Riforma tributaria, più indipendenza e retribuzioni dignitose per ripartire

scritto da il 11 Ottobre 2021

L’autore di questo post è Costantino Ferrara, vice presidente di sezione della Commissione tributaria di Frosinone, già giudice onorario del Tribunale di Latina, presidente Associazione magistrati tributari della Provincia di Frosinone –

Tra le condizioni per l’aggiudicazione delle risorse del PNRR, c’è la riforma tributaria, tema che ridonda da tempo e ogni tanto ritorna in auge, con l’intenzione di un restyling a 360 gradi della macchina fiscale che coinvolga, pertanto, anche i relativi organi giudiziari.

Qualche tempo fa si era parlato di istituire dei “Tribunali” tributari al posto delle Commissioni tributarie. Lo scambio richiama un parallelismo recente: Agenzia delle Entrate Riscossione al posto di Equitalia. Citando “il Gattopardo”, potremmo dire “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Perché questo tipo di cambiamenti serve per gonfiare la “reputazione elettorale” e non per apportare benefici al Paese.

La proposta sembra essere ormai decaduta, ma ho scelto di ripescare questo esempio per dire che, se riforma deve essere, che almeno la si faccia come si deve, in maniera seria, sostanziale e propedeutica al miglioramento effettivo delle condizioni. Cambiare i nomi non serve a nulla.

D’altro canto, la giustizia tributaria rappresenta un ingranaggio chiave nel meccanismo che regola le funzioni del Paese e che riguarda da vicino tutti i cittadini, poiché si occupa appunto di tributi, “tasse” come vengono definite in maniera più popolare e basta questo per rendere l’idea di quanto l’argomento sia d’interesse per ogni categoria di persone che, in un modo o nell’altro, sono, erano o diventeranno “contribuenti”. Senza contare poi il disincentivo che un sistema fiscale non performante (ivi compresa la sua declinazione giudiziaria) determina sui potenziali investitori stranieri, poco inclini a sopportare livelli elevati del cosiddetto “fiscal risk”.

Per proporre una riforma seria, tuttavia, il punto di partenza è individuare concretamente quali sono i problemi. Ad esempio, uno dei principale “motori” che sembrerebbe ispirare le proposte di riforma è la solita “velocizzazione” dei processi. Peccato, tuttavia, che la giustizia tributaria sia già la più veloce di tutte! Nell’ampio panorama della giustizia, ove la parola “lungaggine” la fa da padrona, negli ultimi anni un’eccezione è rappresentata proprio dalle Commissioni tributarie. E i dati che emergono ogni anno dalla “Relazione annuale sullo stato del contenzioso tributario, predisposta dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) lo confermano in maniera inequivocabile.

Non sono i “numeri”, dunque, ad essere preoccupanti, essendo gli stessi in linea con le aspettative di durata media di un processo (circa 3 anni per primo e secondo grado), con l’unica eccezione forse costituita dai tempi del giudizio di Cassazione, unica leva su cui sarebbe il caso di intervenire in termini “quantitativi”.

Ma è sugli aspetti “qualitativi”, semmai, su cui un approccio serio alla riforma dovrebbe concentrarsi, per migliorare appunto la “qualità” delle decisioni, favorendo una professionalizzazione delle figure giudicanti. Cosa che appare, tuttavia, incompatibile rispetto all’attuale sistema, anche sotto l’aspetto della retribuzione dei magistrati tributari.

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La questione della retribuzione è da anni oggetto di critiche da parte degli operatori del settore, specialmente per quelle figure di magistrati tributari che si definiscono “laiche”, poiché non appartengono alla giustizia ordinaria. I giudici laici, pur rappresentando una grande fetta della magistratura tributaria, vengono retribuiti in maniera irrisoria (utilizzando un eufemismo) e non godono neppure delle tutele minime riconosciute ad altre categorie di lavoratori. Per non parlare della mancanza di tutele contributive o assicurative di ogni genere, ben potendosi definire dei “precari della giustizia”.

Un miglioramento qualitativo deve passare necessariamente verso una valorizzazione di queste risorse, tanto sotto un profilo di retribuzione e tutele, quanto sotto l’aspetto fondamentale delle competenze. Del resto, pretendere una “professionalizzazione”, per poi voler pagare questi professionisti una miseria, è una contraddizione.

Da un lato, dunque, regolarizzare i membri ed inquadrarli in maniera dignitosa, dall’altro (consequenziale e connesso), incentivare la programmazione di corsi di formazione e aggiornamento, l’obbligo di organizzazione e/o partecipazione a convegni, tavoli tecnici, eventi formativi che coinvolgano anche le altre categorie, professionisti, studenti, personale di segreteria e funzionari. Criteri di qualificazione, poi, che potrebbero e dovrebbero essere tenuti in debita considerazione anche nei concorsi per diventare giudice tributario, i cui parametri attuali appaiono sproporzionati nel favorire la provenienza del candidato da una specifica categoria, piuttosto che le competenze, le conoscenze e le capacità specifiche legate alla materia.

A tal proposito, infatti, vorrei sottolineare che l’aspetto della “professionalizzazione” non si risolve eliminando le figure laiche e rendendo la giustizia tributaria un’esclusiva dei magistrati ordinari. È un errore pensare che il magistrato ordinario sia, di per sé e in automatico, già preparato o comunque più preparato rispetto ad una figura laica. Si tratta, infatti, di una materia molto specifica, e non a caso il sistema è stato concepito in origine (sin dalla Carta costituzionale) come un apparato diverso e a se stante. È del tutto fuorviante pensare che un magistrato ordinario, solo perché tale, sia già preparato a dirimere scientemente la materia tributaria: professionalizzazione, insomma, non vuol dire eliminare le figure laiche. Tanto il laico quanto il magistrato ordinario necessitano di preparazione specifica, esperienza nella materia, aggiornamento.

Un ulteriore punto di intervento, poi, va individuato nella “strana” dipendenza della giustizia tributaria dal MEF anziché dal Ministero della Giustizia, circostanza che rappresenta una differenziazione rispetto alla magistratura ordinaria e che ne mina l’indipendenza e l’autonomia: dallo stesso MEF, infatti, dipende anche una delle due principali parti in causa, ovvero l’Agenzia delle Entrate. In altri termini, l’organo giudicante è figlio dello stesso padre di una delle due parti in causa e ciò solleva spesso dei dubbi in merito alla terzietà ed indipendenza dell’organo stesso.

Il fallimento di una tale commistione è rappresentato a pieno anche dall’istituto del reclamo-mediazione, che il legislatore ha concepito demandando alla stessa Agenzia delle Entrate, ovvero all’organo che emette l’atto impositivo, l’ulteriore funzione di “mediatore”, in quella fase prodromica all’istituzione del giudizio che avrebbe dovuto “smaltire” i carichi del contenzioso.
Se impositore e giudicante sono della stessa famiglia, è difficile che un tale istituto abbia seguito. La terzietà del giudicante è imprescindibile, in ogni contesto giudiziario o prodromico.
Un ultimo cenno sui tempi: le chiacchiere ci hanno ormai riempito (con strabordi) le orecchie, ed è ora di darsi una mossa. Se non ora, quando?