Flussi globali senza governo: squilibri e tramonto di ogni posizione critica

scritto da il 03 Febbraio 2026

 

Post di Giovanni di Corato*, Amministratore Delegato Amundi RE Italia SGR

 

Negli ultimi due anni, il ritorno dei dazi e, più in generale, di politiche commerciali difensive ha prodotto un fenomeno tanto prevedibile quanto rivelatore: una sostanziale compattezza della sinistra occidentale nelle sue plurime e variegate declinazioni su posizioni che, fino a non molto tempo fa, sarebbero state ricondotte senza esitazione al cuore del paradigma liberista e globalista. La reazione è stata rapida, spesso indignata, talvolta apertamente caricata di un giudizio morale. I dazi sono stati presentati come una regressione, una minaccia all’ordine economico internazionale, un attacco irrazionale a quel libero scambio che, si sostiene, avrebbe contribuito a garantire per decenni almeno un minimo di crescita, benessere e cooperazione globale.

A rendere il quadro ancora più netto è intervenuta la figura di Donald Trump, che ha funzionato da catalizzatore simbolico perfetto. Trump è stato descritto come rozzo, incompetente, privo di qualsiasi cultura economica, e in questa rappresentazione la questione dei dazi è stata risolta prima ancora di essere discussa. Se a introdurli è Trump, allora non possono che essere una stupidaggine. L’idea che Trump sia completamente inadatto a governare qualunque cosa ha così assunto una funzione precisa: non semplicemente delegittimare una posizione politica, ma sostituire un’analisi economica che tutto ciò che sta a sinistra di ciò che un tempo si chiamava, ironia della storia, Washington Consensus non è più in grado – o non è più disposta – a produrre.

Sarebbe però un errore leggere questo allineamento come un riflesso puramente anti-trumpiano. La questione è più profonda e più strutturale. La sinistra, nelle sue varie declinazioni liberal-progressiste, socialdemocratiche, post-socialiste, comuniste e più radicalmente critiche non si è limitata a respingere i dazi per ragioni contingenti o simboliche: lo ha fatto perché condivide, ormai in modo largamente implicito ma sostanzialmente unanime, una tesi economica precisa. Una tesi secondo cui la libera circolazione di persone, merci e capitali costituirebbe nel suo insieme un meccanismo tendenzialmente efficiente e complessivamente benefico; una tesi secondo cui gli squilibri prodotti da questo assetto sarebbero transitori o comunque compensabili nel lungo periodo attraverso la crescita, l’innovazione e l’adattamento dei sistemi economici.

Questa posizione coincide, nei suoi presupposti fondamentali, con il mantra liberista classico. La differenza, quando esiste, riguarda semmai la retorica con cui tale assetto viene giustificato: non solo il principio dei vantaggi comparati o l’integrità dell’efficienza dei mercati in quanto tale, ma l’apertura, l’inclusione, la mobilità, l’universalismo dei diritti. Motivazioni e aspirazioni diverse, ma la legittimità della struttura di regolazione economica sottostante resta la stessa. Non a caso, nel dibattito pubblico recente, la sinistra si è spesso trovata oggettivamente allineata con le posizioni più esplicite del globalismo economico, arrivando a difendere senza troppe esitazioni la libera circolazione simultanea di merci, persone e capitali come un orizzonte normativo se non desiderabile, quantomeno inevitabile.

Le eccezioni esistono, ma sono rivelatrici. Alcune frange più radicali del pensiero critico, di derivazione marxista o socialista, continuano a porre il problema della libertà di circolazione dei capitali, denunciandone gli effetti speculativi o estrattivi. Tuttavia, anche in questi casi, il dogma del libero scambio delle merci e quello della libera circolazione delle persone rimangono sostanzialmente intatti. Il risultato è una critica parziale, che colpisce un singolo elemento del sistema senza mai mettere in discussione l’architettura complessiva della globalizzazione e già qui si intravede una difficoltà più profonda: l’incapacità di pensare i flussi come fenomeni differenziati, governabili secondo logiche diverse.

Questa adesione al dogma della libera circolazione non nasce però dal nulla. Ha una genealogia lunga e stratificata, che affonda le radici nel modo in cui il pensiero politico ed economico in termini generali progressista, non riconducibile a una matrice ideologico culturale liberista, e indipendentemente dalle molteplici declinazioni, ha storicamente pensato gli scambi internazionali e il loro rapporto con lo sviluppo.

Già in Karl Marx, e in particolare nel Discorso sul libero scambio, il commercio internazionale viene difeso per la sua funzione storica. Il libero scambio è una forza distruttiva, capace di dissolvere assetti sociali esistenti, economie locali e protezioni istituzionali. È proprio questa capacità distruttiva a renderlo, agli occhi di Marx, storicamente progressivo: accelerando le contraddizioni del capitalismo, esso renderebbe più prossima la possibilità del loro superamento. In questa prospettiva, la distruzione delle condizioni materiali date non è un problema politico da governare, ma un passaggio necessario di un processo storico più ampio. Opporsi al libero scambio significa, in questo schema, opporsi alla storia stessa.

Con Rosa Luxemburg e Vladimir Lenin, questa impostazione viene ulteriormente radicalizzata. Lo sviluppo dei paesi avanzati viene legato strutturalmente allo sfruttamento di spazi esterni: mercati non capitalistici, periferie, colonie. Il benessere del centro non appare più come un risultato contingente, ma come l’effetto necessario di un drenaggio di valore. Da qui discende un’idea destinata a sedimentarsi a lungo: se i lavoratori dei paesi avanzati stanno meglio, qualcuno altrove deve necessariamente stare peggio. La difesa delle condizioni materiali nei paesi sviluppati diventa così, implicitamente o esplicitamente, moralmente sospetta.

Questa lettura viene ulteriormente rafforzata nel secondo dopoguerra da una vasta letteratura che interpreta anche il compromesso socialdemocratico / fordista come un prodotto indiretto dell’imperialismo economico. Salari elevati, welfare e stabilità occupazionale vengono riletti come rendite di posizione, come benefici resi possibili da uno scambio ineguale strutturale. Anche quando questi risultati sono ottenuti attraverso conflitti sociali durissimi e conquiste politiche reali, essi faticano a essere riconosciuti come pienamente legittimi sul piano teorico. La sinistra impara così, progressivamente, a diffidare della propria stessa capacità di migliorare le condizioni materiali delle classi popolari nei paesi avanzati.

È in questo contesto che si colloca il sistema di Bretton Woods, spesso evocato come simbolo di un’epoca di regolazione, ma raramente analizzato per ciò che è stato davvero. Bretton Woods rappresenta l’applicazione parziale – e in larga misura involontaria – delle riflessioni di John Maynard Keynes sugli squilibri del commercio internazionale e sull’instabilità prodotta da flussi di capitale non governati. Non è la realizzazione del disegno keynesiano, ma ne incarna alcuni presupposti fondamentali: la necessità di limitare la mobilità dei capitali, di garantire agli Stati margini di manovra per politiche orientate alla piena occupazione e di evitare che il commercio internazionale diventi un meccanismo automatico di disciplinamento delle economie più deboli.

Allo stesso tempo, Bretton Woods tradisce il cuore della proposta di Keynes. Il sistema riesce a rallentare e ad assorbire gli squilibri di parte corrente, “isolando” parzialmente le economie nazionali grazie al controllo dei capitali, ma non prevede alcun meccanismo di riequilibrio strutturale dei flussi reali. I paesi in surplus non vengono obbligati a modificare i propri modelli di crescita, a espandere la domanda interna o a reinvestire sistematicamente all’estero. Gli squilibri vengono gestiti, ma non corretti. In questo senso, la limitata circolazione dei capitali si rivela uno strumento utile, ma insufficiente: un palliativo che attenua le tensioni senza affrontarne le cause profonde, esattamente ciò che Keynes aveva cercato di evitare.

Il sistema regge finché gli Stati Uniti riescono a svolgere il ruolo di perno monetario globale, garantendo la convertibilità aurea del dollaro. Quando, a causa di disavanzi esterni crescenti, questo equilibrio diventa insostenibile, la parità aurea salta. Il passaggio a un sistema di cambi flessibili non è una sconfitta, né l’inizio necessario del neoliberismo: è la presa d’atto del carattere strutturalmente deflazionistico di un vincolo che non può reggere in un’economia mondiale in espansione. Ciò che segue, però, non è l’approfondimento della riflessione keynesiana sugli squilibri, ma il suo abbandono. Alla fine della parità aurea si accompagna la progressiva e poi totale liberalizzazione dei movimenti di capitali e, nel giro di non molti anni, con il WTO, alla rinuncia a qualsiasi governo politico degli scambi di merci.

È qui che si consuma uno slittamento decisivo. La sinistra, già almeno inconsciamente diffidente verso la difesa delle condizioni materiali nei paesi avanzati, non coglie in Bretton Woods un tentativo imperfetto ma significativo di governare i flussi, bensì una parentesi storica chiusa per sempre. La gestione politica degli scambi viene archiviata come un residuo del passato, mentre la globalizzazione viene accettata come un destino oggettivo. Il pensiero economico si ritrae, lasciando spazio a una narrazione morale incapace di misurarsi con i conflitti reali che l’apertura indiscriminata dei flussi avrebbe presto prodotto.

È su questo sfondo che diventa possibile, e anzi necessario, interrogare alcune tradizioni teoriche rimaste marginali, spesso considerate eterodosse o incomplete, ma che hanno avuto il merito di non scambiare la gestione degli squilibri per la loro soluzione, e di non ridurre l’economia internazionale a un problema esclusivamente morale. Non perché offrano un modello alternativo “chiavi in mano”, ma perché consentono di pensare ciò che la sinistra contemporanea ha smesso di pensare: la differenza qualitativa tra i flussi, la sequenza dello sviluppo, il nesso profondo tra economia e capacità politica.

In questo senso, il contributo di Albert O. Hirschman è particolarmente rilevante. Hirschman non è un teorico del commercio internazionale in senso stretto, né un economista dell’equilibrio. Il suo interesse costante è rivolto ai processi di sviluppo come percorsi storici diseguali, attraversati da strozzature, asimmetrie, conflitti e scelte politiche irreversibili. Lo sviluppo, per Hirschman, non è mai il risultato di un’allocazione ottimale delle risorse, ma di una sequenza di squilibri produttivi che costringono le società a mobilitare capacità latenti, istituzioni, competenze.

Questa impostazione ha una conseguenza diretta sul modo di pensare gli scambi internazionali. L’apertura indiscriminata dei mercati non accelera necessariamente lo sviluppo; al contrario, può bloccarlo, se impedisce la formazione di legami produttivi interni e di una domanda nazionale sufficientemente ampia. Hirschman insiste sul fatto che lo sviluppo richiede tempi, protezioni selettive, priorità settoriali. Non perché il mercato sia irrilevante, ma perché senza una struttura produttiva minimamente integrata il mercato globale funziona come una forza centrifuga, che rafforza le specializzazioni più arretrate e scoraggia l’accumulazione di capacità complesse alimentando, alla fine, qualunque forma di dualismo e, a tendere, consolidando lo squilibrio fra paesi tecnologicamente avanzati ed arretrati.

Accanto a Hirschman, il lavoro di Ha-Joon Chang offre un altro tassello importante, soprattutto perché colpisce al cuore uno dei miti più radicati del discorso globalista: l’idea che il libero scambio sia la condizione naturale e storicamente vincente dello sviluppo. Chang mostra, con un’analisi storica puntuale, come i paesi oggi avanzati abbiano costruito le proprie economie attraverso politiche di protezione selettiva, intervento pubblico, controllo degli scambi e sostegno attivo all’industria nascente. Il libero scambio, lungi dall’essere il punto di partenza, è stato semmai un punto di arrivo, adottato quando le strutture produttive erano già consolidate. Il contributo di Chang non consiste tanto nell’invocare un ritorno a forme arcaiche di protezionismo, quanto nel rimettere al centro una questione che il dibattito contemporaneo tende a rimuovere: la distinzione tra merci diverse, tra fasi diverse dello sviluppo, tra flussi che producono apprendimento e flussi che producono dipendenza. In particolare, la liberalizzazione degli scambi di prodotti finiti, in assenza di una base produttiva autonoma, tende a cristallizzare le economie in posizioni subordinate, rendendo sempre più difficile la costruzione di mercati nazionali dinamici.

Ciò che accomuna Hirschman e Chang, al di là delle differenze di approccio e di contesto, è il rifiuto di pensare la globalizzazione come un processo omogeneo e inevitabile. Entrambi insistono, in modi diversi, sul fatto che i flussi non sono equivalenti e che governarli significa necessariamente stabilire priorità, accettare sequenze, produrre asimmetrie temporanee. Non esiste sviluppo senza decisione, e non esiste decisione senza conflitto.

È a partire da questa consapevolezza che diventa possibile formulare una posizione che si sottragga tanto al globalismo liberista quanto al suo rovescio puramente reattivo. Se la sinistra ha fallito nel governare la globalizzazione, non è perché ha difeso troppo la libera circolazione di persone, merci e capitali, ma perché ha rinunciato a distinguere. Ha accettato che questi venissero trattati come variabili, fra loro ed all’interno di ciascuna di esse, omogenee, quando invece producono effetti profondamente diversi sulle strutture produttive, sulla coesione sociale e sulla incisività del governo politico dei processi.

In questo senso, una restrizione selettiva dei flussi di merci – soprattutto per quanto riguarda i prodotti finiti – non rappresenta una regressione, ma una scelta razionale volta a preservare e costruire capacità produttive interne laddove non ci sono. Analogamente, il governo politico dei flussi di persone non implica la loro demonizzazione, ma il riconoscimento del fatto che la mobilità del lavoro ha effetti distributivi e sociali che non possono essere lasciati all’automatismo del mercato. Quanto ai capitali, la loro mobilità può essere uno strumento potente di sviluppo se orientata a investimenti produttivi inseriti in una strategia di costruzione della domanda interna in ogni nuova area che si aggrega alle dinamiche dell’economia globale e nel suo contrario quando puramente finalizzata ad arbitraggiare il costo del lavoro.

Se si prova allora a trarre una conclusione costruttiva da queste considerazioni, senza cedere all’utopia, è possibile delineare almeno un modello logico di funzionamento degli scambi internazionali alternativo a quello attuale. Un modello che non pretende di descrivere la realtà così com’è, ma che consente di chiarire quali siano le condizioni minime per una globalizzazione politicamente governabile.

La chiave di un sistema di regolazione dell’economia globale virtuoso non può fondarsi sulla semplice liberalizzazione dei flussi, al contrario, essa richiede una radicale differenziazione della loro mobilità. In particolare, la liberalizzazione del commercio dei prodotti finiti – inclusi, a pieno titolo, componenti ad alto valore aggiunto come chip, parti automobilistiche o dispositivi complessi – tende a bloccare i paesi a basso costo del lavoro in una posizione subordinata, orientata all’export e dipendente dalla domanda esterna. In questo contesto, l’introduzione di dazi selettivi sui prodotti finiti nei paesi ad alto costo del lavoro non rappresenta una misura difensiva o regressiva, ma uno strumento funzionale a impedire che il differenziale salariale si traduca automaticamente in arbitraggio industriale.

Specularmente, gli investimenti diretti esteri nei paesi a basso costo del lavoro possono svolgere una funzione radicalmente diversa, a condizione che siano orientati non all’esportazione, ma alla costruzione di capacità produttive destinate ai mercati interni. Qui potrebbero entrare in gioco incentivi fiscali forti e mirati concessi dai paesi a basso costo del lavoro, subordinati a vincoli chiari: localizzazione della produzione, trasferimento di competenze, integrazione con fornitori locali, e soprattutto destinazione prevalente della produzione al mercato nazionale o regionale. In questo schema, il capitale proveniente dai paesi in surplus non serve a sfruttare il lavoro a basso costo per competere sui mercati globali, ma a sostenere la crescita della domanda interna nei paesi in deficit.

Un simile assetto produce effetti simmetrici. Nei paesi avanzati, la limitazione dell’importazione di prodotti finiti protegge la base produttiva e i salari senza ricorrere a politiche deflazionistiche; nei paesi meno sviluppati, l’afflusso di investimenti orientati al mercato interno favorisce la formazione di classi medie, l’aumento dei salari e la stabilizzazione sociale. In entrambi i casi, il commercio internazionale non viene soppresso, ma subordinato a una logica di sviluppo sequenziale, anziché a una competizione generalizzata sul costo.

Qui affiora, senza l’ambizione di formularla compiutamente, la traccia di un modello alternativo di regolazione della globalizzazione: un sistema in cui i paesi tecnologicamente avanzati, anziché competere esclusivamente sul costo e sulla flessibilità, accumulano avanzi commerciali da reinvestire in modo strategico nei paesi meno sviluppati, contribuendo alla formazione di mercati nazionali in espansione. Non per creare nuove piattaforme di estrazione del valore, ma per allargare lo spazio della domanda globale in modo sostenibile. È l’esatto opposto del modello attuale, fondato sulla compressione dei salari, sulla precarizzazione e su un arbitraggio permanente che dissolve tanto le classi popolari dei paesi avanzati quanto le possibilità di sviluppo autonomo altrove.

Non sorprendentemente, l’idealtipo sistemico qui descritto si scontra frontalmente con le concrete evidenze espresse dai correnti assetti economici mondiali, e in particolare con il ruolo degli Stati Uniti. Questi combinano una leadership tecnologica, sebbene declinante, senza pari con importanti disavanzi strutturali dei conti con l’estero. Proprio questa apparente contraddizione, tuttavia, conferma il punto generale.

In assenza di un meccanismo di regolazione sistemico orientato a differenziare i flussi in una modalità non funzionale al semplice sfruttamento da parte del capitale globale delle migliori condizioni di produzione per ogni componente di prodotto, il paese tecnologicamente più avanzato e capace di esprimere la maggiore redditività del capitale, grazie ad una strutturale centralizzazione all’interno dei propri confini di tutte le componenti a maggiore valore aggiunto delle filiere globali, attrae sistematicamente capitali da tutto il mondo, innescando una serie di squilibri cumulativi che nessuna correzione monetaria o finanziaria è in grado di risolvere. In un sistema di globalizzazione non governata, in cui merci, capitali e attività finanziarie circolano senza una gerarchia funzionale, la leadership tecnologica produce un effetto perverso: concentra in un unico spazio geografico non solo l’innovazione, ma anche le opportunità di rendita più elevate. È verso quel centro che convergono i capitali globali, indipendentemente dall’andamento del commercio estero. Gli Stati Uniti non attirano investimenti perché sono in equilibrio, ma perché ospitano i nodi strategici delle catene del valore, i mercati finanziari più profondi, le imprese che catturano la quota maggiore dei profitti globali.

Il risultato è un paradosso solo apparente: il paese che guida tecnologicamente il sistema mondiale diventa anche il principale detentore di passività sull’estero e proprio questa funzione di polo attrattivo permanente consente di finanziare squilibri commerciali altrimenti insostenibili. I deficit di parte corrente non vengono corretti perché non devono esserlo: sono compensati da afflussi continui di capitale che cercano rendimento, sicurezza e accesso alle tecnologie chiave. In questo assetto, il commercio e la finanza cessano di svolgere funzioni di riequilibrio e diventano meccanismi di accumulazione asimmetrica.

Questo schema non è replicabile, né generalizzabile. Può funzionare per un solo paese, o al massimo per un ristretto nucleo, ma produce instabilità sistemica per tutti gli altri. Ed è proprio questo il punto: la globalizzazione non governata tende strutturalmente a concentrare valore, investimenti e capacità decisionale nei luoghi in cui si addensa la leadership tecnologica, mentre scarica l’aggiustamento sugli altri paesi, costretti a competere sul costo, sulla flessibilità o sulla compressione della domanda interna.

In questo senso, il caso statunitense non contraddice la riflessione qui sviluppata, ma conferma l’urgenza di una svolta. Mostra che, in assenza di una distinzione funzionale dei flussi, i surplus non emergono dove la produttività è più alta, ma dove il capitale decide di localizzarsi per catturare le rendite tecnologiche e finanziarie. Dimostra che il libero movimento dei capitali, lungi dal riequilibrare il sistema, tende a rafforzare le divergenze, rendendo cronici gli squilibri che dovrebbe correggere.

È proprio per questo che una globalizzazione politicamente governabile non può limitarsi a invocare più apertura o più chiusura in astratto. Deve invece intervenire sulla direzione dei flussi: impedire che il commercio di prodotti finiti diventi un puro arbitraggio salariale, orientare gli investimenti verso la costruzione di mercati interni nei paesi a basso costo del lavoro, e riconoscere che la leadership tecnologica, se non accompagnata da meccanismi di redistribuzione reale, produce squilibri incompatibili con qualsiasi idea di ordine economico stabile.

Da questo punto di vista, la vera anomalia non è il ritorno dei dazi o la messa in discussione del libero scambio, ma l’idea che un’architettura della globalizzazione così strutturalmente sbilanciata come l’attuale possa reggersi indefinitamente senza un intervento esplicito della politica. È questa rimozione della decisione, più che il populismo o il protezionismo, ad aver condotto tutti coloro che, ormai solo retoricamente, si propongono di agire per cambiare lo “stato di cose presente” in un vicolo cieco: accettare un mondo governato dai flussi senza chiedersi chi li orienta, a beneficio di chi, e con quali effetti sulle strutture sociali e democratiche.

 

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