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Intelligenza artificiale in Italia: tra ambizione e ritardi

Post di Lorenzo Beliusse, Marketing Director di Reti
L’intelligenza artificiale sta ridefinendo le regole della competizione globale e i modelli di crescita delle imprese. Secondo quanto riporta uno studio di Minsait e The European House – Ambrosetti, ormai oltre il 60% delle grandi aziende italiane utilizza soluzioni di AI o intende farlo: un valore che si tradurrebbe in un aumento complessivo della produttività per le aziende del Paese pari a 115 miliardi di euro. Questo dato però nasconde un lato oscuro, in quanto nelle piccole e medie imprese, che costituiscono l’ossatura del tessuto produttivo nazionale, l’adozione dell’AI procede a velocità ridotta. I dati più recenti confermano un quadro fatto di ambizione e prudenza, di investimenti annunciati ma di applicazioni ancora limitate.
Secondo la 29esima Annual Global & Italian CEO Survey di PwC, il 68% delle aziende italiane non integra ancora l’intelligenza artificiale nei propri processi, contro il 53% della media globale. Ancora più significativo è il dato culturale: il 27% dei CEO italiani riconosce di operare in contesti aziendali non favorevoli all’adozione dell’AI, una percentuale quasi tripla rispetto al resto del mondo. Il risultato è un utilizzo frammentato della tecnologia, spesso confinato a progetti pilota che faticano a tradursi in valore stabile.
Il ritardo italiano emerge anche nel confronto europeo. Nel 2025, secondo Eurostat, quasi un cittadino su tre nell’Unione europea utilizza strumenti di intelligenza artificiale generativa, mentre l’Italia resta tra i Paesi con i tassi di adozione più bassi. Questo divario si riflette in modo ancora più evidente nel contesto lavorativo e nei percorsi formativi, dove l’AI fatica a entrare in modo strutturale. Le imprese italiane appaiono ancora poco reattive, inserite in un ecosistema imprenditoriale che risulta immaturo rispetto alla piena integrazione di tecnologie capaci di aumentare produttività, efficienza e capacità analitica.
Le cause sono note e interconnesse: carenza di competenze digitali avanzate, dimensione ridotta delle imprese, investimenti tecnologici discontinui e una cultura dell’innovazione che fatica a tradursi in applicazioni concrete. A questi fattori si aggiungono timori diffusi sui ritorni economici (31%), sulla cybersecurity e sulla resistenza al cambiamento (27%), come evidenziato dai CEO italiani intervistati da PwC.
I segnali di cambiamento non mancano: Lo studio Pulse of Change di Accenture evidenzia come il 92% dei manager italiani preveda un aumento degli investimenti in AI e Intelligenza Artificiale Generativa entro il 2026, superando la media europea ferma all’84%. Ancora più significativo è il dato sulla formazione: il 57% dei leader italiani dichiara di voler investire in programmi di upskilling e reskilling della forza lavoro, contro il 46% della media UE. Un orientamento coerente con un altro elemento spesso sottovalutato: il 40% dei dipendenti italiani afferma di saper utilizzare con sicurezza strumenti di AI, rispetto a una media europea del 25%. Un patrimonio di competenze già disponibile che, troppo spesso, rimane inutilizzato o confinato a sperimentazioni isolate.
Come ha ribadito più volte Mario Draghi nelle sue analisi sulla competitività europea, l’Europa non può più permettersi un approccio prudente, frammentato o difensivo sull’Intelligenza Artificiale. L’AI non è una semplice opzione tecnologica, ma un asset strategico continentale, decisivo per rilanciare produttività, innovazione e crescita nel medio-lungo periodo. Ritardarne l’adozione significa accettare una perdita strutturale di competitività rispetto ad altri blocchi economici.
Per colmare questo divario, tuttavia, non bastano gli investimenti tecnologici. Servono due leve decisive: formazione e leadership. La formazione deve essere continua, trasversale e diffusa, non limitata ai profili tecnici, ma orientata a costruire una vera cultura dell’AI capace di coinvolgere l’intera organizzazione. Allo stesso tempo, il ruolo dei CEO diventa centrale: senza una leadership consapevole, in grado di integrare l’AI nella strategia aziendale e nei processi decisionali, la tecnologia rischia di rimanere un esercizio sperimentale, incapace di generare valore reale e duraturo.
Il rischio, in un’Europa che accelera, è quello di ampliare ulteriormente il gap competitivo proprio su una tecnologia destinata a ridisegnare processi produttivi, formazione e modelli di business. L’Italia ha l’interesse, le competenze di base e la volontà di investire. Ora è il momento delle decisioni: trasformare l’AI da promessa a leva concreta di crescita dipende dalla capacità delle imprese – e dei loro leader – di agire con visione, metodo e responsabilità.