Prima lo spread, poi il Pepp. Da 1 a 10 quanto è credibile la Lagarde?

scritto da il 20 Marzo 2020

Il coronavirus può essere assunto come causa emblematica e, nello stesso tempo, annoverato tra le concause, che sono numerose. Ma il nuovo ordine sociale ed economico si è già sovrapposto al modello europeo e, forse, anche a quello globale. È accaduto, senza che il cittadino comune se ne accorgesse o avesse il tempo di fermarsi a ragionare. Ogni confine è stato ridisegnato, forzato a smarrirsi nella separazione e nella lontananza, in parte anche sotteso dall’emergenza sanitaria e – si badi bene! – reinventato, di fatto, dall’algoritmo, alla cui egemonia s’è sacrificato l’ultimo residuo di socialità: la compartecipazione reale.

La casualità, a questo punto mera e archetipica, ha voluto che tutto avesse inizio a Wuhan, in quella Cina che è stata indiscusso ‘motore immobile’ della Global Value Chain, in quella terra che si è estesa lungo la Belt and Road Initiative, in quel paese che, detentore di buona parte del debito USA, agli statunitensi ha opposto inossidabile contrasto commerciale.

Così, adesso, non siamo più gli stessi; forse, non lo saremo mai più, risucchiati, come siamo, sempre di più, dal web, utero economico tanto accogliente e attraente quanto indecifrabile e mefistofelico. Forse, non ci chiederemo più se fare spazio agl’indistinti subsahariani che finora hanno chiesto approdo sulle nostre coste perché, a priori, saranno esclusi. E ancora: forse, non c’interrogheremo più sull’arretratezza digitale del popolo italiano, costretto in pochi giorni a trovare soluzioni informatiche pure alla noia. Da ultimo: forse, le parole finiranno col sovrastare non solo le opere, ma anche i pensieri.

Lagarde

Questione

“We are not here to close spreads, there are other tools and other actors to deal with these issues”

Nulla da eccepire. È universalmente noto: non è compito della Banca Centrale Europea tenere sotto controllo lo spread, di cui invece devono occuparsi gli Stati membri, con gli strumenti d’intervento della propria politica fiscale. Tuttavia, se si usa un microfono per sussurrare un segreto all’orecchio di qualcuno, è molto probabile che la confidenza diventi chiacchiera di cortile.

“Gaffe” è stata definita dai più. Imprudenza? Caduta di stile?

E se invece la dichiarazione fosse ‘voluta’? In altri termini: se – diversamente da quanto si pensa – Christine Lagarde avesse voluto inviare un preciso messaggio ai mercati? Non è da escludere, per quanto i modi siano stati brutali e inadeguati.

Perché?

La risposta dev’essere affidata al rigore analitico e sottratta di forza alle opinioni personali; occorre, in pratica, attingere a tutto il ‘positivismo’ di cui siamo capaci non già – si badi bene! – per mandare in scena chissà quale reinterpretazione del complottismo virale, bensì al solo scopo di ricordare che pure l’uso del linguaggio, anche nel settore dell’economia, ha dei presupposti scientifici. L’effetto delle parole della Lagarde ha suscitato inevitabilmente preoccupazione, cosicché tutti sono corsi verso la condanna. Nello stesso tempo, si è pure detto che la presidente della BCE non ha un curriculum idoneo allo svolgimento del compito affidatole, essendo una giurista, non un’economista, e non avendo avuto esperienze professionali all’interno d’una grande banca. Non fa una piega. Se, tuttavia, Christine Lagarde non avesse neppure la basilare consapevolezza di quanto possano essere determinanti le sue parole, allora il gap curriculare sarebbe il minore dei problemi. Per logica essenziale e ‘istintiva’, questa tesi non regge.

Il vero focus è costituito dalla comunicazione pubblica, ovverosia da uno strumento di politica monetaria non convenzionale che, stranamente, passa quasi sempre sotto silenzio o, diversamente, che gli operatori dell’informazione prendono in esame solo nel momento in cui è adottato ed esplicitato: nessuno, in sostanza, ha associato la performance della neopresidente con una forma indiretta di Forward Policy Guidance.  Abbiamo scelto l’aggettivo “indiretta” perché, com’è noto, la Forward Policy Guidance è un metodo di attuazione della politica monetaria incentrato esclusivamente sulle ‘parole’, in funzione del quale locuzioni, sintagmi, frasi, discorsi e – perché no? – anche gli stessi tratti prosodici e soprasegmentali del discorso servono a condizionare i mercati e, in particolare, gli operatori, dando loro indicazioni e facendo specifici annunci e previsioni. L’argomento principale della Forward Policy Guidance è dato dai tassi d’interesse; pertanto, l’estro oratorio di Christine Lagarde sembrerebbe lontano da quanto stiamo descrivendo. “Che cosa accomuna spread e tassi d’interesse?” potrebbe chiedere qualcuno: l’uno riguarda la capacità di uno Stato di dare prova di affidabilità contabile, mentre l’altro la trasmissione monetaria a tutti gli effetti. Eppure, sappiamo bene che, a dispetto dell’assenza di un legame diretto e, soprattutto, di un chiaro dovere della Banca Centrale, le borse sono andate a picco.

Lagarde

Dunque, nessuno ha tenuto conto della presunta e necessaria congruenza tra parole e significati; anzi, gli operatori, unanimemente, hanno derogato parecchio, per così dire, alla norma, facendo prevalere la capacità deduttiva, altrimenti un vero e proprio meccanismo inferenziale, se vogliamo ricorrere a un linguaggio più specialistico che informativo. E non si può di certo pensare che l’inadeguatezza curriculare abbia oscurato la questione problematica, concernente le misure d’intervento della BCE.

Possibile che Christine Lagarde, ex Ministra dell’economia del governo Sarkozy ed ex Direttrice del Fondo Monetario Internazionale, pur essendo un’avvocata e non un’economista, non fosse a conoscenza del fatto che, anche quando il discorso non verte sui tassi, il fantasma della Forward Policy Guidance aleggia sempre sulle dichiarazioni di un Presidente della Banca centrale europea?

A distanza di pochi giorni, arriva la contromossa o, diversamente, l’antitesi: “There are no limits to our commitment to the euro”; e con essa il Pandemic Emergency Purchase Programme, un imponente Quantitative Easing, 750 miliardi, che, nella sostanza, sembra essere molto utile a ‘chiudere gli spreads’. “Non siamo qui per chiudere gli spreads” e “Non ci sono limiti al nostro impegno per l’euro” appaiono in netto e bizzarro contrasto.

La frase “We are not here to close spreads”, in linguistica, si definisce rappresentativa o assertiva, si tratta cioè di un atto linguistico con cui il parlante annuncia o comunica qualcosa esprimendo le proprie conoscenze sul mondo. In termini tecnici, diciamo che questo atto si divide in tre parti: la locuzione, cioè l’insieme di parole che formano l’enunciato, l’illocuzione, vale a dire il fine comunicativo, che, nel caso in specie, sembrerebbe definire il ruolo dell’istituzione (“not-close-spreads”), e la perlocuzione, ossia l’effetto sull’interlocutore, quest’ultimo tristemente noto.

Se l’illocuzione fosse valida, allora la frase sarebbe, a seconda del punto di vista, un non-senso o una tautologia o un costrutto ridondante, dal momento che tutti sappiamo bene che la Banca Centrale non può né deve intervenire sullo spread. Dunque: perché? E soprattutto: perché annullare nel giro di pochi giorni la credibilità dell’istituto del Presidente con la frase “There are no limits”, che, richiamando alla memoria il modus draghiano, fa pensare che la Lagarde sia fuori posto?

D’altronde, come s’è detto, non possiamo trascurare il fatto che noi abbiamo, già da un po’, l’habitus linguistico del “whatever it takes”; la qual cosa istituisce immediatamente e con una certa violenza verbale un’asimmetria imprevista e, forse, imprevedibile. Non che mancassero i presupposti, attenzione! Gli schemi di rottura s’intravvedevano già. Ma in pieno shock da coronavirus – ammettiamolo! – nessuno avrebbe mai potuto immaginare tanta audacia presidenziale. Il 26 luglio del 2012, in occasione del proprio intervento alla Gobal Investment Conference di Londra, Mario Draghi disse esattamente:

“Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough (…)”

In pratica, egli utilizzò delle ‘formule’ assertivo-rappresentative (“annunci”) per fare l’esatto opposto di quanto ha fatto la Lagarde. Le strutture logiche, sintattiche e semantiche sono indubbiamente diverse. L’attuale Presidente della BCE, in prima istanza, ha deciso di usare una ‘referenza’ ben circoscritta, quella dello “spread”, mentre Draghi, all’epoca, optò per un’area semantica molto ampia, “preserve the euro”. Tuttavia, tanto più ristretta e circoscritta risulta l’area dei significati, quanto più a rischio è la fruizione e, di conseguenza, la suesposta perlocuzione perché i margini d’interpretazione si riducono. Lo stesso Draghi, non a caso, è stato più volte protagonista di conferenze stampa durante le quali ha esercitato il potere di condizionamento proveniente dalla Forward Policy Guidance, di cui abbiamo ampiamente parlato. In seconda istanza, invece, Christine Lagarde, è rientrata in zona protetta, adottando la semantica del predecessore, una pratica imitativa, quest’ultima, quantunque necessaria e prevedibile, che sembrerebbe non lasciare spazio ai dubbi: “We are nothere to close spreads” non può essere una semplice gaffe. Stiamo parlando della comunicazione pubblica della BCE, non della propaganda elettorale di un partitino populista.

L’espressione “Whatevere it takes”, “qualunque cosa serva”, può essere riscritta con “a qualsiasi condizione” o “costi quel che costi”, una subordinata concessiva in dipendenza da un’altra asserzione, “the ECB is ready to do”, che rassicura chiunque ascolti. Anche se è verosimile che il Presidente d’una Banca centrale non scelga così accuratamente i nessi di subordinazione, per contro non è affatto probabile che il Presidente di una Banca Centrale sia inconsapevole degli effetti di certe dichiarazioni. Questo ci induce a credere e ribadire che l’azzardo linguistico di Christine Lagarde, in parte, fosse voluto o dovuto a una motivazione secondaria.

Chiusura epigrammatica

In merito all’ipotesi di motivazione secondaria, è appena il caso di fare qualche osservazione. I fatti sono tutti collaterali; almeno in apparenza, lo sono. Per l’Italia, la crisi da Coronavirus determina un momento macroeconomico in cui si dovrà gravare notevolmente sulla spesa corrente, pur in assenza di ciò che, in genere, garantisce un flusso reddituale al paese: l’incremento della spesa in conto capitale. E questo avviene e avverrà in un inevitabile quadro di aumento del debito. Com’è noto, lo spread si ribalta sui contribuenti nel medio-lungo termine. Le logiche azioni in deficit sono al vaglio dell’esecutivo europeo, che potrebbe proporre proprio la sospensione del Patto di Stabilità. Nello stesso tempo, abbiamo già registrato la sospensione della Convenzione di Schengen. In altri termini, la pandemia ha indebolito un’Europa già ammalata e, se parliamo dell’Italia, sta per lasciare campo aperto ai ‘colonizzatori’.

Il cross EUR-USD può diventare un altro segnale decisivo. Il recentissimo apprezzamento del dollaro, sia per il margin call e le derive valutarie che lo riguardano sia in considerazione della misura di esposizione – soprattutto in derivati e obbligazioni – delle banche dell’Eurozona nei confronti di quelle statunitensi, può trasformarsi in un ‘ennesimo’ (…o ‘ulteriore’? La differenza, quantunque apparentemente minima, comincia a farsi cruciale) effetto devastante.

Eh, no! Le scuse non bastano soprattutto (ma non solo) perché le contromosse sono logiche e inevitabili.

Twitter @FscoMer

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