Africa, la nuova corsa alle risorse: dal caso Barrick un monito per l’Europa

scritto da il 22 Gennaio 2026

Post di Mario Di Giulio, responsabile Africa Desk dello studio legale Pavia e Ansaldo e professore a contratto di Law of Developing Countries all’Università Campus Bio-Medico di Roma

 

Complici anche i cambi di regime avvenuti in alcuni stati con l’insediamento di giunte militari, negli ultimi anni in Africa si sta affermando una nuova stagione di “resource nationalism”. Con il caso della canadese Barrick in Mali — conclusosi a fine 2025 con un accordo da 430 milioni di dollari USA — il cambio di paradigma si rende ancor più evidente agli occhi del mondo. La gestione della disputa tra il governo maliano e Barrick Gold non è solo un episodio isolato: rappresenta l’emblema di

Il caso Barrick-Mali: quando lo Stato stringe la cinghia sulle multinazionali

La lunga battaglia tra il governo maliano e Barrick è iniziata con la contestazione di presunti arretrati fiscali e si è poi trasformata in un braccio di ferro politico, conclusosi con un accordo che ha rimesso la miniera Loulo-Gounkoto sotto pieno controllo operativo dell’azienda concessionaria dei diritti estrattivi. Durante la crisi, il governo maliano ha mostrato una notevole durezza non nuova nelle contese africane: blocco delle esportazioni d’oro, sequestro di lingotti, arresto di dipendenti della compagnia, nomina di un amministratore provvisorio per la miniera, applicazione retroattiva di norme più severe del nuovo codice minerario.
Per un gigante dell’estrazioni aurifere come Barrick, abituato a operare con la protezione di clausole di stabilità e arbitrati internazionali, è stato un segnale inequivocabile: gli Stati africani pretendono sempre più dalle concessioni minerarie.

Un trend sempre più diffuso: sovranità economica e revisione delle concessioni

Il Mali non è solo. La Guinea ha revocato decine di licenze nel 2025; il Burundi ha sospeso e rinegoziato numerose concessioni straniere; lo stesso sta facendo la Tanzania. In molti casi si tratta di interventi retroattivi, spesso giustificati con inadempienze, investimenti ritardati o mancato rispetto degli impegni sociali previsti dalle concessioni.

Il new deal: trasformare le risorse “in loco”

Nel 2025 il Mali ha avviato la costruzione di una grande raffineria d’oro a Senou, vicino alla capitale Bamako, sostenuta da capitali russi e svizzeri. Lo scopo è evidente: trattenere il valore aggiunto, creare occupazione e ridurre la dipendenza da filiere estere. Il modello si sta diffondendo rapidamente in tutta l’Africa, a ottobre il presidente del Malawi ha emanato un ordine esecutivo che impone la trasformazione delle terre rare in loco. L’ordine presidenziale appare essere un duro colpo per l’Unione Europea che scommette – per rafforzarsi nella gestione delle terre rare – sul realizzando impianto di trasformazione da costituire in Polonia a gestione della Mkango, la stessa società che estrae le terre rare nel giacimento malawaiano di Songwe Hill, considerato strategico dall’UE ai sensi del Critical Raw Act: la Mkango si è infatti affrettata a comunicare (press release del 28 ottobre scorso) che le terre rare estratte a Songwe saranno processate in Malawi (ponendo il dubbio su cosa processerà in Polonia). Nei paesi africani, si moltiplicano quindi i casi in cui sono introdotti obblighi di costruzione di raffinerie, divieto di esportare minerali non lavorati, joint venture obbligatorie con società statali, quote riservate a produttori locali.

Immagine di Freepik

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Opportunità e rischi di una nuova era mineraria

L’approccio muscolare africano può portare benefici significativi a favore delle popolazioni africane e, in una diversa prospettiva, anche per noi europei laddove la creazione di posti di lavoro e di ricchezza in loco potrà mitigare le cause delle migrazioni che di fatto coinvolgono i paesi europei più di altri, non fosse altro che per la presenza del Mediterraneo, un mare che di certo non separa ma unisce.
Di fatto si prospettano però anche dei rischi per gli africani stessi considerate la concreta mancanza di stampa libera, di una pubblica opinione attenta e di sindacati che possono condurre a esacerbare gli impatti negativi sui diritti dei lavoratori e sull’ambiente e si impone a noi europei un diverso approccio nelle nostre relazioni con i paesi africani, considerato che cinesi, russi e paesi arabi spesso non scontano il rancore che il colonialismo e il post colonialismo hanno lasciato nella memoria collettiva, senza considerare le accuse di paternalismo, derivanti dalle nostre richieste di rispetto dei diritti umani e l’imposizione di politiche economiche sociali, che ci fanno tacciare di indebite interferenze legate al nostro complesso di superiorità.
Una situazione complessa, difficile da affrontare, che ci deve imporre un ripensamento nei nostri rapporti con l’Africa, non certo abdicando alla tutela dei diritti e alle nostre politiche anticorruzione che hanno il pregio di essere apprezzate da ampie fasce delle popolazioni africane, che vedono nella corruzione un male più grande rispetto alle stesse dittature (come evidenziato i dati Afrobarometer), ma cercando di creare partnership locali dove l’impiego dei capitali si leghi alla creazione di posti di lavoro e ricchezza locale.

Una sfida non facile, ma ineludibile

Il vecchio modello “estrazione ed export” è, infatti, ormai superato. L’Africa vuole sedersi al tavolo non come fornitore di materie prime, ma come attore industriale. E il mondo, Europa in primis, dovrà rapidamente abituarsi a questa nuova realtà.