La narrazione diffusa sul lavoro è errata e ce lo dimostrano i dati

scritto da il 06 Luglio 2021

Post di Alessandro Guerriero, laureato in Economia Politica a Roma Tre e collaboratore di Kritica Economica – 

“I posti ci sono, mancano i lavoratori”: è questo il titolo di un recente articolo de “la Repubblica” sul mercato del lavoro. In realtà non è un caso isolato, dato che dall’inizio di giugno è ricominciata la solita narrazione sul lavoro, che ormai va avanti da anni e che si riaccende con l’inizio della bella stagione: gli imprenditori cercano lavoratori, offrendo anche stipendi molto alti, ma non li trovano poiché quest’ultimi preferiscono accettare il reddito di cittadinanza o altri sussidi.

In sostanza viene dipinto uno scenario in cui la disoccupazione involontaria viene fatta passare per volontaria, incentivata proprio dai sussidi statali. Oltretutto l’attacco è rivolto verso i giovani che sarebbero “choosy”, per usare una parola pronunciata dall’allora ministra del governo Monti Elsa Fornero, spesso ignorando totalmente anche il tema della differenza di retribuzioni a seconda del genere (gender pay gap).

Questa narrazione contro i lavoratori e le lavoratrici è alimentata principalmente da interviste fatte da una parte della stampa italiana ad alcuni imprenditori che, invece di utilizzare dati, evocano la loro esperienza personale. Se però osserviamo le statistiche questa narrazione risulta ancora vera? La risposta è negativa.

È vero che i posti di lavoro ci sono, ma mancano i lavoratori?

No, per ogni lavoratore richiesto ci sono all’incirca dieci disoccupati disposti a lavorare subito.

Per avere una prova di questo, basta osservare il numero di disoccupati in Italia e i posti vacanti nello stesso periodo.

I disoccupati in Italia nel primo trimestre del 2021 secondo l’Istat sono pari a poco meno di 2,6 milioni di persone, mentre i posti vacanti sono pari a circa 270 mila. Se anche tutta la domanda di lavoro trovasse la sua offerta, rimarrebbero comunque più di 2,3 milioni di disoccupati. Il rapporto tra posti vacanti e disoccupati è proprio 1:10: per ogni lavoratore ricercato dagli imprenditori, ce ne sarebbero 10 senza lavoro disposti ad accettare l’offerta. [1]

Se poi il confronto si facesse aggiungendo ai disoccupati anche chi non ricerca lavoro, perché magari scoraggiato, allora il rapporto aumenterebbe ancora di più (gli scoraggiati si trovano all’interno degli inattivi. Questi ultimi sono pari a poco meno di 14 milioni di persone).

In sostanza, il vero problema italiano nel mercato del lavoro non è il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, ma la carenza di domanda (da parte delle imprese o dello Stato).

È vero che il reddito di cittadinanza scoraggia i lavoratori?

No, il reddito di cittadinanza non ha modificato sostanzialmente i dati del mercato del lavoro.

Anche in questo caso, per vedere se l’offerta di lavoro da parte dei lavoratori è diminuita, basta osservare i dati sui posti vacanti in Italia. Osservando il tasso di posti vacanti dell’ultimo trimestre del 2018, ovvero l’ultima rilevazione precedente all’introduzione del reddito di cittadinanza (avvenuta nel trimestre successivo) e quello dello stesso periodo dell’anno successivo, ovvero il 2019, si dovrebbe notare un certo shock se davvero il RdC avesse disincentivato il lavoro. Entrambe le cifre però sono pari all’1,4%. Proprio per questo non si può affermare che il reddito di cittadinanza abbia influenzato significativamente il mercato del lavoro, sia in positivo che in negativo: da un lato non ha funzionato la parte delle politiche attive, dall’altro questo strumento non ha disincentivato il lavoro. Come si può vedere dal grafico tratto dai dati Istat, da quando è stato introdotto il reddito di cittadinanza nel primo trimestre del 2019, il dato sul tasso dei posti vacanti non è aumentato, semmai è diminuito.

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In aggiunta, osservando i dati Istat sul tasso di inattività in Italia, si può notare che nell’ultimo trimestre del 2018 e nell’ultimo del 2019 (prima e dopo l’introduzione del RdC), il dato era pari in entrambi i casi a 34,2%.

Inoltre, dall’ultimo report sul reddito di cittadinanza dell’Inps, si evince che l’importo medio mensile di marzo 2021 erogato con il RdC è stato pari a 584,19 euro per nucleo familiare. Sembra quantomeno improbabile che una somma del genere possa fare concorrenza ai salari, a meno che quest’ultimi non siano esageratamente bassi. Proprio per questo, la narrazione secondo la quale i lavoratori preferiscono stare a casa con il RdC invece che andare a lavorare è da smentire. Se si vuole invece accettare quest’idea, bisogna ammettere che i salari sono veramente troppo bassi per poter competere con i soli 584,19 euro elargiti in media con il Reddito di Cittadinanza.

E allora i datori di lavoro dovrebbero seguire il consiglio del presidente USA Biden: se non trovate lavoratori, alzate gli stipendi!

 

È vero che gli imprenditori offrono salari alti ma i lavoratori non li accettano?

Non è un comportamento diffuso, anzi alcuni lavoratori si ritrovano in condizione di povertà e in generale i salari non sono molto alti.

L’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con una persona di riferimento occupata è stata nel 2020 pari al 7,3%. Questo vuol dire che 7 famiglie su 100 con la persona di riferimento occupata (ossia quel componente con il reddito più alto) ricadono in condizione di povertà.

Inoltre, dai dati Eurostat si evince che in Italia l’11,8% dei lavoratori nel 2019 era in condizione di povertà contro una media Europea del 9,2%. Questo dimostra come i salari in Italia siano spesso troppo bassi, addirittura da non permettere ai lavoratori di uscire dalla condizione di povertà.

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Non solo molti lavoratori sono in condizione di povertà, ma in generale i salari in Italia non sono alti come nel resto d’Europa. Il valore del salario orario mediano in Italia è pari a 12,61 euro, al di sotto della mediana europea pari a 13,18 euro. Inoltre, a parità di potere d’acquisto (PPS), esso è pari a 12,16 euro in Italia, e rimane comunque inferiore alla media europea (12,59 euro) e alla maggior parte dei Paesi europei, escludendo gli stati più piccoli (come si può vedere nella prossima mappa).

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Ascoltando alcuni imprenditori sembrerebbe che il problema della disoccupazione e della lenta crescita in Italia potrebbero essere risolti tramite lo smantellamento del sistema di welfare, il taglio dei dipendenti pubblici e l’aumento degli incentivi alle aziende.

In realtà, i sussidi come il reddito di cittadinanza dovrebbero essere difesi anche solo per il fatto che ogni anno evitano a migliaia di persone di ritrovarsi in condizione di povertà.

Sul taglio dei dipendenti pubblici, basterebbe anche qui guardare i dati: in Italia la percentuale di dipendenti statali sugli occupati totali è una delle più basse in Europa.

La percentuale è pari al 13,3% contro una media Ocse del 17,7%. Gli Stati Uniti, il Regno Unito e i Paesi scandinavi sono più avanti rispetto all’Italia. La Germania è uno dei pochi paesi paragonabili all’Italia ad avere una percentuale più bassa, ma tenendo conto degli abitanti anziché degli occupati, le percentuali diventano praticamente uguali.

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Un tema importante per il mondo del lavoro è anche quello della disuguaglianza di remunerazione tra donne e uomini. Spesso viene affermato che questo problema in Italia non esiste, soprattutto dai datori di lavoro che giurano di non avere preferenze a seconda del genere. Ma è vero?

No, ancora una volta.

Guardando superficialmente i dati sul gender pay gap potrebbe sembrare che l’Italia non abbia questo problema: secondo i dati Istat nel 2018 il gender pay gap era pari al 6,2% in Italia, valore decisamente inferiore alla media dell’Unione Europea, pari al 15,3%.

Nella stessa analisi viene riportato però che, se “il Gender Pay Gap nel comparto a controllo privato è pari al 17,7%, nel comparto a controllo pubblico scende al 2%”.

Quindi il problema esiste eccome, ma nel settore pubblico è quasi inesistente, visto che in questo caso “si registra anche la maggiore concentrazione di donne con elevato livello di istruzione e con più alta retribuzione oraria”.

In Italia quindi i salari sono più bassi rispetto ad altri paesi europei, spesso i lavoratori si trovano in condizione di povertà anche avendo uno stipendio, ed esiste nel settore privato un grave problema di disuguaglianze dovute al genere. Invece di fidarsi dei dati accessibili a tutti, parte della stampa italiana preferisce dare voce a singole esperienze soggettive degli imprenditori. Le ricette economiche sono state per troppo tempo guidate da una visione dell’economia miope e sbagliata, basata sull’idea che i salari fossero solo un costo e non anche una fonte fondamentale della domanda aggregata. Servirebbe innanzitutto fare chiarezza sul mercato del lavoro, e poi ideare politiche economiche volte a ridare forza al lavoro e ai lavoratori, partendo dal salario minimo orario e da un piano di investimenti pubblici per arrivare alla piena occupazione.

Nota

[1] Infatti, per essere considerati come disoccupati dall’Istat, la persona di riferimento deve aver effettuato un’azione di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti al questionario ed essere disponibile a lavorare entro le due settimane successive.