito” perché dovremmo esitare a raccomandare i luoghi ed i modi che ci permettono di realizzare le nostre aspirazioni eudemoniche?

Non posso che iniziare dalla Piccola Casa della Divina Provvidenza che ha tante sedi in tutta Italia e nel mondo, mi affido a Teresina e Luisa, amiche da sempre che raccontano la loro esperienza di ospiti e propongono l’esperienza del volontariato Cottolenghino in questo video. E poi l’AVIS che raduna i volontari del sangue. Dal 1984 che mi sembra ieri, sono arrivato a 153 donazioni: un gesto semplice che richiede meno di un’ora e può salvare tante vite, oltre a garantire un costante checkup al donatore sottoposto a decine di controlli.

Infine il Donkey Sanctuary che ha sedi in tutto il mondo ed in Italia è vicino Biella nel Rifugio degli Asinelli dove 125 asini, muli e bardotti salvati da maltrattamento o macellerie vi aspettano, per visite e attività con voi e le vostre famiglie. Io ho adottato Filippo che è nato il 6 maggio come me e siamo grandi amici.

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Altruismo, meglio se costante che emotivo

Nella vita di tutti i giorni, possiamo scegliere una causa e aderire con costanza e continuità oltre che reagire ad una tragedia in modo emotivo, possiamo essere costanti e coerenti con le iniziative di associazioni e onlus che hanno sempre bisogno di noi, accettano una donazione ma ci possono accogliere se vogliamo dare anche un poco del nostro tempo e le nostre idee, abilità competenze.

Candidiamoci al servizio con altruismo, per aiutare il mondo a diventare un posto migliore dove generosità e condivisione siano parte di ogni giornata non un episodio eccezionale.

Non vedo l’ora di conoscere i vostri 3 progetti!