Reinventando Keynes. Ecco 3 lezioni per il mondo di oggi

scritto da il 19 Gennaio 2020

Post di Gian Paolo Ruggiero, esperto in economia e finanza internazionale grazie all’esperienza accumulata nel mondo accademico, nella Banche Centrali, nelle Istituzioni internazionali e nella politica economica nazionale dove è attualmente impegnato al Dipartimento del Tesoro Italiano –

Una delle idee più geniali e meglio conosciute di John Maynard Keynes (JMK) è sicuramente quella secondo cui una domanda aggregata anemica a causa di una spesa per consumi e investimenti depressa dai cosiddetti animal spirits non favorevoli deve essere contrastata con forza dalla politica fiscale, anche solo per scavare e riempire trincee spendendo danaro pubblico. Nel lungo periodo, il problema non era rilevante per Keynes perché presupponeva che fossimo tutti morti…

Forse, non altrettante famose quanto l’idea appena illustrata dall’economista inglese nella Teoria Generale (1936) sono due ulteriori concezioni ancora oggi molto innovative e che videro la luce all’inizio e alla fine della sua carriera:

1. la necessità di abrogare o ridurre le riparazioni di guerra relative alla prima guerra mondiale a carico della Germania;

2. la creazione di una nuova valuta mondiale, quale perno dell’ordine monetario internazionale dopo la seconda guerra mondiale, il Bancor.

Con la premessa di “Absit iniuria verbis”, se gli attuali leader mondiali fossero sufficientemente umili e creativi da adattare queste tre magistrali lezioni di Keynes all’odierno stato dei fatti, saremmo tutti più ricchi e più vicini ad una situazione di ottimo, secondo la definizione di Pareto. Al contrario, siamo in una situazione precaria minacciata da tre grandi rischi in particolare: (i) lo scoppio di nuove crisi del debito sovrano in paesi che, se umiliati, possono produrre danni sistemici enormi; (ii) l’amplificarsi delle forze centripete nell’Unione Europea, la cui integrità stessa potrebbe essere messa a rischio, (iii) striscianti e minacciose guerre commerciali globali.

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Il sostegno della domanda aggregata attraverso la politica fiscale
La severità della Grande Depressione, a partire dal 1929, portò Keynes a formulare la propria Teoria Generale sul ruolo della politica fiscale e su come possono agire i moltiplicatori fiscali nel 1936. Nella medesima prospettiva, dopo la fusione fredda del sistema economico e finanziario, con il fallimento della Lehman Brothers, la politica fiscale fu giustamente attivata in senso espansivo. Purtroppo, i vari decisori pubblici nazionali non realizzarono a sufficienza che l’espansione fiscale e i moltiplicatori fiscali, secondo Keynes, potevano funzionare solo in emergenza, a tal punto che egli proclamava la necessità di finanziare lavori pubblici inutili nella misura in cui la domanda aggregata dovesse aver bisogno del sostegno che mancava dai già menzionati Animal Spirits per avvicinarsi al pieno impiego. Al contrario, nel lungo periodo, valeva l’adagio del “siamo tutti morti!”.

Nel corso degli anni, con investimenti e domanda aggregata in depressione, i titolari della politica economica dei diversi paesi non hanno compreso la natura mutevole dei moltiplicatori fiscali e dunque hanno fatto diverse cose disfunzionali, tra cui: (i) ampliare la spesa corrente in luogo di quella in conto capitale per investimenti; (ii) portare sull’orlo del fallimento le finanze pubbliche di molti paesi e, per ultimo, ma non per questo meno importante, (iii) legare le mani delle generazioni future che non hanno attualmente il diritto di voto, generazioni che pertanto non hanno modo di esprimersi se non attraverso lo sciopero a scuola di Greta e della sua generazione.

L’inadempimento della Grecia è un caso esemplare (mi piace usare questo termine, o quello di fallimento, anche se molti vi diranno che il debito greco è stato semplicemente riscadenzato con un profilo diverso). La rigida condizionalità negli altri paesi che hanno usufruito dei programmi della Troika è un altro errore di medio termine. Il persistentemente elevato debito pubblico italiano è un altro caso esemplare che potrebbe generare danni, se mal disciplinato; l’enorme avanzo di parte corrente e di bilancio registrato dall’Olanda e soprattutto dalla Germania sono gli ultimi esempi tipici da stigmatizzare. Usando le parole dell’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi sul Patto di Stabilità e Crescita, si potrebbe dire ancora correttamente che tutto ciò è molto “stupido”.

Se potesse osservare tali dinamiche dall’alto, Keynes si starebbe rigirando ora nella tomba.

Abrogare o almeno ridurre le riparazioni economiche della prima guerra mondiale a carico della Germania
È una tesi storiografica ormai consolidata quella secondo cui l’esito della Prima Guerra Mondiale avrebbe condotto 20 anni dopo allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale all’ascesa del nazismo e del suo leader Adolf Hitler:
la Germania fu umiliata in quel vagone ferroviario a Versailles nel 1918 e la risposta del popolo tedesco fu il nazionalismo;

la Germania fu impoverita dalle rigide e severe riparazioni di guerra e la riposta del popolo tedesco fu il socialismo.

In breve, il terreno fu fertilizzato per l’ascesa del famigerato leader nazional-socialista, molto più potente, ambizioso e megalomane della copia carbone che lo precedette in Italia nel 1923, ovvero Benito Mussolino. Trascorsi dieci anni, dopo la fallimentare esperienza della Repubblica di Weimar, Adolf Hitler salì al potere in Germania con un carico di voti pari a circa un terzo regolarmente raccolti in democratiche elezioni.

Ebbene, non molti sanno che J.M. Keynes scrisse un libello nel 1919 intitolato: “The Economic Consequences of Peace” e un altro nel 1922 dal titolo: “A Revision of the [Versailles] Treaty”, argomentando che le riparazioni di guerra dovute dalla Germania dovessero essere ridotte o addirittura eliminate per amore di una rigogliosa ripresa del continente europeo, una volta molto fiorente e ormai in decadenza dopo la Prima Guerra Mondiale. Egli non fu ascoltato, mentre – se lo fosse stato – il corso della storia avrebbe potuto essere diverso, molto diverso, in particolare per quei sei milioni di persone ridotte letteralmente e vergognosamente in cenere.

Tradotto in economia e politica attuale, le idee di Keynes ci dovrebbero insegnare che il riscadenzamento del debito greco (dovuto all’inadempimento del paese ellenico), la severa condizionalità ESM in tutti gli altri paesi sotto programma (Cipro, Irlanda, Portogallo, Spagna) come quella prevedibile in altri importanti paesi candidati, tra cui l’Italia, è del tutto inappropriata e foriera di tempesta. Se a questi elementi raffrontiamo il vasto surplus esterno e di bilancio di Olanda e soprattutto Germania, lo stigma keynesiano sale a livelli notevolissimi.

In effetti, anche in questo caso, se potesse vedere dall’alto ciò che accade in terra, Keynes si rigirerebbe nella tomba.

Una valuta mondiale, perno degli scambi internazioanali, il Bancor
Per ultimo, ma ancora una volta – per dirlo all’inglese – non meno importante, alla Conferenza di Bretton Woods del 1944, J.M. Keynes, rappresentante designato aggiunto del Tesoro di Sua Maestà, propose la creazione del Bancor, una nuova valuta mondiale che avrebbe dovuto essere il pilastro del commercio (e della finanza) internazionali e diciamo anche l’emblema della pari dignità di tutti i paesi del mondo azionisti del Fondo Monetario Internazionale.

Al contrario, l’esito della conferenza nel 1944 fu il cosiddetto Gold Exchange Standard, in cui l’oro era solo simbolicamente al centro del sistema, anche se nella sostanza il centro era una prerogativa del dollaro USA, che prendeva il posto della Sterlina come la nuova valuta ‘imperiale’. Il sistema globale di tassi di cambio fissi (ma aggiustabili) fu ristabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale fino agli anni sessanta, quando gradualmente fu portato al collasso con la famosa dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro da parte del Presidente degli Stati Uniti Nixon, il 15 Agosto 1971.

Nel frattempo, il Diritto Speciale di Prelievo (DSP) fu creato nel 1969, con un valore pari a 1 Dollaro USA durante tempi in cui il sistema di Bretton Woods era ancora integro, mentre, quando cadde in frantumi, il valore del DSP venne reso pari a quello di un paniere di valute forti internazionali. Il DSP era il predicato per sostenere le esigenze di liquidità dell’economia globale, a prescindere dalla politica monetaria e fiscale americana. Tuttavia, questo encomiabile tentativo non ha affatto reso gli effetti sperati e, ancora adesso, il DSP ha un ruolo marginale, anche dopo che nel 2015 il paniere composto da Dollaro USA, Sterlina, Yen Giapponese e l’Euro fu allargato alla valuta cinese, lo Yuan Renminbi.

Vi starete chiedendo quale sia il legame con gli affari correnti internazionali. Ebbene, Facebook ha già formulato una risposta alla vostra domanda, ma apparentemente governi nazionali forti e gelosi che emettono fiat money non consentiranno all’idea di Facebook di volare (peraltro, è risaputo che solo gli asini volano): il progetto di Facebook prevedrebbe la creazione di una nuova valuta ‘stabile’ per facilitare le transazioni globali, chiamata Libra e il cui valore sarebbe stato basato su un paniere di valute, che sarebbe più stabile del valore delle sue componenti individuali (si rammenti che correlazioni inferiori a 1 possono ottenere questo effetto).

Quegli stessi governi nazionali che emettono fiat money e si oppongono alla nascita di Libra dovrebbero impegnarsi essi stessi nella creazione di un nuovo Bancor, basato sulla tecnologia DLT (Distributed Ledger Technology) e su un paniere stabile di valute (il DSP magari?), sostenendo sia il commercio e la finanza internazionale sia la pari dignità dei 189 paesi azionisti del Fondo Monetario Internazionale.

Questo non accadrà e sarà ancora un’altra ragione per cui Keynes, se riuscirà a vederlo da lassù, si rigirerà nella tomba.