Caporalato, la schiavitù sotto i nostri occhi. A che punto siamo

scritto da il 03 Settembre 2018

L’autrice di questo post è Mari Miceli, responsabile della Compliance presso Ifc Europe, assistente presso la cattedra di Diritto Internazionale di Unisanraffaele. Già consulente giuridico di Apex presso Nomisma –

Poco più di tre anni fa, in un’estate torrida, moriva Paola Clemente. Della bracciante pugliese morta nei campi, si occupò addirittura il New York Times, intitolando un’inchiesta in prima pagina: ‘In Italia, la scoperta della schiavitù’. Paola Clemente così, suo malgrado, divenne vittima eroina di un meccanismo venuto fuori solo dopo la sua morte. Le indagini disposte portarono alla luce una tragedia annunciata: ore di lavoro massacranti (più di 12) a fronte di una paga giornaliera che avrebbe dovuta essere di 86 euro, mentre ne era corrisposta una di circa 30 euro.

Ma cos’è e come funziona il caporalato?

I caporali, in linea generale, sono figure d’intermediazione tra la proprietà agricola e i braccianti lavoratori; i braccianti pagano cinque euro al giorno chi li porterà nell’azienda da cui è partita la richiesta (poi acqua e cibo sono costi extra e così pure gli eventuali medicamenti). Il caporale gestisce tutta la vita del lavoratore: gli spostamenti, l’alloggio, la paga, non ultimo i contatti sociali. Il controllo sul bracciante è pressoché totale. Ultima, ma non meno importante, è la maschera di legalità nelle forme di caporalato, il cosiddetto lavoro grigio, dietro l’apparente fornitura di braccianti agricoli a mezzo di agenzie interinali vi è una triste realtà fatta di sfruttamento e di schiavitù. L’obiettivo perseguito dagli imprenditori attraverso il ricorso di questi strumenti è evidente: utilizzare la manodopera assunta formalmente da terzi, comprimendo il costo del lavoro.

Contro l’atrocità di questa nuova forma di asservimento, nel 2016, è stata introdotta la “Legge Martina” (astenuti al momento del voto in aula solo Lega e Forza Italia), che fissa innanzitutto la definizione di caporalato inteso come “intermediazione illegale e sfruttamento lavorativo, prevalentemente in agricoltura”. Ai sensi del novellato art. 603 bis c.p. è punito “chiunque impieghi personalmente o recluti per conto terzi manodopera sfruttando lo stato di bisogno dei lavoratori”: di fatto, si tratta di un’intermediazione illecita su il triste e famoso ‘mercato delle braccia’. Sono considerati indici di sfruttamento sia la reiterata corresponsione di stipendi più bassi rispetto a quelli previsti dai contratti nazionali sia violazione delle leggi sull’orario di lavoro e sul riposo dei lavoratori. La novella legislativa prevede, anche, la confisca obbligatoria dei beni e l’assegnazione dei proventi al Fondo anti–tratta delle vittime del reato di caporalato.

Le legge esiste e, a un’attenta lettura, emerge come un corpus informativo piuttosto soddisfacente. Le disposizioni, ad oggi, come spesso accade in Italia, sono disattese. Nonostante le norme repressive, continua, quindi, a crescere il nesso tra criminalità, illegalità e settori economici quale ‘quello primario’ (lo si legga nell’accezione tecnica!) che diventa ‘fucina’ per nuove forme di illeciti e di abusi. Nello stesso tempo, è aumentata a dismisura quella “zona grigia” dai confini sempre più incerti, tra affarismo, clientelismo, sfruttamento e forme contrattuali solo apparentemente legali.

Dall’elaborazione dei dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto su dati ISTAT, Crea, Corte dei Conti e Commissione Parlamentare Antimafia è possibile evidenziare come il fenomeno non riguardi solo Meridione o solo il caporalato. Lo sfruttamento dei lavoratori è un affare che coinvolge un’economia sommersa da 208 miliardi, mentre il lavoro irregolare vale 77 miliardi di euro. 430.000 sono i lavoratori a rischio sfruttamento con paghe da 20 o, al massimo, 30 euro a giornata per 12 ore nei campi. E mentre si discute sulla validità o meno della legge n.199/2016 recante le “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”, l’economia ‘non osservata’ in Italia tocca cifre da capogiro.

Questi sono solo alcuni dei numeri che l’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil ha fotografato nel suo quarto rapporto “Agromafie e caporalato”, a proposito di un’infiltrazione mafiosa che muove numeri esorbitanti. Tra le altre cose, i dati Istat indicano un’evasione contributiva intorno agli 1,8 miliardi di euro e 5222 lavoratori irregolari, di cui 3549 totalmente in nero: in pratica, circa il 67% degli occupati. L’Impatto economico, finanziario e sociale è enorme, lo sfruttamento dei lavoratori è un affare che coinvolge, in forme e dimensioni differenti, tutti i Paesi europei. Per ogni settore la Guardia di Finanza ha stimato un mancato gettito fiscale di 5,7 miliardi di euro. I settori merceologici di riferimento sono diversi: macellazione, ortofrutta, lattiero – caseario, vitivinicolo, panificazione e pesca. A questo si aggiunge una sempre più capillare ramificazione del tessuto mafioso all’interno delle organizzazioni criminali. Il peso dell’economia illegale è una ‘zavorra’ per il nostro Paese; la mole di attività irregolare si attesta ad una quota pari al 12,5% del PIL nazionale.

Secondo il rapporto GRETA (VII Rapporto del Gruppo di esperti del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani), la questione della tratta si intreccia in modo inesorabile con l’abuso lavorativo, suggerendo, altresì, di affrontare il problema attraverso un meccanismo di controllo che determini una barriera normativo-repressiva. Il fenomeno descritto dal gruppo di esperti è quello che è definito “modern-day slavery”, in ragione dell’alto grado di sfruttamento e della violazione dei diritti umani sanciti dalla stessa Convenzione dei diritti umani. Attraverso questi dati, lo stesso Consiglio d’Europa ha chiesto che gli Stati membri attivino, in rete con la società civile e gli operatori del settore privato, gli strumenti di tutela e monitoraggio continuo al fine di stroncare questa nuova forma di schiavitù contemporanea caratterizzata dall’assenza di tutele e forme di garanzia.

Secondo questa chiave di lettura, quindi, l’infiltrazione mafiosa nella filiera agroalimentare gestirebbe una forma di intermediazione degli esseri umani attraverso una mafia fatta di “padroni e padrini” (IV Rapporto Agromafie e Caporalato), che non è mafia come è intesa e descritta nel nostro ordinamento penale, ma assume tale caratteristica per il sistema di rete che è in grado di creare e che fa leva sulla vulnerabilità delle vittime. Se il problema del caporalato fosse solo un problema di principi di diritti lesi, si potrebbe dire che i numeri fin qui esposti sarebbero poca cosa; tuttavia, il caporalato è un business che non conosce razza o etnia: il caso sopracitato di Paola Clemente ne è la prova, tanto che la stessa commissione antimafia ha posto un focus sulla tratta degli esseri umani e su questa nuova schiavitù.

La stessa ILO (Organizzazione internazionale del Lavoro) denuncia da anni che sono circa 21 milioni le persone sottoposte a trafficking in persons; dalla qual cosa scaturisce un lavoro illegale pari a 32 miliardi di dollari. Al di là della deriva razzista, i CARA, come altri centri di accoglienza, diventano veicolo per lo sfruttamento del lavoro e, se già nel 1924 la Lega delle Nazioni si preoccupava di reprimere e punire la tratta di persone che venivano dall’Africa, il Protocollo delle Nazioni Unite, parallelamente, diveniva anche il primo strumento a carattere internazionale, utile a definire quello che oggi potremmo qualificare come lavoro forzato.