La sovranità alimentare avrebbe dovuto essere una conquista della sinistra

scritto da il 26 Ottobre 2022

Se Wittgenstein aveva ragione, nel sostenere che il significato di una parola appartiene unicamente all’uso, allora le polemiche sulle scelte linguistiche del Governo Meloni sono, almeno al momento, sterili o, addirittura, tendenziose. Di certo, non si può pensare che Wittgenstein sia stato l’unico a proporre una teoria sul rapporto tra parole e cose, nomi e denotazione o connotazione.

Prima di lui, per esempio e in rapida sintesi, John Stuart Mill s’era fatto promotore di una sorta di realismo referenziale, teorizzando, diversamente, enunciazione e oggetto. In altre parole, dire “avvocato” equivarrebbe a denotare la categoria degli avvocati e, nello stesso tempo, a connotare la natura dell’avvocato indicandone gli attributi essenziali: l’aver conseguito una laurea in giurisprudenza, un’abilitazione et cetera. Ed è evidente che citarli entrambi non è sufficiente a che ciascuno di noi si chiarisca le idee a proposito del modo in cui i filosofi del linguaggio hanno tentato di affrontare questo dilemma. Insomma, affidandoci a Stuart Mill, che, tra le altre cose, era un membro del partito liberale, siamo costretti, al contrario di quanto abbiamo fatto in precedenza, a preoccuparci per le scelte di Giorgia Meloni.

Fantasmagorie e proiezioni sociali

E potremmo andare avanti fino all’evasione antologica, passando in rassegna, in ordine sparso, Quine, Kripke, Russell, Searle, Frege e tanti altri, ma, estenuando inutilmente la nostra disponibilità dialettica tra tesi e antitesi improduttive. Forse, potremmo semplicemente ricordare Platone, secondo il quale la realtà di un nome era al di fuori del nome stesso, per dare pace al nostro animo, così scosso, in ultimo, da un’incalcolabile quantità di fantasmagorie.

Fantasmagorie, sì! Ma anche proiezioni sociali che una certa categoria di cittadini italiani produce meccanicamente, ossessivamente e, chissà, forse anche stancamente, essendo incapace, per statuto, di riempire in modo concreto e valido lo spazio tra un’enunciazione politica e l’altra, quello che spetterebbe alle opere. Passiamo subito agli esempi, così da non imbatterci nella pratica che tanto contestiamo!

Da lockdown a price cap

Per quasi due anni, abbiamo sentito ripetere “lockdown”, come se fosse un messaggio proveniente dal Dio dei Padri; adesso, non si sente altro che “price cap”, mentre, in precedenza, eravamo materialmente schiacciati da “spread”, “spending review” e da numerosi altri espedienti informativi, senza che una qualche ‘rappresentanza civica’ s’impegnasse a rivendicare il sacrosanto diritto di trasparenza e, soprattutto, il doveroso legame tra parole e fatti.

Sembra che, ogni qual volta in cui non si sa dove sbattere la testa, per così dire, ci si rifugi in una sorta d’inglese coprente e surreale, di cui, tra le altre cose, gl’italiani hanno poca consapevolezza, almeno secondo le statistiche che ci vedono molto indietro per conoscenza della seconda lingua. Ecco! Nonostante il quadro di questo disagio, è stato agevole e quasi piacevole per i più fare ‘rappresaglia mediatica’ per la scelta del genere maschile da parte di Giorgia Meloni: “il presidente”, anziché “la presidente”.

Il presidente o la presidente?

Alcuni buontemponi lo hanno condannato addirittura come un errore grammaticale. Trascuriamo le loro argomentazioni e passiamo oltre perché non è affatto un errore. È consentito dalla lingua italiana. Semmai, esistono elementi di opportunità psicosemantica che renderebbero più adeguato il genere femminile, come ha scritto limpidamente la professoressa D’Alessandro su HuffPost il 23 ottobre scorso. In definitiva: il maschile della Presidente del Consiglio è lecito (Per chi scrive – si badi bene! – è e sarà sempre “la presidente”). Si mettano l’anima in pace!

Le parole sono importanti, è vero, com’è altrettanto vero che, a seconda del modo in cui raccontiamo qualcosa, il significato della narrazione cambia. Tutto sommato, non è escluso che John Stuart Mill, Saul Kripke e pensatori affini avessero ragione. Indubbiamente, le parole che usiamo offrono a chi ci ascolta o legge un’area d’inferenza, una sorta di dominio relazionale in cui emittente e destinatario s’impegnano a unirsi in un processo di riconoscimento reciproco delle intenzioni: se non siamo in grado di riconoscere l’intenzionalità del mittente, non possiamo diventare suoi destinatari, a meno d’accettare un dialogo dell’assurdo.

La sinistra tra fascismo e guanciale

Purtroppo, il problema è ormai radicale: nessuno si è preoccupato quando, in piena campagna elettorale, il segretario del Partito Democratico alternava, con inappuntabile garbo e scandalosa disinvoltura, il grido “fascisti, fascisti” allo spot “guanciale tutta la vita”, che avrebbe dovuto richiamare alla memoria degl’italiani l’adeguata polarizzazione, a quanto pare, tra “pancetta” e “guanciale”.

 

sinistra

Nessuno si è preoccupato quando, in un momento di relativa quiete sociolinguistica, un’incolta schiera di paraintellettuali sinistroidi ha ritenuto di poter combattere le discriminazioni cominciando a usare lo schwa (Ə). Può anche darsi che fossero in buona fede. Peccato, però, che non sapessero neppure che cos’è questo schwa, non avendo, evidentemente, cognizione di un paio di discipline: fonologia e morfologia.

Devono aver sentito dire che si tratta di un suono vocalico neutro e questo è bastato loro per annunciare una rivoluzione di genere senza precedenti: un po’ come sporgersi dalla balaustra e urlare d’avere sconfitto la povertà. Se proprio si vuole avere un’idea dello schwa, si può studiare il napoletano, idioma romanzo in cui esistono parole come mammeta, che si pronuncia /’mammətə/: “tua madre”. Oppure, senz’affaticarsi troppo, si può ascoltare “Io mammeta e tu” di Renato Carosone. Nessuno, insomma, si è preoccupato dell’andazzo grossolano e chiassoso di quei comunicatori politici che, negli ultimi anni, hanno governato il paese con predicozzi ideologico-moraleggianti, melliflui e sempre rassicuranti.

La massima preoccupazione: la riforma lessicale

Oggi, pertanto, l’ultimo cruccio degli oppositori sistemici nasce in seno alla riforma lessicale dei ministeri del nuovo Governo. Il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali è diventato Ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare. Mai oltraggio peggiore, a quanto pare, era stato rivolto, ai “poeti del guanciale”, che non hanno esitato a gridare, questa volta sì, allo scandalo, senza rendersi conto, tuttavia, che la sovranità alimentare avrebbe dovuto essere una conquista della sinistra: avrebbero dovuto farla propria anzitempo.

Che cantonata sulla sovranità alimentare

Invece, hanno capito solo in ritardo di aver preso una bella cantonata e, dopo essersene accorti, non hanno battuto ciglio. Il concetto di sovranità alimentare, com’è ormai noto, nasce nel 1996, grazie al movimento internazionale La Via Campesina che – si legge nel sito di ARI (Associazione Rurale Italiana), se non si è in grado di leggere, in inglese, sul sito viacampesina.org, la voce who are we? – “è il movimento internazionale che riunisce milioni di contadini, agricoltori di piccole e medie dimensioni, le persone senza terra, le donne contadine, indigeni, migranti e lavoratori agricoli di tutto il mondo”. Una resa efficace di tale disastro si può ottenere solo riportando un ideofono: sdeng, uno sdeng potente e dal quale il centrosinistra sembra non riuscire a riprendersi.

Di cosa si occupa la sinistra?

Purtroppo, chi si è formato idealmente e convintamente a sinistra comincia a chiedersi: la sinistra che cos’è e, soprattutto, di cosa si (pre-)occupa?

Indubbiamente, il curriculum politico-culturale di La Russa e Fontana non è sufficientemente rappresentativo; forse, non lo è tanto da meritare tale collocazione, sia per le attitudini nostalgico-apologetiche dell’uno sia per l’irriguardosa arretratezza dell’altro, ma un po’ d’esperienza in materia di comunicazione politica avrebbe dovuto indurre i signori di “coscienza ed emotività” a non costruire l’intero eloquio elettorale sulla denigrazione dell’avversario, in specie in un momento in cui la gente è costretta a vivere di stenti, a chiudere le proprie attività e a prepararsi a morire di fame.

L’eredità del Governo Draghi

Be’, possiamo dire che non è ciò che ci si aspettava dal centrosinistra? Di fatto, è doveroso dire che il Governo Draghi qualcosa ha fatto contro il ‘carobollette’: riduzione delle accise su benzina e gasolio, 150 euro una tantum per 22 milioni di italiani et cetera. Occorrerebbe chiedersi, tuttavia, perché queste misure siano passate sotto silenzio, anche se, forse, non è neppure il caso di chiederselo. È risaputo: se i cosiddetti ‘intellettuali di sinistra’ trascorrono il tempo a produrre lamentazioni d’ogni genere e specie e a mettere asterischi al posto delle vocali finali, è evidente che non possono raccontare agl’italiani una storia di sano realismo.

Un cruccio paralinguistico

Il “merito” del Ministero dell’Istruzione e del Merito non piace perché potrebbe generare un passaggio traumatico e oppressivo dalla meritocrazia autentica a una didattica elitaria? In pratica, ancora una volta, il cruccio è paralinguistico e paradossale. E si badi bene: si sta facendo un processo non già alle intenzioni, bensì alle congetture! In altre parole, si fanno delle ipotesi sul significato implicito delle parole, si costruisce una realtà ad hoc, quasi fosse un vero e proprio sfondo scenografico, e, sulla base di un assillo allucinatorio orwelliano, si tenta d’aizzare le folle per ottenere la messa al bando dei presunti traditori del popolo.

Il conformismo dell’anticonformismo è un mostro, un mostro a causa del quale, purtroppo, almeno in questa fase, abbiamo perduto un elemento essenziale al dibattito democratico: un’opposizione fatta di contenuti. E questo sì… è oltremodo preoccupante e scandaloso.

Twitter @FscoMer

francescomercadante.it

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