Congedo di paternità per la parità di genere. A quando in Italia?

scritto da il 13 Febbraio 2024

Post di Marika Malizia, Responsabile People Care e Privacy di Up Day – 

Al giorno d’oggi per le lavoratrici madri diventa sempre più complesso riuscire a conciliare occupazione, carriera e cura dei figli. Secondo i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel 2022 sono circa 28.620 le lavoratrici madri che si sono dimesse per questi motivi, ossia il 63,6% delle quasi 45.000 madri lavoratrici che hanno rassegnato le dimissioni in tale anno.

I motivi che incidono fortemente sono la mancanza di servizi adeguati a sostegno della genitorialità e un continuo sbilanciamento di genere, perché nonostante i grandi passi avanti fatti nella storia, ancora oggi permangono stereotipi sui ruoli di genere. Non si tratta di un problema solo occupazionale, ma anche di sviluppo della carriera: le donne, a parità di istruzione o con istruzione superiore rispetto agli uomini, ricoprono posizioni più basse della piramide organizzativa e sono poco presenti nelle posizioni decisionali.

Servizi per la genitorialità e per la parità di genere, quali differenze

Al fine di comprendere la portata del problema, è importante distinguere tra strumenti volti al sostegno della genitorialità tout court e strumenti diretti ad incoraggiare un’equa ripartizione delle responsabilità familiari: i primi, come ad esempio i servizi all’infanzia e le misure dirette al work-life balance consentono di conciliare il ruolo genitoriale con quello professionale, ma non risolvono il superamento degli stereotipi sui ruoli di genere; i secondi, come il congedo di paternità, mirano al concreto raggiungimento della pari opportunità tra i generi, favorendo la partecipazione dei padri alla cura dei figli.

Congedo di paternità obbligatorio, a quando in Italia?

Sebbene sia evidente l’importanza di incrementare e valorizzare il congedo di paternità obbligatorio, in Italia non è presente una legislazione efficace in tal senso.
L’istituto è infatti stato introdotto nel nostro ordinamento soltanto nel 2012 con la Riforma Fornero e, attualmente, prevede 10 giorni di congedo obbligatorio per il padre retribuiti al 100%, ben lontani dai 5 mesi del congedo di maternità. Rispetto al quadro europeo, l’Italia, con la previsione di soltanto 10 giorni di congedo di paternità obbligatorio, è praticamente in fondo alla lista, insieme al Belgio ed alla Polonia.

congedo di paternita

(Felix Busse Phtgrphy – stock.adobe.com)

Al primo posto si colloca la Svezia, che dal 1974 ha sostituito il congedo di maternità con un congedo parentale utilizzabile da entrambi i genitori. Oggi, lo Stato garantisce congedi parentali della durata di oltre un anno, per un totale di 480 giorni, di cui 60 riservati alla madre e 60 al padre, mentre i restanti possono essere divisi liberamente tra i genitori. Durante i 480 giorni lo Stato paga l’80% dello stipendio sino a circa 42.400 euro all’anno. Alcune aziende, poi, aggiungono la differenza per garantire al dipendente sino al 90-100% dello stipendio effettivo.

Non sono solo i paesi del nord Europa ad essersi orientati verso l’individuazione di un “congedo paritario”. In Spagna il periodo di congedo è stato esteso dal 2021 a 16 settimane sia per i padri che per le madri, remunerate al 100% del salario e non trasferibili. Di queste, le prime sei sono obbligatorie subito dopo la nascita del bambino, mentre le successive dieci sono facoltative e i genitori potranno scegliere se utilizzarle a tempo pieno o part-time.

Quali differenza tra congedo di paternità e facoltativo

Un ulteriore problema è determinato dalla scarsa conoscenza del congedo di paternità. In molti non ne conoscono l’esatta durata e lo confondono con il congedo facoltativo, inoltre, non sanno che, al contrario di quest’ultimo, è obbligatorio e a retribuzione piena.

Stando ai dati raccolti dall’Osservatorio INPS sulle prestazioni a sostegno della famiglia, nel 2021 le donne che hanno beneficiato del congedo di maternità sono state oltre 200.000, mentre gli uomini che hanno usufruito del congedo di paternità non arrivano a 160.000. In verità, negli ultimi anni il tasso di utilizzo del congedo di paternità presenta un trend di crescita, che è passato dal 19,23% del 2013 al 48,53% del 2018 e si è attestato al 57,60% nel 2021. Nel 2022 si ravvisa un ulteriore miglioramento, poiché si quantificano in 173.223 i papà che hanno usufruito del congedo obbligatorio.

Il cambiamento culturale non è sufficiente, serve una legge

Un intervento sulla “parificazione” dei congedi obbligatori è tanto più auspicabile se si considera che i congedi parentali non sono minimamente in grado di intervenire sul problema dell’equa ripartizione delle responsabilità familiari, sia perché facoltativi, sia in quanto caratterizzati da una copertura solo parziale della retribuzione (il 30%).
In sostanza, per ottenere un’effettiva equità tra i generi non è sufficiente un cambiamento culturale, né aumentare la sensibilizzazione delle aziende e delle persone, ma è innanzitutto necessario un incisivo intervento legislativo in materia, che preveda un allineamento tra il congedo di paternità obbligatorio e quello di maternità.

Una volta realizzata tale “equità tra i generi”, se si volesse realmente operare un cambiamento culturale, dovrebbe essere lasciata ai genitori la possibilità di scegliere come utilizzare, in maniera flessibile, il periodo di congedo “paritario”.

Personalmente, se avessi potuto ripartire le responsabilità genitoriali, avrei valutato un rientro anticipato al lavoro, magari in maniera graduale e con flessibilità e/o riduzione oraria. A mio avviso, ciò non significa voler dedicare meno tempo ai propri figli, ma avere la concreta possibilità di scegliere come bilanciare vita lavorativa e privata. Chiaramente rimangono valutazioni personali e familiari su cui, inevitabilmente, incidono diversi fattori.

Tutela apparentemente più garantista o effettiva libertà individuale?

Il mio vuole soltanto essere uno spunto di riflessione per comprendere fino a che punto, oggi, in un contesto sempre più “smart” e flessibile, la tutela apparentemente più “garantista” debba continuare a prevalere sull’effettiva libertà individuale.