Aree interne: una sfida sempre più difficile

scritto da il 31 Gennaio 2026

Un problema della nostra penisola che ci preoccupa oramai da decenni riguarda la questione delle aree interne. Si tratta di quei territori caratterizzati da un progressivo spopolamento, lontani dalle metropoli e con una crescente carenza di servizi. Soprattutto servizi di mobilità, istruzione e sociosanitari. Un problema che ci tocca nell’animo, perché la maggior parte di noi è legato, direttamente o indirettamente, a tali zone. Il destino di queste aree sembra segnato, perché l’intervento pubblico per cambiare il corso della storia è tutt’altro che semplice, nonostante le buone intenzioni.

La SNAI e lo studio della Banca d’Italia

Uno dei programmi strutturali più importanti in essere è la SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne), inaugurata del 2014. In un recente lavoro pubblicato dalla Banca d’Italia, curato da Michele Mariani, si traccia un bilancio sull’efficacia della strategia. Il risultato mostra più ombre che luci.

L’autore inserisce la SNAI all’interno delle place-based policies (PBPs), che hanno sempre diviso gli studiosi sulla loro efficacia. Rientrano tra queste i Patti Territoriali o i Contratti di Programma. Anche la SNAI, come tanti programmi similari, nasce all’interno della politica di coesione europea, nel ciclo 2014-2020. L’obiettivo era quello di garantire i servizi essenziali nelle aree identificate, ma anche migliorare l’occupazione, il valore immobiliare e combattere lo spopolamento. Il tutto con scadenze temporali diverse, come da figura riportata.

Cosa prevede la strategia

A livello di fondi, la SNAI è stata finanziata da fondi comunitari e nazionali. Per il design e il coordinamento delle azioni, è stato formato un comitato di esperti, con rappresentanti ministeriali, regionali e tecnici. Il progetto è stato suddiviso in due fasi. Nella prima, sono state identificate le aree interne. I comuni inclusi nella definizione, rappresentano più della metà dei comuni italiani, ma in essi vi abita solamente circa il 20% della popolazione. Di questi, molti sono in zone di montagna, classificate anche come aree rurali. La maggioranza di questi comuni, 85%, ha meno di 5000 abitanti. Spesso sono caratterizzate da alti tassi di spopolamento, emigrazione giovanile, bassi tassi di fertilità e invecchiamento della popolazione. Ma sono anche ricche di cultura e di risorse naturali, che ne rappresentano il potenziale. Nella seconda, sono state identificate le aree di progetto, cluster di comuni adiacenti inclusi nella definizione di aree interne. Ne sono state identificate 72, che racchiudono 982 comuni. Su tali aree, si focalizza lo studio.

Nonostante il lancio nel 2014, i primi accordi di programma sono stati sottoscritti nel 2017, i primi fondi erogati nel 2018, a testimonianza del grande lavoro burocratico che tali iniziative richiedono. Ad agosto 2024, sono stati definiti 1688 progetti, con allocazione di 410 milioni di euro. I comuni del centro-nord hanno elaborato il 65% dei progetti, ma hanno raccolto il 41% dei fondi. Il costo per progetto al sud è stato quasi 3 volte più alto che al centro-nord. Al sud i progetti hanno riguardato principalmente o trasporti, la mobilità e il turismo, mentre al nord concernono la competitività delle imprese, l’istruzione e l’inclusione sociale. Solo il 23% dei progetti risultava completato alla data di riferimento dello studio, con il 59% in corso e persino il 18% non iniziati.

I risultati

I risultati mostrano innanzitutto un impatto non significativo sull’andamento della popolazione, uno degli obiettivi della strategia. Il dato non stupisce, proprio perché si tratta di trend strutturali difficilmente reversibili con simili politiche. Si nota però un effetto positivo sull’economia e sull’imprenditorialità (industria e costruzioni, non sui servizi). Nessun effetto significativo sul valore degli immobili, in linea con il mancato effetto demografico. Manca anche l’effetto sull’occupazione.

Analizzando maggiormente i dati, l’autore evidenzia altri parametri. Appare importante la qualità delle istituzioni coinvolte, sia nell’attrarre risorse, sia nell’utilizzarle in maniera efficiente. Ciò si evince nei risultati sull’imprenditorialità. Correlata alla qualità istituzionale sembra anche la geografia e le relative situazioni di partenza, che vedono avvantaggiati i comuni del Centro-Nord. Ciò accade per un ritardo nei servizi essenziali dei comuni del Sud, che fanno più fatica a garantirli, per carenze infrastrutturali e per maggiori problemi di governance e, di conseguenza, elaborano progetti con maggiori difficoltà.

Futuro incerto

Cosa fare? Lasciar perdere non si può, ma di sicuro occorrerebbe essere più rapidi nell’elaborazione dei progetti e nell’allocazione dei fondi. Questo è altresì importante per prevenire che la politica cambi idea e destini le risorse altrove. È accaduto ad esempio nel 2021, con l’allocazione di parte delle risorse non impiegate al problema degli incendi boschivi.

A luglio 2025 il Governo ha presentato il Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI). Un piano molto realista, per non dire pessimista, sul destino delle aree. Si ha come la sensazione che il trend non riuscirà ad essere invertito e che si mantenga la strategia solo per evitare polemiche.

Sicuramente è opportuno razionalizzare e rendere più armonica l’allocazione dei vari fondi che hanno la medesima finalità, ossia quella di aiutare le aree meno sviluppate. Ma per farlo, servono molti investimenti mirati innanzitutto alla crescita del capitale umano, perché molto spesso si denotano deficit di qualità nella gestione delle risorse e delle opportunità. Ecco perché i soldi, purtroppo, non bastano.

Tuttavia, per chiudere con una nota di ottimismo, anche in caso di fallimento della mano pubblica, la storia  insegna che fenomeni come la corsa alle città o l’allontanamento dalle stesse possono anche generarsi spontaneamente. Le aree interne possono ancora avere un futuro e non vivere solo di memoria nostalgica.