Spiati al lavoro, il futuro può spaventare o aprire orizzonti. Ecco perché

scritto da il 20 Gennaio 2020

L’autore di questo post è Niccolò Bianchini, laureato a SciencesPo, Parigi –

Pechino è allegramente in fiore ed io sto trascorrendo una piacevole serata d’aprile con una ragazza che mi offre gentilmente una maschera viso al tè verde. Accetto di buon grado e ci ritroviamo così a conversare, ora in mandarino ora in inglese, d’una tipologia, apparentemente in voga, di maschere viso.

Non sono certo un esperto di cosmetica, e mai prima d’allora maschere viso erano state oggetto d’una mia qualche conversazione né tantomeno d’una ricerca web. Trascorrono pochi minuti, lei sta facendo yoga mentre io dal mio smartphone navigo sul portale cinese d’acquisti online Taobao (淘宝网), i cui prodotti in evidenza dovrebbero teoricamente essere determinati esclusivamente dalle ricerche effettuate in precedenza. È con divertito sconcerto che, tra i consueti capi d’abbigliamento e libri, m’imbatto così nella maschera di cui avevamo parlato poc’anzi.

Siamo meravigliati ma non sorpresi: in confidenza si parla spesso del controllo onnipresente esercitato da parte del governo e dei colossi tech, tuttavia un episodio del genere proietta la tua realtà quotidiana direttamente su una dimensione fantascientifica propria d’un episodio di Black Mirror. Evidentemente nell’era digitale odierna perfino, o forse soprattutto, un momento d’intimità può essere registrato, istantaneamente tradotto in algoritmi e commercializzato.

Incuriosito dal modo in cui la tecnologia sta addentrandosi sempre più nelle nostre vite, decido su consiglio d’un amico di dedicarmi alla lettura de “La Società Automatica”, opera del filosofo francese Bernard Stiegler. La tesi esposta, che se banalizzata potrebbe prestarsi a dare adito a certe balzane teorie cospirazioniste, risulta tanto familiare quanto lungimirante. Secondo Stiegler, oggi vivremmo in una società dell’ipercontrollo dove la tecnologia, apparentemente dall’innocua semplicità, si fa incessantemente più pervasiva e capillare.

“Con i social network è apparso un nuovo tipo d’economia, fondata su dati personali, cookies, metadati, tag e altre tecnologie ad elevata tracciabilità attraverso le quali s’instaura una governabilità algoritmica e in cui i big data si rivelano tecnologie a calcolo intensivo”. In questa società automatica, i cittadini/consumatori – immancabilmente ammaliati da dispositivi sempre più user friendly, ma il cui funzionamento trascende interamente la comprensione dell’utente medio – sono monitorati in ogni aspetto della loro vita. Una realtà in cui il potere, sempre più depoliticizzato, spersonalizzato e smaterializzato, viene demandato ad algoritmi, meccanismi automatici concepiti proprio per indirizzare in modo apparentemente soft le scelte dell’utente.

Un sistema certamente non democratico e sempre più avviato verso il collasso, la cui cifra stilistica sono consumismo esasperato, nichilismo imperante e perdita di senso d’un mondo che procede per inerzia, senza nemmeno più domandarsi il perché, automaticamente per l’appunto. “Una società in cui la creatività è soppressa ed in cui tutti siamo destinati ad essere proletarizzati, sostituiti da macchine che calcolano”.

Nonostante questa sferzante disamina, e pur sottolineando come il “modello che stiamo sviluppando oggi sia estremamente tossico”, Stiegler non scivola affatto su una posizione luddista di rigetto tout court della digitalizzazione e invoca piuttosto un capitalismo rinnovato come paradigma di sviluppo alternativo in cui la tecnologia, invece che controllarla, sia al servizio della persona.

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Screenshot dal mio cellulare che mostra la maschera viso apparsa sul portale d’acquisti Taobao (淘宝网).

Che la tecnologia abbia irrimediabilmente penetrato la nostra esistenza e che sia destinata a cambiare il modo in cui viviamo appare infatti assunto condiviso anche dai più scettici. Tuttavia non tutti sembrano immaginare un futuro distopico in cui l’automazione, reprimendone la creatività, prevarrà sugli esseri umani. Ad esempio il Financial Times, in un rapporto su come la tecnologia cambierà il nostro modo di lavorare entro il 2050, analizza le varie componenti dell’ambito lavorativo che con ogni probabilità verranno trasformate dal progresso tecnologico.

In primis gli uffici del 2050, lungi dallo scomparire per effetto dei dispositivi digitali e del lavoro da casa, continueranno ad essere centrali nelle nostre vite lavorative ma si faranno progressivamente interattivi, intelligenti e a misura d’individuo, con la tecnologia che permetterà di lavorare senza interruzioni seppur a scapito della privacy. La nostra percezione dell’ufficio come edificio evolverà così in quella di una dimensione al contempo fisica e virtuale dove poter lavorare al meglio e in cui la “riconfigurabilità” degli spazi sostituirà la standardizzazione predominante oggi. Alle monotone file di scrivanie verranno sostituiti dispositivi che permetteranno all’ambiente di adattarsi ai bisogni dei lavoratori.

Ad esempio aziende come l’americana Knotel già offrono arredamento ed accessori da ufficio mobili, incluse innovative cabine telefoniche insonorizzate e concepite per far godere ai dipendenti di un momento d’intimità e pareti componibili. La nuova generazione di edifici intelligenti imparerà a conoscere le abitudini di ciascun dipendente e se ne servirà per adattare temperatura, luminosità, posizione e numero delle scrivanie – e perfino il caffè – alle preferenze di ciascun membro dello staff.

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Modello di moderna cabina telefonica per uffici concepita da Knotel.

Fonte: Knotel

Edge Technologies, promotore immobiliare olandese, afferma di aver trasformato gli edifici in computer. Ad Amsterdam, i dipendenti della società di consulenza Deloitte, affittuaria di un edificio Edge, dispongono di un’app per smartphone che indica loro dove parcheggiare la macchina e a quale scrivania disponibile recarsi, e che adatta l’ambiente alle esigenze di ciascuno.

I vetri installati negli edifici da View, compagnia californiana che produce finestre intelligenti, già regolano la propria tonalità così da modulare i livelli di calore e luminosità all’interno degli edifici su cui sono installate. La compagnia sta anche sviluppando sensori che avvertano della presenza di intrusi e finestre che si trasformano all’occorrenza in schermi interattivi.

Le scrivanie rimarranno una peculiarità degli uffici del futuro ma le sedie potrebbero scomparire grazie alla consapevolezza dei rischi legati ad uno stile di vita sedentario e alla maggiore produttività derivante dal lavorare in piedi, come soleva fare tra gli altri Winston Churchill. Nell’ufficio del futuro dunque, banchi su cui lavorare in piedi saranno la regola, mentre panchine poste in aree relax forniranno l’occasione per riposarsi e socializzare tra colleghi.

Gli spazi di lavoro di domani dovranno anche considerare la propria impronta ecologica. Nell’ufficio di Deloitte ad Amsterdam, intere sezioni dell’edificio possono essere spente così da risparmiare energia nei giorni in cui si attende una minore affluenza di personale. “Il consumo energetico può essere ridotto del 30-40%” afferma Coen van Oostrom, amministratore delegato (AD) di Edge Technologies.

Descrizione del funzionamento delle finestre intelligenti di View

Queste innovazioni comporteranno però un prezzo. In questa ricerca dell’ufficio intelligente, i dipendenti dovranno rinunciare ad alcune abitudini e comfort, come disporre di uno spazio individuale e di una propria scrivania personale. In questo modo le compagnie saranno in grado di ridurre i costi fornendo un minor numero di scrivanie per i loro dipendenti, mentre lo spazio medio per individuo nell’ufficio tra il 2009 e il 2018 è già diminuito dell’8.3%, secondo Cushman & Wakefield.

Anche la privacy potrebbe risentirne. Se sensori che registrano il movimento e l’uso dei servizi all’interno dell’ufficio sono già largamente diffusi—la pratica di tracciare ciascun dipendente lo sta diventando.

L’app utilizzata da chi lavora in Edge Technologies già dispone di un servizio di localizzazione. “Puoi vedere dove si trovano i tuoi colleghi”, dice van Oostrom. “Puoi spegnere il dispositivo se non vuoi essere rintracciato dall’edificio ‘intelligente’ ma la maggior parte delle persone vogliono essere visibili”.

Qui i cancelli automatici, che riconoscono le targhe e lasciano passare i guidatori dentro alle aree parcheggio sono state osteggiate dai sindacati che vi hanno intravisto un sistema per monitorare entrate ed uscite dall’ufficio. I dipendenti invece, sono rimasti affascinati dalla loro convenienza. “Nel momento in cui la tecnologia offre un chiaro vantaggio, il problema della privacy sembra scomparire” afferma van Oostrom.

Tuttavia un altro problema della tecnologia concernerà la diseguaglianza, dal momento che gli uffici high-tech del 2050 non saranno accessibili a tutti. Infatti, il numero di persone che avranno l’opportunità di lavorare in questo genere di spazi intelligenti potrebbe diminuire con la crescita della gig economy e del lavoro freelance. L’ufficio del futuro potrebbe divenire dunque irriconoscibile, ma soltanto agli occhi di quelle persone fortunate abbastanza da lavorarci.

In trent’anni i computer odierni saranno un lontano ricordo mentre impianti cerebrali e robot rivoluzioneranno il modo di lavorare in ufficio. Caselle email straripanti e sistemi informatici aziendali in cui si perdono ore a cercare i documenti di ciascun dipartimento subiranno la stessa sorte dei fax e saranno consegnati al dimenticatoio della storia. Al loro posto sopraggiungeranno robot che opereranno a comando vocale e cercheranno i file di cui i dipendenti avranno bisogno di volta in volta. I robot saranno consulenti, segretari e programmatori che consigliano quale compito debba essere prioritarizzato e che si occupano essi stessi dei lavori più monotoni così che i dipendenti possano concentrarsi sulle attività a più alto tasso intellettivo.

Secondo uno studio realizzato dai ricercatori dell’università di Oxford l’intelligenza artificiale (IA) eliminerà infatti le mansioni d’ufficio più ripetitive, così come la compilazione della dichiarazione dei redditi o la registrazione delle fatture. Agli esseri umani rimarranno invece quei lavori che richiedono abilità di problem-solving, una spiccata intelligenza socio-emozionale ed una buona dose di creatività.

“Attraverso la voce, sarai in grado di dare comandi e fare domande, e il sistema sarà in grado di risponderti mentre eseguirà processi come l’acquisto di azioni o l’analisi d’un mercato” afferma Emily He, vice-presidente di marketing a Oracle, compagnia tecnologica americana.

In realtà potrebbe non esserci neppure bisogno di dire una parola. Lo scorso 16 luglio infatti Elon Musk ha svelato Neuralink, un modello di Brain-Computer Interface (BCI), un’interfaccia non invasiva che collega il cervello al computer tramite l’implantazione di sottili elettrodi. Lo scopo è quello di permettere agli esseri umani di comunicare direttamente con le macchine dal momento che, secondo Musk, se gli esseri umani non entreranno in simbiosi con l’intelligenza artificiale, saranno inevitabilmente lasciati indietro.

Se al momento le BCI hanno un focus medico, con la tecnologia che aiuta a controllare strumenti come braccia robotiche o a stimolare l’attività neurale di pazienti afflitti da malattie neurodegenerative, Neuralink, come del resto ogni progetto di Elon Musk, è ancora più ambizioso.Punta a creare una ‘stringa neurale’, una rete di elettrodi ultra-sottili che possano catturare quante più informazioni possibili dal cervello. Il percorso è, ovviamente, irto di ostacoli. Gli elettrodi devono essere abbastanza flessibili da non danneggiare la corteggia cerebrale e durare nel tempo. I fasci devono contenere migliaia di elettrodi in modo da raggiungere una larghezza di banda appropriata. Infine, per rendere l’implantazione di tanti elettrodi sicura, efficace ed indolore, questa procedura deve essere automatizzata, in modo simile all’intervento chirurgico con tecnica lasik, con il quale si correggono imperfezioni oculari tramite laser.

E se nei test effettuati scimmie e topi sono stati in grado di muovere un cursore su uno schermo, Neuralink sta attendendo l’autorizzazione della Food and Drug Administration per testare il dispositivo su dei volontari.

Le BCI diventeranno d’uso comune soltanto qualora la loro efficacia, accuratezza e messa in sicurezza verranno implementate. In tal caso gli elettrodi potrebbero, ad esempio, decodificare l’attività cerebrale e tradurla in un testo scritto o in istruzioni per una macchina. Un utilizzo possibile potrebbe essere quello di accrescere la produttività dei dipendenti con sensori che identifichino il momento della giornata in cui una persona è più produttiva così da interrompere chiamate ed evitare distrazioni in questo lasso temporale. Un impianto neurale potrebbe anche determinare quale attività viene meglio affrontata ad un certo momento della giornata, dando così priorità al lavoro più impegnativo quando il cervello è al proprio picco d’attività.

Evento di presentazione di Neuralink

Le BCI potrebbero anche giovare al benessere dell’individuo mettendo in comunicazione la performance del cervello all’informazione di un cerotto che trasmetta battito cardiaco, glicemia e livelli di cortisolo. In questo modo, quando un dipendente fosse stressato, un dispositivo potrebbe incoraggiarlo a fare una sosta alla capsula del sonno nell’area relax della propria compagnia, o magari suggerirgli di tornare a più miti consigli prima di inviare un messaggio brusco dettato dall’agitazione del momento.

Inoltre, i rapporti lavorativi dei prossimi anni potrebbero migliorare grazie al fatto che i robot si occuperanno delle mansioni ad elevato rischio di conflittualità. Mentre oggi i manager tendono a verificare personalmente il progresso di un progetto, in futuro un tale ruolo di supervisione potrebbe essere demandato ad un robot così da evitare una potenziale frizione.
Uno studio condotto da Oracle lo scorso ottobre ha trovato come il 64% delle persone si fidi maggiormente di un robot che di un manager per quei compiti tipicamente manageriali come approvare un budget o dare direttive. Emily He sostiene che “le persone preferiscono rivolgersi ad un’intelligenza artificiale per questo genere di cose, aspettandosi invece che la loro manager sia empatica e che li guidi nel loro avanzamento di carriera”.

Mentre i dipendenti temono, comprensibilmente, di essere osservati, un utilizzo progressivo della tecnologia potrebbe rivelarsi di grande aiuto per la loro crescita professionale. “Gli outsider pensano ancora che lo scopo principale di monitorare la produttività sia quello di sorvegliare i dipendenti, il che è ridicolo” afferma Eli Sutton, vice-presidente delle operazioni globali a Teramind, un’azienda specializzata nel monitorare i dipendenti. “Invece grazie all’intelligenza artificiale ci si può rendere conto di quando una persona o un intero dipartimento stia perdendo terreno, permettendo così ai manager di considerare la possibilità di offrire un ulteriore corso di aggiornamento o di assumere altri dipendenti”

Di fatto però gli algoritmi stanno dando ai dirigenti la possibilità senza precedenti di monitorare e misurare attentamente la produttività dei dipendenti. L’intelligenza artificiale è già utilizzata per assegnare orari e collezionare dati per valutare i dipendenti nei settori meno pagati alla stessa stregua in cui i passeggeri valutano i conducenti su Uber.

Per esempio, l’app di servizi per il commercio al dettaglio Percolata combina sensori dei passi nei negozi con dati sulle vendite per dipendente così da calcolarne la produttività, permettendo ai manager di classificare gli assistenti e di assegnare a quelli più performanti i turni durante le ore di punta, ‘servendosi delle statistiche sulle prestazioni passate come per costruire una squadra vincente al fantacalcio’.

Tutto ciò sembrerebbe confermare le più sinistre previsioni di Stiegler, ma i sindacati e la legislazione in merito potrebbero svolgere un ruolo importante. Quando nel 2018 nuove macchine per lo smistamento sono state introdotte dalla Posta Reale britannica, queste hanno ridotto sensibilmente il tempo impiegato dai dipendenti per smistare i pacchi. Il sindacato dei lavoratori ha colto allora l’occasione per negoziare una settimana lavorativa più breve così da evitare la perdita di posti di lavoro.

Video di presentazione di Percolata

La tecnologia potrebbe rivelarsi particolarmente utile per la gestione societaria. Software di rilevamento oculare potrebbero aiutare gli studi legali ad assicurarsi che ogni clausola di un contratto sia stata letta prima che il documento venga firmato ed approvato tramite autenticazione biometrica. Inoltre i robot sarebbero in grado di segnalare un caso in cui un membro dello staff chiudesse un contratto rischioso per l’azienda, comparandolo alle ultime regolazioni in vigore sul riciclaggio di denaro o sul finanziamento al terrorismo. Il software potrebbe anche inviare un allarme qualora un documento delicato lasciasse l’edificio, fisicamente o elettronicamente.

Come i dipendenti reagiranno agli impianti cerebrali e all’irruzione sempre più invasiva della tecnologia nella loro privacy è tutta un’altra questione. L’idea che la nostra vita lavorativa venga completamente automatizzata e perfino che alcune macchine saranno controllate direttamente dal cervello umano appare plausibile. Il più grande ostacolo frapposto al conseguimento di questo obiettivo non sarà con ogni probabilità implementare un sistema sicuro per conservare milioni di dati per ogni individuo né quello di programmare il software necessario ad interpretare le onde cerebrali.

Fondamentale e problematico sarà invece convincere le persone che la rinuncia alla propria privacy, l’irruzione degli algoritmi nella propria intimità e un’operazione neuro-chirurgica rappresentino una buona idea. Gli innegabili vantaggi offerti in termini di produttività dal progresso tecnologico saranno allora soppesati ai rischi legati ad una completa automazione della vita quotidiana. Del resto, come sosteneva Kierkegaard, arriva un’ora della notte in cui tutti devono togliersi la maschera.