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L’Italia nel decennio digitale: tre priorità che non possiamo rimandare

Post di Erminio Polito, CEO di Indra Group in Italia
L’Unione europea ha definito il Decennio Digitale come il periodo in cui rendere strutturali alcune condizioni fondamentali: competenze diffuse, infrastrutture affidabili, imprese capaci di innovare e servizi pubblici digitali accessibili. Non una visione astratta, ma un insieme di obiettivi misurabili da raggiungere entro il 2030.
Per l’Italia, questo quadro rappresenta una responsabilità concreta. La trasformazione digitale non procede per salti improvvisi, ma attraverso scelte cumulative che, nel tempo, diventano architettura economica e istituzionale. È in questa logica che l’intelligenza artificiale sta progressivamente entrando nei processi di imprese e amministrazioni: non come tecnologia pienamente consolidata, ma come leva già in grado di affiancare le decisioni umane e ridisegnare flussi operativi. È proprio questa fase intermedia a rendere decisive le scelte che compiamo oggi.
Secondo lo studio Lo stato dell’arte dell’Intelligenza Artificiale nelle aziende italiane – Adozione, impatti e prospettive che abbiamo realizzato insieme a The European House – Ambrosetti, 6 aziende su 10 hanno già adottato o intendono adottare l’IA e grazie all’IA due terzi delle aziende ha riscontrato un miglioramento dell’efficienza operativa. La nostra ricerca Innovation Telescope evidenzia, inoltre, come la cybersicurezza sia diventata una priorità di vertice, mentre gli investimenti nelle tecnologie quantistiche e nelle reti 5G iniziano a ridisegnare silenziosamente le nostre infrastrutture, dai servizi pubblici alla manifattura.
Non si tratta solo di “digitalizzare” quello che già esiste. Stiamo ridefinendo il modo in cui si crea valore, si governa il rischio e si costruisce fiducia tra cittadini, imprese e istituzioni. È qui che, guardando al 2030, vedo tre priorità che devono guidare le nostre scelte: fiducia digitale, sostenibilità tecnologica, competenze.
Partiamo dal primo punto. La trasformazione in corso è, prima di tutto, una questione di fiducia. Ogni servizio digitale, ogni applicazione di AI, ogni scambio di dati poggia su una domanda implicita: posso fidarmi di questo sistema?
In Italia, la superficie d’attacco è cresciuta con la stessa rapidità con cui si sono moltiplicati servizi online, identità digitali, piattaforme di pagamento e infrastrutture connesse. Le proiezioni indicano che, entro il 2025, gli attacchi basati su strumenti di intelligenza artificiale generativa potrebbero raddoppiare, costringendo le organizzazioni a difendersi con tecnologie altrettanto sofisticate.
È qui che la fiducia digitale diventa un pilastro competitivo del Paese, non solo un obbligo normativo. Significa proteggere dati e identità, ma anche assicurare la continuità delle infrastrutture critiche, contrastare la disinformazione, garantire che gli algoritmi siano governati con trasparenza. Nel rapporto tra cittadini e istituzioni, tra aziende e clienti, la capacità di dimostrare affidabilità sarà la linea di demarcazione tra chi guida la trasformazione e chi la subisce.
La seconda priorità riguarda il modo in cui costruiamo l’infrastruttura digitale del Paese.
Negli ultimi anni, molte organizzazioni italiane hanno costruito rapidamente nuove architetture digitali: cloud, piattaforme dati, automazione dei processi. Oggi la questione non è più accelerare, ma governare.
Sostenibilità tecnologica significa fare scelte che restino valide nel tempo: controllare costi e dipendenze, garantire la sicurezza dei dati, ridurre la complessità dei sistemi e l’impatto energetico delle infrastrutture digitali. È una sostenibilità operativa prima ancora che ambientale, che riguarda la capacità di mantenere affidabili e resilienti le fondamenta digitali su cui poggiano servizi e modelli di business.
Le organizzazioni stanno rivalutando architetture ibride e private cloud per motivi di sovranità dei dati, controllo dei costi e impatto energetico, mentre crescono le soluzioni di “sustainable IT” e le piattaforme che misurano e riducono l’impronta ambientale dei sistemi informativi.

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In parallelo, la tecnologia diventa un alleato essenziale delle strategie ESG: tracciabilità delle filiere, monitoraggio delle emissioni, trasparenza sulle catene del valore. Qui l’Italia ha un’opportunità concreta: usare la digitalizzazione non solo per semplificare i processi, ma per rendere più credibili gli impegni di sostenibilità delle imprese e della pubblica amministrazione.
La terza priorità, forse la più decisiva, riguarda le persone. Le tecnologie che oggi stiamo introducendo – dall’AI generativa alle esperienze immersive, dalle piattaforme collaborative all’automazione intelligente – stanno cambiando il modo in cui lavoriamo, decidiamo, impariamo. In Italia, oltre un quarto dei dipendenti dichiara un aumento della propria produttività grazie all’utilizzo dell’AI.
Ma questi dati nascondono un rischio: una trasformazione che procede più veloce delle competenze disponibili. Senza una diffusa alfabetizzazione digitale e senza percorsi di aggiornamento continui, la tecnologia rischia di ampliare le distanze tra chi ha accesso agli strumenti e sa usarli, e chi ne resta ai margini.
Per questo parlo di competenze come forma di sovranità. La vera autonomia di un Paese non si misura solo nella capacità di attrarre investimenti o adottare soluzioni avanzate, ma nella possibilità di comprenderle, governarle, adattarle al proprio tessuto produttivo e istituzionale. Formare manager in grado di prendere decisioni informate sulle tecnologie emergenti, tecnici e professionisti capaci di integrarle nei processi, persone che sappiano interagire in modo consapevole con sistemi sempre più intelligenti: è questa la condizione per una decade davvero inclusiva.
I segnali che stiamo osservando nel sistema Italia indicano che la direttrice dell’innovazione è tracciata.
Quello che non è ancora scritto è il modo in cui decideremo di percorrerla. Se faremo della fiducia digitale un’architettura condivisa, della sostenibilità un criterio di progettazione e non solo di rendicontazione, e delle competenze una priorità nazionale, questa decade non sarà semplicemente “più digitale”: sarà il periodo in cui l’Italia avrà scelto di usare la tecnologia per rafforzare la propria economia e le proprie istituzioni.