Perché abbiamo bisogno dei ribelli (anche) per combattere il Covid-19

scritto da il 07 Novembre 2020

Non ci fanno sentire a nostro agio, li etichettiamo come rompiscatole, tendiamo ad evitarli per non sentire quella spiacevole sensazione di “conflitto” che spesso rischia di minare la nostra autostima: eppure abbiamo terribilmente bisogno di loro, del loro punto di vista “alternativo”, del loro dito ostinatamente puntato verso la luna. Abbiamo bisogno di loro anche quando ci ricordano che, nonostante i pomposi vestiti del nostro ego, siamo in realtà vergognosamente nudi, proprio come l’imperatore di Andersen.

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In questo articolo parleremo dei ribelli e del bene che possono fare al nostro paese, usando come caso di studio la gestione dell’attuale pandemia.

Eravamo in pieno lockdown e mi districavo tra le tante fonti autorevoli per cercare di capirne di più su questa epidemia. C’era chi diceva che, in realtà, era poco più di una influenza e chi ci metteva in guardia dai pericoli che correvamo. Chi diceva che le mascherine servivano solo al personale medico che stava in trincea, e chi invece aveva già capito che erano dispositivi utili e necessari per tutti. Nella ricerca, rimasi affascinato dall’approccio schietto, coraggioso e provocatorio di un noto professore di microbiologia (se non lo avete già riconosciuto dal titolo, rivelerò il nome in seguito, per ora seguitemi nel ragionamento). Riconobbi subito in lui lo spirito ribelle di tanti uomini e tante donne che ho avuto la fortuna di conoscere durante la mia carriera manageriale.

Parlo di quelle persone che hanno il coraggio, supportato dalla forte competenza e dalla irrefrenabile passione per quello che fanno, di dire la propria anche se in netta contrapposizione con il pensiero dominante. Tutte persone che, almeno nei miei casi, hanno sempre dato una svolta all’impasse del momento, risolvendo crisi difficili quanto improvvise, con soluzioni innovative, impensabili ai più, come se a guidarli fosse il “Pensiero Laterale” in persona.

Per spiegare meglio come e perché queste menti ribelli possono aiutarci nelle situazioni più difficili, come quella che stiamo vivendo, è però necessario stabilire bene cosa si intende per “persona ribelle”. Per far questo ho deciso di farmi aiutare da un’esperta.

 

Vi presento la professoressa Francesca Gino

Ricercando in rete studi scientifici di management sui cosiddetti ribelli, tutti i link ci riconducono all’immenso lavoro svolto da una professoressa della Harvard Business School: Francesca Gino. Esatto, avete indovinato: è italiana la ricercatrice che Thinkers50ha incluso nella lista dei cinquanta management “thinker” più influenti del pianeta, e che Poets&Quants nel 2015 ha dichiarato essere tra i migliori 40 business professors nel mondo, sotto i 40 anni.

La ricercatrice Gino, che vanta pubblicazioni al “The Economist”, “The New York Times”, “Newsweek”, “Scientific American”, “Psychology Today”, è esperta di negoziazione e di psicologia nelle organizzazioni, ed in particolare del “perché e come” le persone prendono le decisioni a lavoro.

La prof. Francesca Gino all’Harvard Business School

Per poter scrivere questo articolo con maggiore cognizione di causa, ho letto il suo ultimo libro: Talento ribelle. Perché infrangere le regole paga (nel lavoro e nella vita) -Egea editore, Aprile 2019, 272 pagg- che vi consiglio caldamente, perché spiega in modo impeccabile, con una scrittura leggera e divertente (nonostante riporti centinaia di studi ed esperimenti scientifici) perché conviene dare retta ai ribelli.

 

Non sono i ribelli a creare problemi, ma i problemi a creare ribelli (cit.)

Cominciamo dall’inizio: chi è il ribelle? Secondo la docente dell’Harvard Business School, sono cinque gli elementi chiave che caratterizzano il ribelle, quoto testualmente:

“Il primo è la novità, la ricerca di tutto ciò che comporta un superamento verso il nuovo. Il secondo è la curiosità, l’impulso che da bambini spingeva noi tutti a domandare di continuo «perché?». Il terzo è la prospettiva, ovvero la capacità con cui i ribelli ampliano costantemente la loro visione del mondo per riuscire a scorgerlo con gli occhi degli altri. Il quarto è la diversità, vale a dire la tendenza a sfidare certi ruoli sociali predeterminati per raggiungere quanti possono apparire differenti. Il quinto, infine, è l’autenticità, che i ribelli abbracciano in tutto ciò che fanno, rimanendo aperti e vulnerabili per entrare in contatto con gli altri e imparare da loro.”

Nel prosieguo del libro la docente ci spiega l’importanza di ogni singolo elemento chiave sopra elencato, riportando esempi concreti di personalità, tra CEO di grandi aziende e piloti di aerei che, nella loro storia, li hanno ben incarnati.

Così scopriamo, tra simpatici aneddoti personali, e imponenti studi durati anni, quanto per tutti noi sia importante la novità, perché -in fondo- “Il comfort è sopravvalutato. Non ci rende felici come immaginiamo debba fare”. Infatti, in molti tendono a dare troppa fiducia allo status quo, anche nei casi in cui tale scelta risulta oggettivamente meno valida.

Ma se da una parte abbiamo la forza gravitazionale della comfort zone che tende ad appiattirci sullo status quo, uno studio di due importanti psicologi ha dimostrato che “la novità incrementa il grado di soddisfazione sul lavoro, la creatività e le prestazioni generali e che aiuta ad accrescere le nostre capacità e la fiducia nei nostri mezzi”.

Anche la curiosità è un talento naturale del ribelle. Chiederci “perché” potrebbe aiutarci a tirar fuori idee innovative, come è successo all’inventore della Polaroid, Edwin H. Land, quando sua figlia di tre anni continuava a chiedergli, impaziente, perché si dovesse aspettare così tanto per lo sviluppo della fotografia. Alimentare la curiosità tra i propri dipendenti aumenta la loro produttività, e fa bene l’autrice a ricordare l’esempio del nostro Adriano Olivetti quando, tra i suoi tanti atti “ribelli”, decise che le pause pranzo dovessero essere di due ore: una per nutrire il proprio corpo a mensa, l’altra per nutrire la propria mente nella loro biblioteca aziendale.

Il libro è veramente una miniera di intuizioni, non voglio anticiparvi altro, ma il motivo per il quale ho deciso di introdurlo in questo mio articolo, riguarda il talento del ribelle che la ricercatrice mette al terzo posto, e che nel mio caso merita un paragrafo a parte (anche perché è supportato da una storia bellissima)

 

Il talento dei ribelli per la prospettiva

Ve lo ricordate l’incredibile atterraggio sul fiume Hudson che fece il pilota Chesley Sullenberger (per gli amici Sully), che gli permise di salvare tutte le 155 persone che aveva a bordo? Vi consiglio assolutamente di guardarvi questo video, perché merita (tra l’altro Clint Eastwood gli ha dedicato un film):

Appena decollato, a soli mille metri di altezza, uno stormo di oche selvatiche distrusse completamente i due motori dell’aereo. L’aereo perdeva quota così velocemente che ben presto, il capitano Sully, capì che i due aeroporti vicini non erano più raggiungibili. La checklist, quella che prevedeva l’avaria di ben due motori, è stata verificata punto per punto, ma si basava su una condizione che in quel caso non sussisteva: ovvero che fossero così in alta quota da avere il tempo necessario per poter fare tutta una serie di azioni. Fu in quel momento che il capitano Sully decise: “atterreremo sull’hudson!”. Dall’altra parte, la domanda incredula che proveniva dalla torre di controllo: “scusa, puoi ripetere?”

Sapete quanto tempo è trascorso dal momento in cui gli uccelli hanno distrutto i due motori, all’atterraggio sul fiume? Solo 208 secondi, poco più di tre minuti. In tre minuti, hanno avuto il tempo di: verificare la checklist, prendere la decisione di atterrare sul fiume, far partire tutte le procedure di salvataggio, atterrare come se si stesse pilotando un aliante, e infine comunicare tempestivamente con il centro operativo per gestire il piano di emergenza post atterraggio.

Ma tutto questo non sarebbe stato possibile se Sully, pilota esperto, competente e con migliaia di ore di volo alle spalle, non si fosse posto la domanda corretta. Perché si tende sempre a cercare la risposta giusta, ma spesso e volentieri è la domanda ad essere sbagliata.

 

La domanda che solo i ribelli si pongono

La ricercatrice Gino riporta nel libro la storia di Sully per ricordarci l’importanza di farsi la domanda che spesso e volentieri solo i cosiddetti ribelli si pongono. Invece di chiedersi “cosa dovrei fare?”, i ribelli tendono a chiedersi “cosa potrei fare?”. Non è una sottigliezza, perché la seconda domanda ci apre ad un ventaglio di possibilità che il “dovrei” ci precluderebbe. Il dovrei ci rimanda al conosciuto, alle scelte già fatte da altri per noi, alla checklist, ai processi pronti per essere eseguiti. Il “potrei” ci permette -invece- di vedere la problematica nella sua interezza, ma soprattutto rimanda a noi la responsabilità della scelta.

Bisogna conoscere alla perfezione la storia, quanto meno per non ripetere gli stessi errori, ma contestualmente esiste un presente che noi, e solo noi, abbiamo la responsabilità di pilotare. Ed è in questo limbo sottile, tra il conosciuto e ciò che sarà conosciuto grazie alla nostra scoperta, che dobbiamo saperci muovere.

È stato dimostrato che l’80% dei disastri aerei è dovuto all’errore umano, per non aver eseguito alla lettera le procedure, quindi si sbaglierebbe a pensare che si possa fare a meno degli studi e delle “best practice” che altri hanno scritto per noi. Ha un senso chiedersi “cosa potrei fare” solo dopo aver vagliato con attenzione, e soprattutto con tanta umiltà e competenza, ciò che è già stato studiato per noi. Insomma, per poter infrangere le regole bisogna prima conoscerle molto bene. Il pilota Sully le conosceva a memoria e sapeva alla perfezione che in quella determinata condizione non erano applicabili, così, mentre la torre di controllo si ostinava a ripetergli cosa avrebbe dovuto fare, ovvero dirigersi verso l’aeroporto più vicino, Sully consapevole che non era possibile, si è posto la domanda ribelle: “ed ora, cosa potrei fare?”

 

Riguardo il coraggio di pensarla diversamente

Abbiamo capito che un talento del ribelle è quello di ricercare la novità visto che considera sopravvalutato il conosciuto status quo; abbiamo capito che un altro suo talento è quello della curiosità che, unita alla passione, gli permette di studiare, conoscere, approfondire. Ci è chiaro che in determinate condizioni preferisce chiedersi “cosa potrebbe fare”, invece del più comodo “cosa dovrebbe fare”. Non abbiamo, però, ancora spiegato la sua capacità principale: sapersene fregare del giudizio altrui.

Un famoso esperimento degli anni 50, ideato dallo psicologo Solomon Asch, dimostra quanto siamo tutti facilmente condizionabili. In una stanza dove tutti, tranne uno, erano d’accordo nel dare una risposta errata, venne chiesto quale linea a destra del disegno sottostante, corrispondesse a quella di sinistra.

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Nel 75% dei casi la persona inconsapevole decide di uniformarsi al parere della maggioranza, dando la risposta sbagliata. La domanda quindi sorge spontanea: non è che “etichettiamo” facilmente le persone come “ribelli”, solo perché loro hanno il coraggio di non uniformarsi al pensiero comune, anche quando è palesemente sbagliato? Nel ribelle c’è il piacere, probabilmente l’orgoglio, di pensarla in modo differente. Il ribelle non ha paura del giudizio altrui, va dritto per la sua strada a prescindere da quello che pensano gli altri.

Ma oltre a tutto questo, il ribelle difficilmente segue un processo che generalmente tende a considerare come parte del problema: il ribelle prova, sperimenta, e se non funziona, ricomincia, perché non avendo timore del giudizio altrui, non ha neanche paura di fallire. Il ribelle tende ad avere un approccio “result oriented”.

 

La giusta strategia da scegliere: result-oriented versus process-oriented

Un approccio si definisce “result oriented” se si giudica la correttezza di una decisione principalmente dal suo risultato. Si contrappone all’approccio “process oriented” perché invece di seguire un processo ben definito (probabilmente impostato da altri) sperimenta, verifica i risultati, aggiusta il tiro, per poi nuovamente riprovare, fino a quando ottiene ciò che si è prefissato. Questo vecchio studio pubblicato su HBR, che mette a confronto i due approcci, ci ricorda che ci sono dei processi che hanno la stessa efficacia che la danza della pioggia ha per il meteo: sembrano buoni, fanno sentire bene i manager che li perseguono, ma in realtà sono molto poco efficaci.

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Non fraintendetemi, ci sono scenari nei quali è inutile -se non dannoso- sperimentare nuove alternative: ne parlavamo prima quando citavamo le necessarie procedure per fare decollare, volare, atterrare un aeroplano. Cosa altro ci possiamo inventare e soprattutto perché dovremmo cambiare qualcosa che funziona e che è già stato testato con successo?

Quando, però, i processi non funzionano?

Non funzionano quando il cambiamento è un fattore importante e ci sono variabili sconosciute.

In questi casi è necessario fare un passo indietro e tornare al processo iterativo del “prova, verifica i risultati, cambia, riprova”.

Tutti hanno riconosciuto nel Covid-19 esattamente questa caratteristica: è un virus nuovo, che non conosciamo affatto, che ci ha preso completamente in contropiede. Per questo, forse era il caso di attuare un approccio orientato ai risultati e di non accontentarsi di procedure e processi scritti per altre epidemie, altri contesti. Perché, se si vuole seguire un processo è importantissimo che sia collaudato, aggiornato e già sperimentato con successo.

 

Caso di studio: una gestione ribelle della pandemia Covid-19

Questa seconda parte dell’articolo è dedicata ad un caso di studio (quello della epidemia in corso), ed ha lo scopo di dimostrare come spesso i ribelli siano funzionali, con la loro rottura, a costruire un nuovo equilibrio, fatto di nuovi processi e nuove procedure più corrette ed aggiornate.

Nella gestione di una epidemia/pandemia il garante dei processi da seguire è l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha esattamente il compito di farli adottare alla lettera, battendo i tempi, e chiedendo ad ogni singolo stato la propria necessaria e fattiva collaborazione.

Ma cosa accade se il garante dei processi, in questo caso l’OMS, non è aggiornato, o semplicemente è troppo lento nel mettere d’accordo tutti?

 

Anche noi, come Sully, avevamo pochissimo tempo a disposizione

Uno studio, pubblicato su Nature, ci mostra, numeri alla mano, quanto poco tempo avevamo a disposizione per poter ridurre al minimo gli effetti di questo sciagurato virus. Se la Cina avesse attuato il lockdown una settimana prima, gli effetti dell’epidemia nel mondo sarebbero stati ridotti del 66%, due settimane prima dell’86%, tre settimane prima del 95%. Dovevamo reprimerla sul nascere, invece cosa è successo?

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È successo che il virus è stato, in molte occasioni, molto più veloce delle direttive che gli stati, seguendo l’OMS, hanno applicato.

 

L’OMS e il Covid-19: una debacle su tutti i fronti

Probabilmente, vista la necessità di mettere d’accordo più teste e di più paesi, con tutte le necessarie sensibilità politiche del caso, è la natura stessa di questo tipo di organizzazioni a non essere efficace quando si tratta di prendere decisioni veloci (a maggior ragione se si parla della Cina e delle sue idiosincrasie nell’essere minimamente trasparente). Vi è un processo da seguire e se non si trova un consenso nelle decisioni da prendere, la decisione -semplicemente- non viene presa.

Così è successo che:

il 14 gennaio 2020, a ben 16 giorni dalla scoperta del virus, l’OMS rassicurava tutti con un tweet poi molto criticato: “Le indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato prove chiare della trasmissione da uomo a uomo del virus”
il 23 gennaio 2020, dopo 24 giorni dalla scoperta del virus, esattamente il giorno in cui la Cina sancisce il lockdown totale obbligando 60 milioni di persone a restare a casa e di indossare la mascherina, l’OMS si riunisce ma non trova un consenso unanime nel dichiarare lo stato di emergenza internazionale (PHEIC)
il 30 gennaio 2020, dopo un mese dalla scoperta del virus, e dopo una settimana di lockdown totale della Cina, il direttore generale dell’OMS Tedros Ghebreyesus in una conferenza stampa elogia il comportamento della Cina e aggiunge una esortazione che farà discutere: “non c’è bisogno di misure che interferiscano con i viaggi e il commercio internazionale” (con la Cina, nda).

Per questo comportamento così subalterno nei confronti della Repubblica Popolare Cinese, il Wall Street Journal ha definito l’OMS l’organizzazione della disinformazione mondiale sul coronavirus, chiedendone o la riforma totale o il de-finanziamento.

Ora è capitato con la Cina e il Covid-19, ma non è la prima volta che l’OMS antepone gli interessi dei singoli stati, a tutto il resto. È già successo nel 2013 con l’Ebola, quando aspettò due mesi prima di dichiarare l’emergenza, al fine di non urtare la sensibilità dei paesi della Guinea, Costa d’Avorio e Mali (principalmente per i loro interessi minerari).

Insomma, tornando a Sully, l’OMS ha preteso di seguire i suoi lenti ed inadeguati processi “politici”, quando c’era da “atterrare sull’Hudson”.

 

I ribelli che hanno lottato contro la Cina (ignorando l’OMS)

Tornando alla tesi di questo articolo, è opportuno ribadire quanto siano stati necessari i ribelli nella gestione di questa epidemia, sia quando hanno contrastato una nazione potente e temibile come la Cina, sia quando si sono opposti all’imbarazzante reticenza dell’OMS. Rimanendo nel versante asiatico, visto che poi sviscereremo anche la gestione italiana, i principali “casi ribelli” sono stati i seguenti.

27 dicembre 2019. Si ribella il Caixin Global, un autorevole giornale indipendente cinese, quando pubblica la notizia che i laboratori cinesi avevano sequenziato il genoma del nuovo virus. Ribellione repressa prontamente dalle autorità sanitarie cinesi che ordinano alla redazione del giornale di toglierla dal web.
30 dicembre 2019. Si ribella il dottore Li Wenliang, quando scrive in una chat al suo gruppo di ex studenti di medicina che c’erano ben sette pazienti nell’ospedale dove lavorava che avevano una malattia simile alla SARS ed erano stati messi in quarantena. Furono fatti screenshot di questa chat che diventarono virali e per questo, il dottore Li Wenliang viene accusato dalle autorità cinesi (salvo poi rivalutarlo dopo tre mesi), insieme ad altri sette medici, di aver diffuso il panico (Li Wenliang morirà, sempre di coronavirus, il 7/2/2020)
31 dicembre 2019. Si ribella Taiwan, quando, non avendo ricevuto nessuna risposta da parte dell’OMS, alla richiesta di spiegazioni dei sette pazienti ricoverati all’ospedale di Wuhan, decide di chiudere tutto e di attuare già dal primo gennaio tutte le misure cautelative classiche di chi deve gestire una pandemia.

Notata la differenza di vedute tra la ribelle Taiwan e l’OMS?

Mentre già dal primo gennaio Taiwan chiudeva tutti i voli e i rapporti commerciali con la Cina, il direttore generale dell’OMS, un mese dopo, ancora esortava tutto il mondo a viaggiare in Cina.

La conseguenza è che Taiwan si è salvata, mentre tutto il resto del mondo che ha seguito le tardive (e come vedremo presto, sbagliate) raccomandazioni dell’OMS, ha dovuto (e dovrà ancora) piangere migliaia di morti. Prima di procedere con i ribelli italiani, è necessario spendere due parole su Taiwan, che non a caso si è meritata l’appellativo di “provincia ribelle”.

 

La ribelle Taiwan e il suo successo contro il Covid-19 (che ha imbarazzato l’OMS)

Taiwan, conosciuta anche con il nome di “Repubblica di Cina” è una repubblica democratica semi presidenziale, la cui presidente è Tsai Ing-wen, del partito progressista democratico, che lotta da sempre per l’indipendenza di Taiwan dalla Cina.

Già, perché Taiwan è l’isola che non c’è: praticamente non è riconosciuta né dalla Repubblica Popolare Cinese (che tenta dal almeno 70 anni di riannetterla), né dagli altri quattro membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, nonché dal Canada e dagli altri stati dell’Unione europea. Sono solo 15 i Paesi che la riconoscono come Stato indipendente – la maggior parte nei Caraibi e in Africa, con l’eccezione dello stato Vaticano (indovinate perché?).

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La presidente di Taiwan Tsai Ing-wen

Taiwan è diventata la ventesima potenza economica del mondo ed una delle più avanzate democrazie dell’Asia. Riprendo da un articolo dell’Avvenire:

Taiwan è l’unica nazione cinese, di tutti i tempi, che ha eletto ed elegge democraticamente il suo leader. […] Taiwan è il primo e per ora unico Paese asiatico ad avere legalizzato i matrimoni tra persone dello stesso sesso – come le pari opportunità, il salario alle casalinghe, la settimana corta (40 ore, settimana di 5 giorni). Durante il suo mandato Taiwan ha adottato una moratoria di fatto sulle sentenze capitali, che ha promesso di estendere nel caso venga rieletta. Nessuna condanna, nessuna esecuzione. Anche in questo caso, una piccola, grande eccezione per l’Asia.

Perché questa premessa e cosa c’entra con la gestione del Covid? Secondo la Repubblica Popolare Cinese, esiste una “sola Cina“, di cui Taiwan ne fa parte, punto. Per questo si è sempre opposta, riuscendovi, nel riconoscere a Taiwan una partecipazione ad un qualsiasi tavolo internazionale, come può essere quello dell’OMS.

Così, nonostante Taiwan sia stato il miglior paese a gestire la pandemia con soli 548 casi e solo 7 morti (con una popolazione di 23 milioni di abitanti), l’OMS continua ad ignorarla. Volete sapere fino a che punto? una giornalista della Radio Television Hong Kong, ha chiesto a Bruce Aylward (uno dei più importanti dirigenti OMS che ha guidato il tavolo contro la pandemia in Cina), se a fronte del successo di come Taiwan ha gestito la crisi Covid-19, l’OMS sarebbe disposta a riconsiderare la sua membership. Ditemi se la sua reazione non è più infantile, che imbarazzante.

https://www.youtube.com/watch?v=RLvg0KnTKhU&start=1194

Ma come ha fatto Taiwan a gestire in modo così esemplare la pandemia? E’ interessante notare come, in questo caso, sia riuscita ad applicare un processo, rigoroso, efficace, fatto di ben 124 micro azioni puntuali, principalmente perché è riuscita a far tesoro della dolorosa esperienza avuta con la SARS nel 2003, quando Taiwan ha subito più di 181 morti.

 

Nel dubbio, posizionarsi sul “Worst Case Scenario”

I ribelli portano avanti le azioni che ritengono più opportune senza preoccuparsi di urtare le sensibilità altrui. Sapete da quando Taiwan ha avuto la certezza matematica che il Covid-19 si trasmettesse da uomo a uomo? Da quando la Cina si è rifiutata di far visitare i pazienti Covid-19 ai loro esperti. Ogni volta che la Cina non si dimostra trasparente, Taiwan ha imparato a mettersi nel “worst case scenario” (una malizia che avrebbe dovuto imparare ad applicare la stessa OMS, visti i continui rifiuti a collaborare). Così facendo ha attuato tutte le necessarie politiche restrittive già dal secondo giorno, ovvero tre settimane prima del lockdown attuato dalla Cina, con dei risultati migliori di quelli previsti dallo studio che sopra ho introdotto (dove si parlava di una generica riduzione del 95% degli effetti del virus qualora si fosse fermato 3 settimane prima). Obiettivamente, una volta che la Cina aveva messo in lockdown 60 milioni di cittadini, c’era ancora da chiedersi se fosse o no una emergenza internazionale? Aveva un senso, come ha fatto l’OMS, incentivare gli altri paesi a viaggiare in un paese in totale lockdown? Ci serve una Organizzazione Mondiale della Sanità che abbia il coraggio di prendere tutte le misure drastiche che ha preso Taiwan, invece di continuare ad ignorarla: lockdown totale e mascherine per tutti.

 

Per non parlare del pasticcio delle mascherine

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L’OMS ha passato mesi a chiedersi l’utilità o meno delle mascherine, con delle imbarazzanti giravolte, mentre Taiwan già il 22 gennaio ha adottato le seguenti misure: proibito ogni export delle mascherine, fissato il prezzo a 50 centesimi di dollaro a mascherina, raddoppiata la produzione, arrivando a 2.4 milioni di unità al giorno. Anche in questo caso posizionarsi nel “worst case scenario” ha funzionato.

 

La gestione ribelle della pandemia in Italia

Il primo paziente positivo al Covid, lo abbiamo riconosciuto grazie all’anestetista ribelle, Annalisa Malara, che ha forzato il protocollo per portare avanti la sua salvifica intuizione. Infatti i protocolli medici non lo permettevano, e paradossalmente se il tampone fosse risultato negativo la dottoressa avrebbe dovuto risponderne all’Azienda sanitaria.

In Italia, l’OMS, il nostro ISS e il CTS hanno mostrato tutti i loro limiti: è pacifico affermare che sono stati più il problema che la soluzione. Chi ci si è scontrato fin da subito, è un professore estremamente competente, ribelle fino al midollo, che molto probabilmente ci avrebbe fatto uscire dal pantano Covid-19 in pochissimi mesi, se l’avessimo seguito nelle sue lucide e lungimiranti raccomandazioni.

Mi sto riferendo al prof. di microbiologia di Padova, Andrea Crisanti, che ben racchiude, per come lo abbiamo descritto finora, il concetto di “ribelle”, in tutte le sue possibili accezioni e declinazioni. La sua è una storia emblematica che merita di essere raccontata, perché -tra le altre cose- dipinge il nostro paese esattamente per come -molti di noi- temono di conoscerlo.

Il Professore Andrea Crisanti

Il prof. Crisanti e la sua (seconda) scoperta di portata mondiale

Il 30 giugno 2020, Nature, la più importante rivista di pubblicazioni scientifiche del mondo, pubblica uno studio del prof. Andrea Crisanti in cui si dimostra, dati alla mano, che i cosiddetti asintomatici Covid-19 possono infettare altre persone. Quali sono le principali conseguenze di questa intuizione che il professore e il suo team sono riusciti a dimostrare scientificamente, con il famoso studio di Vo’? Almeno due: la prima è che per evitare la diffusione del virus è necessario testare (ed eventualmente isolare) tutte le persone (anche quelle asintomatiche) che sono entrate in contatto con la persona infetta; la seconda conseguenza riguarda il famigerato uso delle mascherine: visto che le persone infette non sono riconoscibili, perché -appunto- potrebbero non avere alcun sintomo, le mascherine devono essere necessariamente indossate da tutti.

Questa ricerca scientifica -ripeto- pubblicata su Nature, ha fatto il giro del mondo, ha costretto l’OMS a rivedere le sue linee guida (anche se non è ancora del tutto convinta), ma soprattutto ha salvato migliaia di vite umane (vedremo dopo perché). Tutto il mondo scientifico conosce il nostro scienziato, “The BMJ” (la rivista ufficiale della British Medical Association) scrive un editoriale sul suo lavoro, e addirittura Science dedica al professore un intero articolo.

In realtà, il prof. Crisanti era già conosciuto alla comunità scientifica per un altro lavoro di portata planetaria, svolto all’Imperial College London. In poche e semplici parole è riuscito a trovare il modo di far scomparire, con le modernissime tecniche di editing genetico (CRISPR), le Anopheles gambiae, le zanzare che diffondono la malaria.

Stiamo cioè dicendo che Crisanti, ha trovato il modo di sconfiggere la malaria che uccide più di 400 mila persone all’anno (specie bambini).

Anche questo lavoro ha visto la luce su Nature, ed è probabilmente una delle scoperte più importanti degli ultimi secoli, al pari di vaccini e antibiotici: non a caso qualcuno ha definito il prof. Andrea Crisanti il nuovo “Enrico Fermi”.  Non è finita qui: la tecnologia usata per applicare questo modello, la cosiddetta “gene drive”, inventata (anche) da Crisanti, che ha trovato una pubblicazione sempre su Nature, non è stata volutamente brevettata, per “renderla accessibile a tutti”. Ed infine, sempre per evidenziare il suo spessore morale ci tengo a riportare la precisazione del professore, quando ci ricorda che:

“si preferisce non parlare di donazione del risultato della ricerca ai Paesi africani, dove la malaria miete il 90% delle sue vittime, ma di una partnership con i ricercatori e di una condivisione delle conoscenze”

 

Crisanti e la gestione della crisi nel Veneto

Partendo dalla sua intuizione, il prof. Crisanti ha capito che per ridurre al minimo il numero degli infetti era necessario fare il test con il tampone a più persone possibili (ovviamente partendo da quelle che erano state a contatto con le persone positive) per poi poterle isolare e non permettere -in questo modo- al virus di propagarsi.

Questo metodo ha funzionato: i numeri parlano chiaro, il veneto (nella prima ondata) è riuscito a contrastare al meglio l’epidemia, soprattutto se confrontata alla debacle totale della Lombardia.

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Il pensiero creativo e lungimirante del prof. Crisanti

Per poter produrre così tanti tamponi bisognava predisporsi con tutto il materiale necessario in tempo. Sapete quando il prof. Crisanti ha cominciato a preoccuparsi di recuperarne a sufficienza? il 20 Gennaio. In Italia non avevamo ancora nessun paziente confermato positivo (i due cinesi verranno segnalati solo il 30 gennaio). L’OMS ancora doveva dichiarare lo stato di emergenza internazionale. Praticamente il professore aveva previsto tutto o, quanto meno, si era già predisposto per poter reagire in tempo, addirittura comprando una macchina di produzione statunitense in grado di analizzare fino a 9.000 tamponi al giorno (più o meno quanti ne elabora tutta la Lombardia).

Da manager sono abituato, soprattutto nelle emergenze, a prendere la persona che più ha dimostrato -fino a quel momento- di saper proporre soluzioni con competenza, ingegno, creatività, pensiero laterale, e di metterla alla guida dell’unità di crisi. Sarebbe anche un bel segnale per tutti gli altri vedere che vi è un processo meritocratico alla base di questo tipo di scelte. Cosa è accaduto invece a Crisanti? Qualcosa di tipicamente italiano.

 

Quando un paese umilia le sue menti più eccellenti

Invece di ringraziarlo, invece di essergli eternamente grati, invece di metterlo alla guida del CTS (che si limita ormai da tempo a fare la danza della pioggia), per provare a fare del modello veneto (che ha funzionato) un modello italiano, invece di adoperarsi per seguire alla lettera il suo piano, che il governo gli ha chiesto di proporre, l’unica cosa che si sono preoccupati di fare è stata quella di umiliarlo in tutti i modi possibili:

È di questi giorni l’uscita del libro di Vespa (dal titolo emblematico “Perché l’Italia amò Mussolini”) in cui si accusa Crisanti di “aver mistificato i fatti di Vo'”, riportando una lettera che la responsabile della Prevenzione del Veneto, Francesca Russo, avrebbe mandato alla rivista Nature (la stessa che ha pubblicato lo studio di Crisanti) per smentire alcune dichiarazioni dello scienziato. Capito? Un medico della regione veneto, che si permette di scrivere alla prestigiosa Nature pur di infangare l’operato dello scienziato, che per discolparsi da queste accuse infamanti, si trova costretto a pubblicare le chat che ha scambiato con il governatore Zaia.
Il prof. Giorgio Palù (andato in pensione, che prima aveva la cattedra del prof. Crisanti) uno dei 10 professori che hanno dichiarato che la crisi sanitaria era ormai finita, e che ora è tutta una isteria collettiva, ha definito Crisanti uno zanzarologo.
Il Governatore Zaia che toglie Crisanti dalla cabina di regia del Veneto, per affidarlo al prof. Roberto Rigoli dell’ospedale Cà Foncello di Treviso che concorda con il prof. Palù sulla minore carica virale del Covid-19 (non se ne devono esserne accorti i veneti di questa bella notizia, visto che da quando è lui al comando, e non più il prof. Crisanti, la regione è tornata a numeri molto più vicini a quelli lombardi).

Questi solo per citare gli ultimi, altrimenti potremmo fare un veloce flashback e tornare alle dichiarazioni di due esponenti italiani dell’OMS, Ricciardi e Guerra, quando affermavano che i test di massa fatti da Crisanti non servivano a niente e che generavano solo allarme sociale, o quando la regione Veneto, tramite il direttore generale della sanità del Veneto, Domenico Mantoan, ha minacciato il prof Crisanti di danni erariali.

Tutte queste chiacchiere, tutte queste affermazioni che si contraddicono nel giro di qualche giorno, per le quali nessuno si sogna mai di chiedere scusa, tutta questa invidia tra colleghi, tutte queste beghe politiche di “bassa lega”, tutta questa mancanza di rispetto, sono nel DNA del nostro paese. Il nostro è un paese incapace di valorizzare, anzi ancora prima, di riconoscere, i propri talenti, a favore di una stanca ed incapace politica, basata su nomi e nomine che non seguono alcuna logica meritocratica. Insomma capisco bene il prof. Crisanti quando, sfogandosi, dice:

“Qui ci sono molte cose che vanno a rovescio e alcune di queste mi ricordano il motivo per cui me ne sono andato dall’Italia per lavorare in un Paese in cui le bugie dei singoli e dei politici vengono considerate un delitto”

 

Conclusioni

Il prof. Crisanti è il ribelle per definizione, colui che incarna tutti e 5 i talenti elencati e ben descritti dalla prof.ssa Gino: ama la novità, è curioso, autentico (anche per il  suo modo di dire le cose senza troppi peli sulla lingua), ma soprattutto si pone la domanda giusta: “cosa potrei fare?”, invece del comune “cosa dovrei fare?”.

Sapete perché in pochi gli hanno dato retta, nonostante i grandiosi risultati dimostrati? Per quello che definisco il “paradosso dei ribelli“: potrebbero aiutarci in tanti momenti epici della nostra storia, ma la loro natura schietta e anti-convenzionale, la stessa che consente loro di vedere le cose da prospettive inedite e risolutrici, non gli permetterà poi di essere creduti e supportati da tutti gli altri, soprattutto da chi ha il potere decisionale che spesso e volentieri preferisce circondarsi dai più rassicuranti “yes-men”.

Crisanti è stato (e potrebbe ancora essere) il nostro Sully, essendo capace di farci atterrare in un paese Covid free in poco tempo, ma per farlo dobbiamo superare i nostri limiti. Superare il fastidio che si prova quando uno scienziato ti dice di “non trattare gli italiani come ragazzini”, che “l’OMS è un baraccone che va smontato e rifatto da capo“, che “Durante l’emergenza in Lombardia a livello sanitario è stato sbagliato tutto quello che si poteva  sbagliare. e chiederne ora la candidatura a ospitare il G20 Salute 2021 significa avere sprezzo della decenza, sarebbe una vergogna“, e anche “Se mi adattavo al gregge il Veneto sarebbe andato in rotta di collisione con il virus, come Lombardia e Piemonte“.

Se ci pensate bene, è esattamente l’approccio opposto che si aspetta il politico (ma anche il dirigente di azienda), che non vuole mettersi in casa persone che lo sbugiardino in continuazione. A tutto questo si deve aggiungere il fatto che generalmente questi ribelli propongono azioni di non facile implementazione, che pretendono impegno e tanto lavoro di coordinamento (come ad esempio il poter fare più di 400 mila tamponi al giorno). Queste due sono le motivazioni principali per le quali talenti ribelli come il prof. Crisanti non avranno mai vita facile, nonostante il beneficio che tutti noi riceveremmo da una loro sapiente e illuminata guida.

In fondo, è più facile delegittimarli, umiliarli, puntargli contro una macchina del fango, per poi limitarsi a sperare nella danza della pioggia delle 18:00.

 

— Emiliano Pecis su Linkedin