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OpenAI, governance e futuro dell’Ai: il ruolo del modello benefit

Post di Eric Ezechieli e Paolo Di Cesare, co-founder di NATIVA

Quando un’azienda come OpenAI “cambia pelle”, il mercato ascolta. Non solo per il peso del brand o per la velocità con cui i suoi prodotti hanno trasformato il rapporto tra persone e tecnologia, ma perché ogni sua scelta, anche di governance, ha il potenziale di diventare uno standard di riferimento. Una delle ultime mosse, la trasformazione in Public Benefit Corporation, ciò che in Italia chiamiamo Società Benefit, non va quindi letta solo come un aspetto giuridico, bensì come un segnale che intercetta una tensione sempre più forte nel settore tech verso modelli (che rimangono sempre a scopo di lucro) Benefit.
L’azienda guidata da Sam Altman ha raggiunto una surreale valutazione di 500 miliardi di dollari, una cifra comparabile al PIL dell’intera Danimarca. Da una parte, è vero che OpenAI ha perso il suo status di organizzazione non profit, come è stata fin dalla sua fondazione nel 2015, e questa scelta ha suscitato dure critiche da parte di chi sostiene che innovazioni cruciali per il futuro dell’umanità debbano poter essere diffuse a prescindere dai ritorni economici. Dall’altra, ha scelto un nuovo paradigma for profit, quello appunto di Benefit Corporation, che le ha permesso di integrare, nello Statuto e quindi nella governance, anche una missione di interesse pubblico: “garantire che l’intelligenza artificiale generale (AGI), ovvero sistemi altamente autonomi che superano le prestazioni umane nella maggior parte dei lavori economicamente rilevanti, vada a beneficio di tutta l’umanità”.
Oltre OpenAI: perché sempre più aziende guardano al modello Benefit
La scelta di OpenAI non è isolata. Negli ultimi anni un numero crescente di aziende tech e non solo, da Anthropic a xAI (che però ha poi rinunciato allo status qualche mese fa), ma anche realtà come Patagonia, illycaffè, Chiesi Farmaceutici, Danone, Nespresso, Vodafone e Fastweb hanno adottato modelli Benefit. In Italia, primo Paese sovrano al mondo ad aver introdotto le Società Benefit nel 2016, se ne contano oggi quasi 6.000, e già il 2% delle aziende con più di 250 dipendenti.
Il punto centrale, spesso frainteso, è che le Benefit Corporation non si distinguono per la rinuncia al profitto ma per la sua ridefinizione. Lo statuto amplia esplicitamente il perimetro degli interessi da considerare, includendo, accanto agli azionisti, anche persone, comunità, ambiente e generazioni future. In questo modo, la governance può diventare il vero “sistema operativo” dell’evoluzione dell’impatto dell’impresa, in quanto gli azionisti assegnano al management un mandato più ampio rispetto a quello tradizionale.
Opportunità e sfide della governance Benefit
Il modello Benefit è uno strumento che abilita una direzione virtuosa ma non la rende automatica né ne garantisce gli esiti. Società Benefit diverse possono produrre livelli molto diversi di valore economico, sociale e ambientale, a seconda di come le finalità vengono tradotte e integrate nei processi decisionali.
Il caso OpenAI rappresenta un nuovo terreno di sperimentazione. La nuova struttura prevede che la non profit OpenAI Foundation mantenga il controllo della Public Benefit Corporation e che la missione – identica per Fondazione e Corporation – sia legalmente vincolante. Restano però aperti interrogativi sostanziali: come si bilancia, nella pratica quotidiana, la corsa verso le quote di mercato e la profittabilità richieste dagli investitori con la cura necessaria quando si sviluppano tecnologie ad alto impatto? Quali meccanismi decisionali governano l’azienda e quali sistemi di trasparenza e rendicontazione permettono agli stakeholder di valutare se la missione viene davvero perseguita? Oltre a questo, come Open AI intende contabilizzare e gestire le ormai note esternalità sociali e ambientali negative derivanti dalla diffusione dell’uso dell’IA su larga scala? Come ricordava Andrew Kassoy, co-fondatore di B Lab, l’orientamento al bene comune ha valore solo se diventa un criterio decisionale prioritario della governance e se è accompagnato da impegni pubblici, misurabili nel tempo e rendicontati.
La posta in gioco è altissima perché l’intelligenza artificiale non è neutrale: riflette e amplifica il paradigma valoriale, culturale, sociale ed economico di chi la progetta.
In questo contesto, il modello Benefit può rappresentare una direzione concreta per “incanalare” l’evoluzione dell’IA. Non come etichetta e ancor meno con la pretesa di rappresentare ‘la soluzione’ ma come infrastruttura di governance che offre la potenzialità di rendere possibile il tenere insieme sicurezza, inclusione, impatti ambientali, diritti del lavoro e accesso equo alla tecnologia. Un’industria dell’IA che si poggia su un modello Benefit effettivamente integrato nei processi decisionali avrebbe la possibilità di essere realmente orientata al bene comune: questo si dovrebbe tradurre in scelte di prodotto, misurazione degli effetti con metriche chiare e standardizzate, riduzione dei fabbisogni di energia e impatti sull’ambiente, inclusione di punti di vista oggi sottorappresentati, accompagnamento delle transizioni occupazionali che l’automazione inevitabilmente genera.
Una sfida che riguarda tutto l’ecosistema
Questa responsabilità non riguarda solo chi sviluppa i modelli. Anche le imprese che adottano l’intelligenza artificiale sono chiamate a scelte di governance decisive: quando l’IA rafforza realmente la missione aziendale e quando, invece, la compromette? Quali limiti etici non possono essere superati? E quali standard minimi di trasparenza, sicurezza, impatto energetico e gestione dei bias è legittimo pretendere?
Letta in questa prospettiva, la trasformazione di OpenAI, che deve essere ritenuta accountable da tutti stakeholder su come onorerà ciò che oggi è scritto sulla carta e come affronterà realmente i temi materiali etici, ambientali e sociali che riguardano i suoi prodotti, diventa un banco di prova per l’intero sistema. L’opportunità è usare questo segnale per costruire standard condivisi, policy chiare e pratiche di rendicontazione credibili a livello aziendale e di policy pubblica, a livello globale. Le Società Benefit stesse possono giocare un ruolo da pioniere su questo tema: tradurre principi in regole operative, dalle finalità statutarie a policy vincolanti sull’uso (e non uso) dell’IA, fino a forme strutturate di rendicontazione su impatti sociali, ambientali e di sicurezza.
La domanda finale è semplice e cruciale: quale eredità vogliamo che l’intelligenza artificiale lasci? Se l’obiettivo è un benessere diffuso per le persone e un’azione di rigenerazione dei sistemi naturali, sono indispensabili una bussola chiara – fatta di purpose esplicito, governance trasparente e pluralità di sguardi – e il coraggio di tradurla in decisioni quotidiane. In questo senso, le Società Benefit non sono un punto di arrivo ma un possibile strumento: un prototipo che sta iniziando a dimostrare le proprie potenzialità e che può contribuire a orientare un dialogo costruttivo verso un nuovo modo, che sia nativamente orientato alla rigenerazione, di concepire il business.