Imprese, i giovani non rischiano più. Ecco Labnit, per tornare a innovare

scritto da il 05 Luglio 2021

Lo stanziamento dei primi finanziamenti comunitari anti-Covid e l’avvio del PNRR non debbono farci dimenticare che la nostra ormai storica collocazione in fondo alla graduatoria della crescita dei paesi dell’Unione non è dovuta alla pandemia. Abbiamo infatti problemi strutturali che il Piano non potrà affatto risolvere, e che dovranno essere affrontati con ulteriori misure precise e mirate. Parliamo ad esempio dell’orientamento di buona parte della nostra manifattura verso produzioni stagionali e a basso valore aggiunto, dell’insufficiente intensità tecnologica che porta con sé bassa produttività, e infine della natimortalità negativa delle imprese, con un tasso di turnover lordo fra i peggiori d’Europa.

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[Fonte: Sole 24 ore]

È proprio quest’ultimo indicatore, che misura la vitalità imprenditoriale di un sistema economico, a preoccupare. Si tratta infatti di una performance che ci colloca da tempo in coda alle graduatorie comunitarie e che stride con la straordinaria fertilizzazione imprenditoriale della seconda metà del Novecento, quando diventammo la quinta potenza industriale del Pianeta facendo nascere decine di migliaia di competitive PMI. Il turnover lordo negativo è in questo senso la spia della decomposizione di un tessuto imprenditoriale che appare oggi lento, anziano, restio ad affrontare le sfide della nostra epoca, pronto a retrocedere in nicchie di mercato a più basso valore aggiunto, se non addirittura a uscire dai mercati e rifugiarsi nella finanza o nella rendita.

Secondo Banca d’Italia le cause di questo sgretolamento del tessuto imprenditoriale italiano, specchio evidente di una propensione al rischio bassa e decrescente, sono principalmente quattro: eccesso di burocrazia, eccesso di carico fiscale, difficoltà di accesso ai capitali e assenza di cultura imprenditoriale.

Noi crediamo che questi siano fattori di notevole ostacolo, ma siamo convinti che vi sia dell’altro. Si tratta infatti di fattori tipicamente italiani, ma la scarsa natalità delle imprese è un fenomeno con cui da tempo devono confrontarsi anche paesi più ricchi e resilienti del nostro: se l’Italia risultava nel 2018 al penultimo posto per numero di aziende “early-stage”, paesi come Germania e Giappone mostravano dati altrettanto preoccupanti.

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[Fonte: Global Entrepreneurship Monitor Adult Population Survey, 2018] cliccare sull’immagine per ingrandire

Cosa accomuna questi tre paesi esportatori, tutti dotati di un largo tessuto industriale di piccole e medie imprese ma per il resto molto diversi? Il fatto di essere tutti e tre collocati su un particolarissimo podio mondiale: quello dell’elevata età media. E così come è conclamata in letteratura la correlazione fra propensione al rischio e modello sociale di un paese, ci pare ragionevole pensare che, con l’avanzare dell’età, si tenda ad essere più prudenti e conservativi.
[Fonte: Blake, Cannon, Wright 2019 https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3552247]

L’insufficienza dei tradizionali modelli di intervento

Dopo l’esplosione della Silicon Valley, invece di affrontare strutturalmente i nodi di una seria politica industriale, molti Paesi si sono dati alla corsa dell’oro delle startup, cercando la cura alla mancanza di know-how imprenditoriale nel modello dell’incubatore, cioè nella creazione di agenzie specializzate nel supporto delle nuove imprese. Tra le esperienze più interessanti si possono senz’altro ricordare “Start-up Nation Center” in Israele e “Station F” in Francia che, operando in contesti radicalmente diversi, sono entrambe riuscite a supportare la nascita di aziende assai produttive e innovative, tra le quali E-Toro, Datorama e Blablacar.

Strutture con il medesimo obiettivo, sia pure in ritardo e meno finanziate, sono nate anche in Italia, ma i risultati sono stati complessivamente deludenti. Gli incubatori si sono sviluppati in modo eterogeneo sul territorio nazionale, differenziandosi per forme organizzative, modelli operativi e capacità di attrazione delle idee innovative: nel Mezzogiorno si caratterizzano per una maggior dipendenza dai fondi pubblici e per un’offerta basata sui servizi logistici, mentre in quelli del Nord è più alto l’apporto di aziende private e l’offerta comprende servizi specifici e a maggior valore aggiunto come il tutoring e il mentoring. Inoltre, l’adozione di un meccanismo di selezione “a sportello” ha determinato una forte polarizzazione delle idee di business, e un ristretto numero di incubatori (quasi tutti privati e con legami scarsi o inesistenti con l’ambiente universitario) riceve la quasi totalità delle domande.

Tutto questo segnala imperfezioni che si sarebbero potute evitare con una progettazione e una gestione più accurate, ma va detto che neppure gli altri paesi hanno servizi privi di criticità, e il nostro modello, compreso il cocktail anche fiscale di misure di sostegno, è analogo a quello affermatosi all’estero. Perché, allora, da noi, la nascita di nuove imprese – soprattutto quelle ad alto potenziale innovativo – fatica a decollare? Pare evidente che esista un blocco e che lo si debba rimuovere. Ma quale?

Istat ed Eurostat ci avvertono che in un mercato del lavoro sempre più difficile, specie per i giovani, la prospettiva di un lavoro dipendente a lungo termine convince il 63% degli italiani tra i 18 e i 30 anni, una percentuale molto più alta rispetto ai pari età di altri paesi. Negli ultimi anni, infatti, la prospettiva imprenditoriale è stata percepita dai giovani come un costo opportunità particolarmente alto: di fronte all’incertezza dell’esito, il rischio di perdere terreno in termini di esperienza rispetto ai coetanei, come anche i costi di avviamento dell’impresa, hanno scoraggiato gli aspiranti imprenditori, che non vedono più il bagaglio culturale imprenditoriale come una valida alternativa alle prospettive di una carriera impiegatizia.

Ci riesce difficile pensare che questa percezione sia slegata dalla difficoltà ormai estrema e proverbiale con la quale nel nostro Paese, ormai da un quarto di secolo, le buone idee e le innovazioni riescono ad affermarsi, e dal blocco dell’ascensore sociale, ossia dalla percezione che, qualunque cosa si faccia, non si riuscirà ad avere successo e a modificare la propria condizione. Il rischio, in sostanza sarebbe diventato nel nostro Paese una “cosa da ricchi”, solo chi ha soldi e tempo da perdere può permettersi di rischiare, e questo esclude dalla pratica del rischio la quasi totalità dei giovani, dell’universo cioè che elettivamente dovrebbe praticare l’innovazione.

Non è questo, con buona pace del modello dell’incubatore tradizionale, il macigno che deve essere rimosso? Se si vuole provare a farlo, occorre creare nuove leve sinora non sperimentate.

LABNIT: per un cambio di paradigma nella politica per l’innovazione

Se avviare un’impresa significa assumersi un rischio, immaginare uno strumento di supporto che possa stimolare l’imprenditoria significa assumere un rischio a propria volta, ed essere capaci di investirvi. E se sta ai giovani rinvigorire il tessuto industriale con imprese tecnologicamente avanzate ad alto valore aggiunto, è interesse dello Stato trovare modi innovativi per metterli nelle condizioni di farlo.

Stiamo dunque parlando di politiche pubbliche, e concentrarsi sullo specifico fattore critico dell’avversione al rischio è qualcosa che richiede un autentico cambio di paradigma. Esso impone infatti di ripensare da un lato la scala dei valori e delle priorità di chi si cimenta in iniziative imprenditoriali, e dall’altro la logica di intervento da parte dello Stato (e insieme degli Enti territoriali cui è demandata l’individuazione dell’indirizzo strategico dell’economia del proprio territorio, ossia le Regioni).

Al lavoro per lanciare una startup

Al lavoro per lanciare una startup

Occorrerà dunque migliorare, in senso incrementale, tutti gli elementi che già fanno parte del profilo ideale dell’incubatore: il legame diretto con università e ricerca, il coinvolgimento di talenti globali e alti profili professionali che trasmettano competenze ed idee, la spinta all’internazionalizzazione già dalla fase di progetto. Ma tutto questo – e qui sta la differenza – deve avvenire all’interno di uno spazio sicuro, nel quale l’aspirante imprenditore possa testare, sbagliare e prendersi tempo senza doversi preoccupare della quotidianità.

Si tratta, in sostanza, di ricreare le condizioni perché le buone idee abbiano lo spazio e il tempo di affermarsi, e in questo spazio-tempo l’ascensore sociale possa ricominciare a funzionare anche per chi parte con zero-risorse: trasformare dunque gli incubatori in “mini-campus” specializzati (la nostra proposta si chiama LABNIT, il LABoratorio Nazionale d’Impresa iTaliano), dove gli aspiranti imprenditori risiedono stanzialmente e sono finanziati per farlo, e dove i legami con l’università, il contatto con il mondo dell’impresa e una mobilità garantita da bandi internazionali riescono a creare un milieu innovativo ricco di fittissime esternalità positive.

Non è difficile immaginare questi “mini-campus” abitati e frequentati da una popolazione dinamica e multiculturale dedicata esclusivamente alla creazione di iniziative imprenditoriali da sviluppare sul territorio, e immaginiamo che questa sia la strada che può portare a risultati promettenti e straordinariamente incoraggianti. Ai “mini-campus” si accede per bando e vi si resta, rispettando le verifiche che saranno previste, per due anni, il tempo necessario a sviluppare l’iniziativa progettata.

E anche il tempo necessario, forse, per seminare, predisporre e sviluppare il raccolto che in dieci anni potrebbe cambiare volto all’Italia.

Perché non provarci?

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Gli autori di questo post sono:

Diletta Dini
Andrea Fusco
Vittorio Dini
Filippo Morini
Gabriele Sabbatini