Valore, prezzo e ciò che stiamo cedendo senza accorgercene

scritto da il 10 Febbraio 2026

Post di Simone Strocchi, Fondatore Electa Ventures – Investitore e promotore di interventi per lo sviluppo dei mercati e delle politiche economiche

Siamo tutti consapevoli che il valore di un’azienda oggi non coincide sempre con il suo prezzo di mercato, anzi. Il valore nasce dalla capacità di produrre reddito, di marginalizzare, di durare nel tempo. È un principio condiviso: il prudente commercialista chiamato a fare una perizia, ricorre prevalentemente a logiche di discounted cash flow e marginalmente ad altre considerazioni. Eppure, ogni giorno, sui mercati osserviamo l’opposto.

A determinare il prezzo non sono le marginalità, né la qualità industriale, ma soprattutto dimensione, liquidità, volumi e l’appartenenza a un indice. Questo meccanismo premia sistematicamente le società di grande capitalizzazione, spesso valutate a multipli stellari rispetto ai loro margini effettivi, e penalizza le PMI virtuose, che il mercato ignora o prezza a livelli irrisori rispetto ai fondamentali.

Le conseguenze sono evidenti: le grandi società finiscono per mangiare le piccole, avvantaggiandosi della possibilità di consolidarne i risultati. E noi, come sistema e individui, ci ritroviamo a ricomprare caro – investendo in grandi gruppi spesso non nazionali a rapporti P/E poco sensati – anche ciò che gli abbiamo venduto a saldo: aziende che erano accessibili direttamente sui nostri listini a prezzi che consentivano di parteciparne agli utili con rapporti di uno a dieci e che oggi ritroviamo, indirettamente, nei consolidati di società le cui azioni ci vengono vendute a valori che ci portano a partecipare agli utili in un rapporto tre a cento, furiosamente demoltiplicato. E per di più su titoli non italiani.

Siamo incompetenti? No. Siamo condizionati.

Condizionati da un sistema che spinge a comprare liquidità, e che attribuisce “valore” esclusivamente alla dimensione. Una finanza che, spesso inconsapevolmente, alimenta questo processo attraverso regole di compliance che impongono indici di liquidità che diventano totem da riverire ciecamente e tramite modelli di advisory che privilegiano l’exit. A ciò aggiungiamo la predisposizione delle nostre banche a erogare linee di acquisition financing in ambito di operazioni di leverage buy out sponsorizzate da equity non italiani, per finire con i fondi di private equity nazionali che, esercitando il diritto alla co-vendita (drag along), trascinano l’intero capitale verso il miglior offerente, che quasi sempre è più grande e straniero.

E gli imprenditori italiani, al posto di cercare dimensione, aggregandosi in consolidati sostenuti da capitali nazionali per partecipare a un campione di impresa più grande, preferiscono vendere terrorizzati dal perderne il controllo. Così facendo, giorno dopo giorno, cediamo per sempre pezzi della nostra capacità di marginalizzare, di produrre utili e condividere benessere nel tempo.

Redditi che verranno consolidati altrove, alimentando motori di sviluppo che traineranno filiere e comunità non più italiane.

Lo stesso equivoco ritorna quando parliamo di dazi e di squilibri commerciali.

Il dibattito si consuma guardando esclusivamente ai prezzi: alla bilancia commerciale, accettando la narrazione – spesso proposta dal più forte – che identifica l’ingiustizia in un saldo negativo. Ancora una volta, quindi, prezzo, non valore. In pochi si prodigano per verificare se quello scambio, apparentemente sbilanciato se riferito ai prezzi dei beni, non si ribalti quando si guardano le marginalità.

Gli Stati Uniti, pur esportando meno in termini di valore nominale verso l’Europa, marginalizzano di più: ci vendono combustibili fossili e beni tecnologici e intangibili ad alta intensità di margini, incassano royalties che non entrano nemmeno nel computo della bilancia commerciale, mentre noi esportiamo prodotti a bassissima marginalità sul fatturato e reinvestiamo centinaia di miliardi di euro nella loro economia, inseguendo a qualsiasi prezzo i volumi scambiati a Wall Street.

E infine la geopolitica. Un mondo organizzato in blocchi, dove le decisioni sono accelerate da autocrazie che non devono fare i conti con i tempi della democrazia. E anche qui ci sentiamo perdenti: perché siamo lenti, perché non siamo abbastanza grandi, perché non mobilitiamo risorse – o truppe – con la velocità di un dittatore. E qui la domanda diventa cruciale: vale davvero la pena abdicare ai valori della democrazia per inseguire i tempi delle autocrazie? Il prezzo del vantaggio che ne consegue corrisponde al valore rinunciato?

Prima di rispondere, forse, dovremmo fermarci un attimo. E pensare ai nostri figli.