Checco Zalone e il passaggio generazionale

scritto da il 26 Gennaio 2026

Post di Andrea Arrigo Panato (Dottore Commercialista ed esperto in valutazione d’azienda, operazioni straordinarie e passaggio generazionale) e Salvatore Sciascia (Professore Ordinario di Economia Aziendale presso la LIUC – Università Cattaneo ed esperto di Family Business Management)

Checco Zalone in una scena del suo ultimo film “Buen Camino”

 

Fra un panettone e una bollicina, non potevamo esimerci dal vedere anche noi Buen Camino, l’ultimo film di Checco Zalone, capace di stabilire nuovi record di incassi e, come spesso accade nel suo cinema, di raccontare con leggerezza temi che in realtà sono tutt’altro che leggeri. Il film ruota attorno alla relazione tra Checco e la figlia Cristal, ma chi osserva le imprese familiari con uno sguardo professionale difficilmente può non soffermarsi su un’altra relazione, più silenziosa ma estremamente significativa: quella tra Checco e suo padre imprenditore.

La scena che fotografa il capitalismo familiare italiano

C’è una scena, in particolare, che colpisce per efficacia e realismo. L’anziano imprenditore, gravemente malato e ormai in fin di vita, guarisce miracolosamente pur di non mollare il comando dell’azienda al figlio. È una gag che funziona perché fa leva su un nervo scoperto del capitalismo familiare italiano. Dietro l’eccesso comico si intravede una verità diffusa: la difficoltà, spesso profonda, di affrontare il passaggio generazionale non come un destino biologico, ma come una scelta strategica consapevole.

Il riconoscimento dei limiti che diventa alibi per l’immobilismo

Il padre riconosce i limiti del figlio. Questo, di per sé, è un elemento positivo e tutt’altro che scontato. Il problema nasce quando tale consapevolezza non diventa il punto di partenza per progettare il futuro dell’impresa, ma viene utilizzata per giustificare l’immobilismo. Il ragionamento sotteso è semplice e pericoloso allo stesso tempo: se i figli non sono pronti, allora è meglio che resti tutto com’è. Anche a costo di bloccare l’evoluzione dell’organizzazione e di concentrare su una sola persona responsabilità e potere decisionale sempre più difficili da sostenere nel tempo.

Il passaggio generazionale come evento “biologico”

In molte imprese familiari il passaggio generazionale continua a essere trattato come un evento naturale, quasi biologico, e non come una decisione manageriale. Se ne parlerà “quando sarà il momento”, dove il momento coincide, implicitamente, con l’uscita forzata del fondatore. Questo approccio ha effetti noti: rinvia le scelte strategiche, congela i processi decisionali, indebolisce l’organizzazione e, spesso, lascia le nuove generazioni in una posizione ambigua, formalmente presenti ma sostanzialmente marginali.

Le alternative esistono, ma non vengono percorse

Quando i figli non sono pronti, o non sono adeguati, la soluzione non dovrebbe essere quella di restare in sella fino all’ultimo. Le alternative esistono e sono ampiamente praticate nei contesti più evoluti: l’apertura a manager esterni, che consente di separare proprietà e gestione, oppure la cessione totale o parziale dell’impresa, trasformando il valore industriale costruito in valore patrimoniale per la famiglia. Il fatto che queste opzioni vengano spesso scartate non dipende da valutazioni economiche, ma da resistenze emotive e identitarie, legate alla paura di perdere centralità e controllo.

Le patologie ricorrenti del passaggio generazionale

La scena raccontata dal film richiama, in realtà, diverse configurazioni patologiche che si incontrano frequentemente nella pratica professionale. Ci sono genitori che non vedono i limiti dei figli e li mettono al comando per diritto di sangue, con il rischio di indebolire l’azienda. Ce ne sono altri che vedono nei figli limiti inesistenti, non ne riconoscono meriti e competenze e li tengono ai margini per timore di perdere potere. E poi c’è il caso, forse il più subdolo, di chi riconosce i limiti reali ma utilizza questa consapevolezza come alibi per non decidere e non cambiare nulla.

Quando l’azienda non è cedibile: una rigidità strategica sottovalutata

A queste criticità se ne aggiunge un’altra, spesso sottovalutata ma decisiva: l’azienda non è cedibile. Quando un’impresa non è appetibile per il mercato, perché troppo dipendente dall’imprenditore, priva di una struttura manageriale autonoma o incapace di generare flussi di cassa sostenibili senza il fondatore, il passaggio generazionale diventa ancora più complesso. In questi casi l’assenza di una reale opzione di cessione rappresenta una rigidità strategica rilevante. Il figlio può trovarsi di fronte a una scelta forzata: entrare in azienda, anche senza reale convinzione o adeguata preparazione, per evitare una perdita di valore del patrimonio familiare, oppure assistere a un progressivo depauperamento dell’impresa. La non cedibilità, quindi, non è solo un problema finanziario, ma un vincolo che condiziona pesantemente la libertà di scelta delle nuove generazioni.

I casi virtuosi: meno visibili, ma fondamentali

Per fortuna esistono anche molti casi virtuosi, meno rumorosi e meno cinematografici, ma fondamentali per la tenuta del nostro sistema produttivo. Sono le imprese in cui le competenze dei figli vengono riconosciute e sviluppate nel tempo, in cui il passaggio viene preparato con anticipo, chiarendo ruoli, responsabilità e perimetri decisionali, e in cui si tiene conto di tutti i portatori di interesse: famiglia, management, dipendenti, banche, investitori. In questi contesti il passaggio generazionale non è un trauma, ma un processo governato.

Oltre la commedia: una responsabilità strategica

La forza del cinema di Checco Zalone sta proprio nella capacità di farci ridere mentre ci costringe a guardare problemi reali, spesso rimossi. Il passaggio generazionale non è una questione privata né esclusivamente familiare: è un tema di strategia d’impresa, di creazione di valore e di responsabilità verso il futuro. Usare i casi virtuosi come punti di riferimento non è solo auspicabile, ma necessario per chi accompagna imprenditori e famiglie in una delle fasi più delicate della vita aziendale. Perché, a differenza del cinema, nella realtà non sempre c’è tempo per una guarigione miracolosa all’ultimo minuto.