L’Italia e il rischio della sindrome della rana bollita

scritto da il 13 Novembre 2023

Post di Francesco M. Renne, commercialista e revisore, faculty member CUOA Business School, formatore in materie finanziarie e fiscali – 

In Italia siamo davvero preparati a reagire di fronte alle incertezze, economiche e finanziarie, che i prossimi mesi ci stanno preparando? Come individui, come imprenditori, come professionisti, come sistema economico e politico? Lo siamo davvero? O siamo più come nella metafora della rana nella pentola dell’acqua che bolle?

La domanda, di una cruda semplicità, nasce dall’osservazione che, da un lato, le dinamiche macroeconomiche e/o finanziarie non sono affatto “lontane” dal nostro vivere quotidiano, qualunque sia la nostra occupazione, anzi ne permeano la sua evoluzione con effetti talvolta apparentemente imprevisti, mentre, dall’altro, una conoscenza diffusa delle interrelazioni e delle consecutio logiche di (e tra) queste dinamiche permetterebbe una migliore pianificazione delle scelte finanziarie e patrimoniali o, ragionando all’inverso, una migliore prevenzione delle crisi aziendali e/o degli shock finanziari che potrebbero verificarsi.

Italia

Immagine di Drew Brown per Unsplash

Conoscere per fare impresa, investire, consigliare

Ovvio, conoscere queste dinamiche non vuol dire necessariamente “non sbagliare mai” le previsioni di ciò che avverrà, ma aiuta razionalmente a prepararsi ai diversi eventi possibili in un dato momento storico e quindi a subirne il meno possibile gli eventi negativi. E, di conseguenza, la riflessione (che sottopongo all’attenzione di chi vorrà soffermarsi su queste mie parole) consiste nel fatto che la conoscenza consapevole di ciò che sta accadendo – anche se apparentemente “sopra le nostre teste” – è requisito indispensabile per poter agire razionalmente nel fare impresa, nell’indirizzare i propri risparmi o nel consigliare professionalmente il come muoversi in questi due ambiti.

Se dovessi fare un passo indietro, riavvolgendo il nastro e spiegando sinteticamente a un “non addetto ai lavori” gli scenari che abbiamo di fronte in Italia, soffermandomi sulle loro interrelazioni, potrei riassumerli in poche essenziali righe (mi perdonino per la scelta arbitraria i tecnici sopraffini che troveranno la mia sintesi alquanto troppo tranchant, ma lo spazio a disposizione limita le dissertazioni eccessivamente filosofiche e il mio intento, qui, è meramente divulgativo).

L’azione tardiva della Bce e la frenata del Pil in Italia

Occorre partire dalla ripida curva di crescita dei tassi di interesse dell’ultimo anno (che, ad ora, sembrerebbe invero essersi stabilizzata), causata dal ritorno dell’inflazione (inizialmente per materie prime e costi energetici, ora trasferita a generi alimentari e servizi) e sommata ad una tardiva reazione delle banche centrali (soprattutto della BCE), che hanno tenuto tassi molto (troppo?) bassi per molto (troppo?) tempo. Ciò ha causato una rapida inversione della “curva dei tassi” (rendimento di strumenti finanziari a breve maggiore di quelli a lungo, che in precedenza avevano però riempito i portafogli degli intermediari finanziari e assicurativi, alla ricerca di un qualche rendimento minimo), una conseguente modificazione dei prezzi dei titoli a lungo, l’emersione di minusvalenze nei bilanci e di tensioni (se non addirittura crisi, in alcuni casi) di liquidità in diversi enti finanziari.

A ciò è seguito un rialzo dei tassi di interesse sui finanziamenti e una contestuale riduzione delle dinamiche di accesso al credito, per il connubio di una stretta creditizia (cd. “credit crunch”; ciò anche per effetto dell’introduzione di nuove – e più puntuali, va detto – regole di vigilanza) e di una minor domanda per investimenti (che tipicamente si riducono nei periodi di incertezza economica). Conseguentemente, dall’analisi di quanto sopra, si sono diffusi timori di (pressocché certo) rallentamento del Pil e finanche di (timidi, ma non troppo insensati) timori recessivi.

Italia, l’equilibrio tra tutela del risparmio e finanziamento all’economia

Recessione da evitare, certo; ma, per farlo, occorre sostenere il sistema imprenditoriale. E, per fare questo, occorre avere (ristrutturare, in alcuni casi) un sistema bancario sano, che quindi operi con maggiore selezione degli attivi a rischio (non solo finanziari, ma anche creditizi). E qui casca il palco: il bilanciamento tra tutela del risparmio (banche attente al rischio) e finanziamento all’economia (allentamento dei vincoli di credito, anche verso soggetti rischiosi) non è affatto facile.

In parallelo, le previsioni di bilancio pubblico (la NaDef e la Legge di Bilancio recentemente approdate in Parlamento) non sono particolarmente rosee (“prudenti e responsabili”, ha detto il ministro dell’economia Giorgetti; “necessarie” per calmierare l’impatto sui conti pubblici dei volumi di bonus e superbonus vari, superiori alle stime originarie) se non fors’anche in alcuni punti “dubbie”, in termini probabilistici. Aggiungendosi agli allarmi per l’eccessiva dimensione del debito pubblico (in termini di sostenibilità del costo rispetto al Pil prospettico) e acuendo così il rischio percepito di rallentamento dell’economia. Esponendo l’ Italia al giudizio dei mercati finanziari, alimentando la volatilità dei prezzi degli strumenti finanziari e il rischio di possibili downgrade (da parte delle agenzie di rating, che pur fanno il loro lavoro).

Incombe il nuovo patto di stabilità europeo (con il MES)

A loro volta, eventuali downgrade del nostro debito pubblico genererebbero (se arrivassero al sub-investment grade, cioè al giudizio di titoli ad alto rischio) automatismi di blocco negli acquisti e/o obblighi automatici di vendita in capo a fondi pensione e d’investimento, alle banche e alle assicurazioni, italiani o esteri che siano); infatti, per preservare il valore dei capitali raccolti dai risparmiatori, questi enti dovranno ridurre la loro esposizione al rischio, contribuendo ad accrescere ulteriormente la volatilità e la discesa dei prezzi e mettendo così a rischio, di conseguenza, la tenuta del risparmio degli investitori privati.

Ancor più delicata è l’ulteriore considerazione che, in questi mesi, si è in piena definizione del nuovo patto di stabilità europeo (vincoli di bilancio), nel mentre l’ Italia non ha (ad ora) sottoscritto il MES (che al suo interno ha sì dei meccanismi “condizionali” sulle politiche economiche, ma al contempo interverrebbe per calmierare eventuali crisi bancarie, prima richiamate nei loro effetti recessivi).

L’orizzonte del credito per aziende e famiglie

In mezzo a tutto questo, per le PMI e per le famiglie che, in Italia, dovessero aprire nuovi mutui immobiliari, l’accesso al credito sarà in prospettiva più difficile, più caro di prima e maggiormente legato ad indicatori sintetici (di redditività e, soprattutto, di sostenibilità finanziaria, come il DSCR, già indicato anche nella Legislazione sulla crisi d’impresa), connotandosi – per le imprese – di una vera e propria “selezione avversa”, cioè inversamente proporzionale al rischio (maggiore facilità di accesso se si dimostra minore esposizione al rischio) e proporzionale al livello dimensionale (maggiore facilità di accesso al crescere delle dimensioni aziendali).

Mentre, per le famiglie, la restrizione dell’accesso ai finanziamenti rischia di ridurre il volume delle transazioni sul mercato immobiliare, innescando un ulteriore effetto recessivo. Anche sui patrimoni personali, quindi, le conseguenze rischiano di essere evidenti, di fronte a scenari di maggiore turbolenza sui mercati e, al contempo, di mancata crescita (come si evince dai dati degli ultimi anni) del reddito disponibile pro-capite e di progressiva riduzione (fonte Istat) degli indicatori di propensione al risparmio. Aggiungendovi, da ultimo, le modifiche fiscali in arrivo, stando alle bozze ad oggi circolate della Legge di Bilancio, sulla modifica della tassazione di taluni investimenti immobiliari (post superbonus) e sulle attività immobiliari e finanziarie (pur legalmente dichiarate) detenute in taluni Paesi esteri.

Il ruolo della consulenza

Insomma, occorre (necessariamente) far propria la regola aurea del “conoscere, per evitare” rischi imprevisti ed effetti negativi sulla propria impresa e/o sul proprio patrimonio. E in questo, ovviamente, il ruolo dei professionisti della consulenza (sia essa finanziaria, patrimoniale, fiscale o societaria), se davvero attenti alle dinamiche di fondo prima descritte e alle loro variazioni che si manifesteranno in futuro in Italia, potrà essere essenziale per accompagnare la clientela ad approdi, se non proprio ottimali e redditizi, almeno il più sicuri possibile, rispetto alle incertezze finanziarie che abbiamo di fronte. Quanto alla politica (economica) che si potrebbe (dovrebbe) attuare, invece…