L’Europa di oggi è già figlia di una grande migrazione

scritto da il 06 Ottobre 2023

Non c’è un solo elemento del nostro modo di essere, della nostra condizione antropologica e della nostra storia che non sia l’esito di quel grande processo migratorio che ebbe inizio, grosso modo, tra il 2000 e il 1900 a. C. e si concluse, quantunque interrotto da altri significativi eventi, intorno all’VIII secolo a. C., ovverosia nel momento in cui i Greci riuscirono a far prevalere il proprio modello socio-politico, colonizzarono le coste dell’Asia Minore e nacquero l’èpos omerico e la pòlis.

In parole povere, ma indubbiamente efficaci, l’Europa è figlia di una grande migrazione e si fa molta fatica a credere che, oggi, la maggior parte dei governanti ignori non solo certe origini, ma anche e, soprattutto, il fatto che gli ‘spostamenti dei popoli’ corrispondono sempre, quale che ne sia la natura, a una fase di evoluzione della specie. Indubbiamente, non si deve confondere il concetto di spostamento con quello di aggressione o invasione; la precisazione può apparire banale, ma, vista la propaganda che si sviluppa attorno alla questione, è inevitabile.

In passato la migrazione nasceva dalla demografia

Di fatto, la ricerca di un luogo diverso da quello natio, come si apprende dai libri di storia, può essere indotta da numerosi fattori: oggi, tra i più frequenti, riconosciamo sicuramente le guerre e la povertà, ma, in passato, l’incremento demografico, per esempio, spingeva facilmente gli uomini ad esplorare ed, eventualmente, occupare nuove terre. A tal proposito, ciò che c’interessa prendere in considerazione ed esaminare è principalmente il fenomeno di produttività connaturato nei summenzionati spostamenti. Per contrasto paradossale, se, poco meno di quattromila anni fa, qualcuno fosse riuscito a far prevalere il motto “prima gli Achei”, molto probabilmente, oggi, parleremmo una lingua diversa, non potremmo leggere l’Iliade e l’Odissea, non avremmo i templi, non esisterebbero Taranto, Sibari, Locri, Paestum, Gela, Agrigento, Marsiglia, Malaga e molte altre realtà il cui numero è talmente elevato che chi non ha studiato quelle pagine di storia fa fatica anche solo a immaginarlo.

Senza migrazione non esisterebbe il nostro stesso pensiero

La lingua italiana, cui abbiamo fatto cenno poco fa, è una lingua romanza o neolatina, ovverosia una lingua che si è formata da quella latina, come il francese, il portoghese, lo spagnolo e il rumeno, ma che appartiene proprio alla grande famiglia indoeuropea, di cui, naturalmente, fanno parte anche le lingue anatoliche, indo-iraniche, celtiche, germaniche, slave, baltiche et aliae. Dunque, alla luce di questa rapida ricostruzione linguistica, se gli Indoeuropei, all’epoca, non si fossero messi in moto verso il Sud, oggi, non dovremmo rinunciare solamente alla letteratura omerica, alle città fondate dai Greci e ai templi, ma a molto di più, a qualcosa d’incommensurabile, al nostro stesso pensiero.

L’importanza della migrazione per gli Stati Uniti

Alcuni potrebbero reputare inopportuno e forzato il paragone o, diversamente, il richiamo a un evento così lontano nel tempo. A costoro rispondiamo dicendo che il paese che, secondo la retorica dominante, viene elevato a simbolo della democrazia nel mondo e la cui storia viene fatta cominciare con la Dichiarazione d’Indipendenza del 4 luglio 1776, cioè gli Stati Uniti d’America, trae origine, anch’esso, da un proficuo intreccio tra migrazione e intensa attività coloniale.

Nel 1620, i padri puritani inglesi, per sottrarsi alle persecuzioni scatenate dai conflitti religiosi, attraversarono l’Atlantico a bordo della Mayflower alla volta dell’America, dove fondarono, nello stesso anno, la colonia di Plymouth e, successivamente, quella del Massachusetts (1629): da questo ‘ennesimo spostamento’, in seguito, si sarebbe formato il sistema confederale statunitense, per quanto quest’ultima affermazione sia una grezza ed evidente riduzione storica. Di conseguenza, revocare in dubbio il valore di taluni paragoni vuol dire, nello stesso tempo, indebolire di colpo i nostri stessi legami d’appartenenza filogenetica.

Migrazione e rigenerazione

I migranti degli ultimi anni, cioè quelli che affrontano il Mediterraneo a costo della morte, pur di approdare dalle nostre parti, provengono prevalentemente dalla regione subsahariana, che è inequivocabilmente la più povera del mondo, un luogo dove circa 400 milioni di persone vivono con meno di due dollari al giorno, sebbene sia noto a tutti che il nostro tessuto sociale è ormai piuttosto composito: bengalesi, pakistani, cinesi, singalesi, afghani, ecuadoriani, peruviani, rumeni et alii sono, assieme alla popolazione autoctona, protagonisti di una naturale rigenerazione della struttura comunitaria: lo sono a dispetto della devianza populistico-razziale in nome della quale si vorrebbe far coincidere un confine territoriale con l’intelligenza emotiva e con la cultura, trasformandolo, invece, in un limite soffocante.

Sostenibilità del debito pubblico e migrazione

Tra le altre cose, quel frasario incomprensibile, arido e ripugnante secondo cui “ci rubano il lavoro”, “prima gli italiani”, “la nostra sarà una pulizia etnica controllata” et similia, cioè quel campionario di sciocchezze giustificato unicamente da una strategia del differimento e della paura, dell’incessante complotto e della separazione cognitiva, non trova fondamento neppure nel Documento di Economia e Finanza 2023, approvato, ovviamente, dallo stesso Consiglio dei Ministri e in cui si legge chiaramente di un “impatto positivo dell’immigrazione sulla sostenibilità del debito pubblico”. Per quanto attiene alla dimensione comportamentale e all’ipotesi d’incremento della microcriminalità, secondo un rapporto della sezione italiana dell’Agenzia per i Rifugiati delle Nazioni Unite, “in molti casi i profughi hanno contribuito a valorizzare il territorio (come nei casi dell’Orto botanico di Bergamo) e le sue produzioni caratteristiche, organizzando insieme alle cooperative locali start-up agricole come quelle di Asti e Rieti”.

I migranti, le tasse, le prestazioni assistenziali

Quando si costruisce una narrazione contraria all’accoglienza o si parla d’invasione, non si fa altro che contare sull’ignoranza di chi riceve il messaggio, che, molto probabilmente, non leggerà mai il DEF né sfoglierà il Rapporto annuale del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia. Se, diversamente, si facesse uno sforzo minimo di approfondimento, si scoprirebbe agevolmente che gli stranieri in Europa rappresentano appena l’8,5% della popolazione totale, che la Germania è il paese col più alto numero di immigrati, 10,9 milioni e l’Italia è solo quarta con una quota di 5 milioni.

Insomma, com’è stato documentato dall’OCSE, “i migranti contribuiscono in tasse più di quanto ricevono in prestazioni assistenziali, salute e istruzione”. Se, com’è doveroso, facciamo un confronto in materia d’istruzione, ci rendiamo conto che la differenza tra italiani e stranieri è minima. È vero che il 54,1% degli stranieri possiede una licenza media; il che può costituire un impedimento per l’accesso al mondo del lavoro; ma è altrettanto vero che anche il 42,6% degli italiani possiede la licenza media; il 17,1% degli italiani ha una laurea, a fronte del 15,8% dei naturalizzati e del 10,1% degli stranieri.

Quindi, non c’è un solo dato che possa confortare i detrattori!

Come l’umanità supera i propri limiti

Pertanto, sulla base delle informazioni acquisite, può essere utile tornare a parlare delle grandi migrazioni con cui abbiamo aperto questo contributo, così da ribadire e arricchire il ciclo fisio-antropologico in virtù del quale l’umanità supera i propri limiti. Gli storici non sanno ancora con precisione perché gli Indoeuropei abbiano lasciato il bassopiano ungherese per dirigersi verso il Meridione; molto probabilmente, furono spinti a farlo dalla migrazione di altri popoli che li incalzavano da Nord. È certo, tuttavia, che l’effetto del loro spostamento si avvertì dalla Grecia all’India. Gli Ittiti, per esempio, in quel periodo, diedero vita al maestoso Regno di Khatti, che per sette-otto secoli dominò incontrastato, estendendosi dalle coste anatoliche fino alla città cananea di Qadesh.

Immagine di Aaron Blanco per Unsplash

Gli Etruschi, invece, di cui tanto gloriosamente si parla nei nostri libri scuola, fecero la propria comparsa in seguito alla seconda migrazione: verosimilmente, si mossero dalle coste della Misia per giungere nell’attuale Toscana. Come abbiamo anticipato, il sistema politico-legislativo delle città stato, sempre esaltato come punto di riferimento, talora anche con un ingiustificato eccesso di entusiasmo, fu reso possibile, ancora una volta, proprio da una migrazione, quella dei Dori, e fu istituito non già su suolo greco, bensì sulle coste dell’Asia Minore. Quando gli studenti cominciano a ‘filosofare’, per così dire, e dicono, per la prima volta, “tutto è acqua”, essi non fanno altro che studiare Talete, un presocratico di Mileto, una città della Ionia, situata nella regione di Caria, proprio in Asia Minore.

Quei 15 milioni di italiani tra Stati Uniti e Australia

Se, nonostante tutto questo, si nutrono ancora dubbi sulla ‘fisiologia delle migrazioni’, allora giova ricordare che tra l’Ottocento e il Novecento più di 15 milioni di italiani lasciarono il paese per raggiungere gli Stati Uniti, il Canada, l’Argentina, l’Australia, facendo crescere il tasso di emigrazione fino a più del 10% annuo. Timothy J. Hatton e Jeffrey G. Williamson, nel proprio libro, Global Migration and the World Economy: Two Centuries of Policy and Performance (2008), hanno dimostrato che, tra il 1820 e il 1940, 60 milioni di europei emigrarono in cerca di migliori condizioni di vita; la maggior parte di loro, circa l’80%, arrivò negli Stati Uniti.

Quando Talete dice “tutto è acqua”, l’uomo si scuote, cessa di procedere a tastoni e di strisciare come un verme nel campo delle scienze particolari, ha un presentimento della soluzione suprema delle cose, e attraverso questo presentimento supera il pregiudizio comune dei gradi inferiori della conoscenza. Il filosofo cerca di far risuonare in sé l’armonia totale del mondo e di esprimere fuori di sé quest’armonia in concetti

 

F. Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei Greci

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