Il razzo può aspettare, le regole dell’economia lunare no

scritto da il 24 Marzo 2026

Post di Marco Galli, PedersoliGattai, Responsabile Space Law & Economy

 

L’ennesimo rinvio di Artemis II ha fatto il giro dei titoli di giornale seguendo un copione ormai familiare: la NASA in difficoltà, prima una perdita di idrogeno liquido durante il test pre-lancio, poi un problema al flusso di elio nello stadio superiore che ha costretto a riportare il razzo nel Vehicle Assembly Building. L’obiettivo, ora, è la fine del 2026.

Limitarsi a leggere la vicenda come un semplice inciampo tecnologico, però, rischia di far perdere di vista il quadro più ampio.

Mentre lo Space Launch System resta a terra, nello spazio si sta giocando una partita molto più grande: quella sulla definizione delle regole dell’economia lunare. E quella partita, a differenza del lancio, non è stata rinviata neppure di un giorno.

La Luna non è fantascienza: è geopolitica

Quando si parla di Luna, oggi, non si evocano scenari simbolici o futuristici. Si parla di risorse molto concrete: ghiaccio d’acqua ai poli lunari, elio-3, terre rare.

La Cina ha già riportato sulla Terra campioni provenienti dalla faccia nascosta della Luna con la missione Chang’e 6 nel 2024 e punta a un allunaggio con equipaggio entro il 2030. Nel frattempo, Pechino e Mosca stanno lavorando alla International Lunar Research Station, una base lunare pensata come alternativa al programma occidentale.

Il contesto è profondamente diverso da quello della corsa allo spazio degli anni Sessanta. Allora due superpotenze si sfidavano soprattutto sul piano simbolico. Oggi il quadro è più articolato: accanto agli Stati operano imprese private – da SpaceX a Blue Origin fino alla giapponese ispace – con capacità tecnologiche e interessi economici che fino a pochi anni fa erano impensabili per soggetti non governativi.

In un ecosistema così complesso, la questione centrale diventa inevitabilmente quella delle regole. E, come spesso accade nelle fasi di frontiera, il rischio è che l’ordine venga definito da chi si muove per primo.

Gli Accordi Artemis: un framework, non un trattato

È in questo contesto che vanno letti gli Artemis Accords, dei quali anche l’Italia è firmataria.

Promossi dagli Stati Uniti nel 2020, durante il primo mandato Trump, gli Accordi sono stati successivamente confermati dall’amministrazione Biden e rilanciati dall’attuale presidenza: una continuità bipartisan piuttosto rara nella politica americana, che segnala quanto questo strumento sia considerato strategico.

Gli Accordi non sono un trattato internazionale vincolante in senso classico. Si tratta piuttosto di un framework di principi, linee guida e best practices costruito a partire dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967.

Otto Paesi li firmarono il giorno stesso della loro adozione, in quella che molti osservatori definirono “un capolavoro di diplomazia” del Dipartimento di Stato americano. Oggi i firmatari superano la sessantina.

Se letti con una lente economica, alcuni elementi risultano particolarmente significativi. Le safety zones – aree in cui le operazioni di un firmatario devono essere rispettate dagli altri – rappresentano, di fatto, un primo embrione di diritti esclusivi sulle zone operative e potenzialmente estrattive.

L’interoperabilità, che riguarda sistemi di rifornimento, comunicazioni, moduli abitativi e infrastrutture di atterraggio, contribuisce invece a standardizzare l’architettura tecnica delle missioni e, di conseguenza, a orientare il mercato.

Infine, i principi di trasparenza e condivisione dei dati scientifici delineano un ecosistema aperto ma non neutrale: chi aderisce accetta le regole del club, mentre chi resta fuori – Cina e Russia in primo luogo – segue un percorso parallelo. In questo senso, le assenze contano quasi quanto le presenze nel definire i confini del campo.

Da cornice diplomatica a standard di mercato

Dal 2020 a oggi lo scenario è cambiato sensibilmente su più fronti.

Sul piano geopolitico, la competizione tra Stati Uniti e Cina si è intensificata, e gli Accordi Artemis sono progressivamente diventati una linea di demarcazione tra due modelli di governance dello spazio: da un lato un sistema multilaterale guidato dagli Stati Uniti e dai loro partner, dall’altro il progetto sino-russo.

Sul piano commerciale, la crescita rapidissima del settore privato ha reso sempre più urgente la questione della certezza giuridica. Le imprese difficilmente investono in contesti caratterizzati da forte ambiguità normativa. In questo senso, la sezione degli Accordi dedicata alle risorse spaziali – che afferma la legittimità dell’estrazione senza che ciò costituisca appropriazione nazionale – rappresenta uno dei segnali più rilevanti per il mercato.

A questo si aggiunge l’Executive Order firmato dal Presidente Trump sull’estrazione delle risorse spaziali, che ha rafforzato ulteriormente la dimensione commerciale del programma, ribadendo che è possibile trarre profitto dalle attività economiche nello spazio.

Il risultato è che gli Accordi Artemis non sono più soltanto uno strumento diplomatico. Sempre più spesso vengono interpretati come l’infrastruttura giuridica sulla quale potrebbe svilupparsi il mercato della New Space Economy.

Artemis II come banco di prova

In questo contesto si comprende perché la missione Artemis II, pur senza prevedere nell’immediato un allunaggio, rappresenti un passaggio cruciale.

Sarà infatti il primo vero stress test operativo del framework definito dagli Accordi. Le decisioni che verranno prese in questa fase – su protocolli, responsabilità, gestione delle operazioni e delle risorse – rischiano di creare precedenti destinati, nel tempo, a consolidarsi in prassi e poi, eventualmente, in norme di diritto internazionale.

Non si tratta di un dettaglio accademico.

Il Gateway, la futura stazione cis-lunare, verrà costruito tra Paesi firmatari degli Accordi. Il modulo ESPRIT sarà sviluppato da Thales Alenia Space come prime contractor per ESA, mentre il programma Moonlight di Telespazio fornirà le infrastrutture di comunicazione e navigazione dell’ecosistema lunare.

Artemis II rappresenta dunque, in qualche modo, il prototipo della governance multi-attore che dovrà gestire questa fase della presenza umana nello spazio.

Per gli operatori privati la posta in gioco è altrettanto rilevante: operare all’interno di questo framework significa poter contare su un minimo di prevedibilità delle regole, condizione essenziale per attrarre investimenti e pianificare attività su orizzonti temporali molto lunghi.

Letta in questa prospettiva, la “frenata” della NASA assume un significato diverso. Non tanto una battuta d’arresto, quanto il tempo necessario per definire con maggiore precisione un precedente che difficilmente potrà essere corretto a posteriori.

Il vero punto, quindi, non è tanto quando Artemis II partirà.

È che le regole dell’economia spaziale stanno prendendo forma proprio adesso: nei principi degli Accordi, nei precedenti operativi che si stanno costruendo, nelle scelte industriali che accompagnano il programma.

Gli Accordi Artemis sono imperfetti e non vincolanti. Ma, nel complesso panorama geopolitico attuale, rappresentano ciò che esiste oggi per dare un ordine a questa nuova fase dell’esplorazione spaziale.

E, come insegna qualsiasi negoziato internazionale, chi non siede al tavolo difficilmente partecipa alla scrittura delle regole. Più spesso si limita ad applicarle.