Crediti di CO2, mercato del futuro. È greenwashing o no?

scritto da il 18 Ottobre 2023

Post di Stefano Cappello, CEO & Founder di Limenet –

Un mercato nascente e molto promettente. È il mercato volontario dei crediti CO2, che si sta sviluppando in parallelo a quello regolamentato europeo Ets. Dove la CO2, come noto, quota a 85 dollari alla tonnellata ed è considerata a forte sconto rispetto al costo reale dell’anidride carbonica (che è stimato in 185 dollari come indicato in un recente articolo pubblicato su Nature).

Il mercato nasce come strumento di mitigazione per contrastare il cambiamento climatico. Per contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5 gradi centigradi fissati come soglia massima dall’Accordo di Parigi del 2015 sul clima è necessario limitare l’emissione di CO2 in atmosfera. Ma è un obiettivo ormai fuori dalla nostra portata. Ed è per questo che ha senso andare oltre gli obblighi normativi e farsi parte attiva di un approccio positivo, che contribuisca effettivamente alle emissioni con azioni concrete ed efficaci.

Foreste e oceani sono serbatoi naturali per la CO2 ma, dato l’aumento esponenziale della produzione di gas serra, non riescono più a stare al passo con la sua rimozione. Provate a riflettere. Per milioni di anni la CO2 è rimasta intrappolata in giacimenti e combustibili fossili che, in soli 150 sono stati bruciati e riemessi in atmosfera. Studiare diverse soluzioni tecnologiche per la rimozione della CO2, dalle tecnologie di cattura, al trasporto, allo stoccaggio deve essere una priorità assoluta di tutti, aziende e istituzioni, cittadini e consumatori.

Il mercato dei crediti di CO2: perché è estremamente promettente

Una volta messe a terra queste tecnologie, si riesce a ridurre effettivamente la quota di CO2 nell’atmosfera. La CO2 catturata e stoccata può, oltre a generare effetti positivi sull’ambiente, trasformarsi in un’opportunità di investimento se “impacchettata” in certificati che vengono acquistati e venduti su un mercato ad hoc. In Europa esiste già un mercato regolamentato: il sistema europeo di scambio delle quote di emissione (Ets). In sostanza, vengono assegnati dei “permessi” di emissione di CO2 a tutti i soggetti che sono forti emettitori di GHG (green houses gas).

Questi permessi, o “free allowances”, vengono rilasciati dalla Commissione Europea alle società che partecipano al mercato. I permessi variano a seconda del settore, e sono tanto più generosi quanto più il settore è difficile da decarbonizzare. Per questi settori, chiamati Hard To Abate (HTA) – cemento, acciaio, carta – le free allowances sono tipicamente ampie. Alla fine dell’anno, le società ricevono un audit da terze parti che determinano la quantità di CO2 effettivamente emessa. Se hanno emesso più di quanto permesso, devono pagare una “mora” per aver emesso più del consentito e riacquistare i crediti di CO2 a compensazione sul mercato Ets. Se hanno emesso di meno, possono vendere i loro crediti.

Questo mercato Ets vale circa 850 miliardi di euro, rappresentando il 90% del mercato globale di scambio di quote di CO2. Per capire la crescita di questo mercato, basti pensare che nel 2017 il costo per compensare una tonnellata di CO2 oscillava tra i 4 e 5 euro mentre nel 2023 ha toccato i 105 euro.

Più di recente si è creato anche un mercato volontario, in cui le società che vogliono essere carbon neutral acquistano crediti o certificati di emissione negativi da fornitori che possono garantire un offset di GHG. Questo mercato ha visto non solo una crescita esponenziale per la spinta ecologista di aziende leader nel proprio settore, ma anche per la domanda di sostenibilità da parte dei consumatori: le società, dunque, acquistano crediti per annullare la propria impronta di CO2.

Quanto vale veramente il mercato della CO2?

Il mercato regolamentato, dopo i primi esperimenti nel 2005, funziona a regime dal 2008: le quote vanno all’asta in una borsa di valori. Oggi copre quasi 18.000 impianti e le aziende industriali, attraverso banche, fondi di investimento, broker e una dozzina di società di trading, scambiano ogni giorno da 20 a 30 milioni di tonnellate di CO2, anticipando le future variazioni del prezzo del carbonio. Il prezzo del carbonio, tra i 4 e 5 euro nell’aprile 2017, nel febbraio 2023 ha raggiunto il picco dei 105 euro per poi ritracciare intorno agli 80 attuali, ma si stima che raggiungerà quota 150 euro nel 2030. E non è un caso che inizino a moltiplicarsi anche i fondi di investimento specializzati nei mercati del carbonio che si basano sulle quote di CO2.

Mercato volontario, terreno fertile per i fondi. Ecco come funziona

I fondi di investimento trovano terreno fertile nel mercato volontario dove i prezzi sono decisamente più variabili. Il mercato volontario ha la caratteristica di non garantire uno standard di qualità per i suoi crediti: la qualità (e il prezzo di vendita), dipendono dalla monitorabilità del sottostante. Se questo è una foresta – che è certamente un sistema capace di assorbire CO2, ma la cui durata nel tempo non può essere garantita – il valore del certificato è inferiore a quello che ha come sottostante una tecnologia industriale di cattura e stoccaggio.

Ad oggi il 95% dei crediti nel mercato volontario si basa sull’afforestazione o altri metodi biologici di cattura del carbonio che però garantiscono bassa monitorabilità e stabilità nel tempo. La crescita del mercato si basa sulle prospettive di sviluppo di tecnologie di cattura e stoccaggio nel prossimo decennio che hanno come base una permanenza del tempo della CO2 maggiore a mille anni e una monitorabilità elevata del processo.

Quali sono le tecnologie di Carbon Capture Storage?

Il Carbon Capture and Storage (CCS) è un insieme di tecnologie che mirano a catturare le emissioni di anidride carbonica dall’atmosfera o da impianti industriali, per poi trasportarle e stoccarle in modo sicuro a lungo termine. Attualmente sono disponibili in commercio diverse tecnologie di cattura della CO2 ma molte poche riguardanti lo stoccaggio.

CO2

(Adobestock)

In particolar modo la tecnologia più sviluppata e studiata è lo stoccaggio geologico. Il funzionamento è abbastanza semplice. In giacimenti esausti di idrocarburi, si va ad iniettare la CO2. Questa, se il giacimento è stabile nel tempo, ci permane permanentemente. In Italia i pionieri di queste tecnologie sono Eni e Snam che, attraverso una JV, da diversi anni stanno studiano e realizzando un progetto pilota al di fuori di Ravenna per sfruttare un vecchio giacimento di gas esaurito. Qui sarà possibile iniettare fino a 500 milioni di tonnellate di CO2.

Tuttavia questo sforzo non è sufficiente. Basti pensare che solo in Italia ogni anno vengono emesse circa 340 milioni di tonnellate di CO2. Ed è proprio in questo contesto che si inseriscono altre tecnologie che sfruttano altri processi per stoccare la CO2.

Nuove frontiere: l’oceano come sito di stoccaggio di CO2

Ultimamente si stanno iniziando a studiare nuove frontiere. In particolar modo utilizzando l’oceano come sito di stoccaggio di CO2. L’oceano infatti è, assieme alle piante, un assorbitore di CO2 naturale. La CO2 si lega all’acqua di mare e a composti carbonatici formando ioni carbonati che rimangono stabili nel tempo. Il nome della tecnologia che riprende questo processo naturale si chiama: Ocean Alkalinity Enhancement.

Si tratta di un sistema di stoccaggio che si basa sull’industrializzazione del ciclo geologico del carbonio. La CO2 viene assorbita dalla natura in vari modi: per esempio, viene catturata dalla pioggia e poi si lega con il calcare quando ricade su rocce carbonatiche. La CO2 si trasforma così in bicarbonato, finendo poi nel mare. Qui permane tra i 10k e 100k anni andando a equilibrare il pH marino.

Questo equilibrio naturale si sta però alterando a causa dell’aumento di CO2 nell’atmosfera che acidifica gli oceani, riducendo indirettamente la quota di carbonati presenti nell’acqua e quindi la sua capacità di tamponamento del pH. Il pH marino, come riportato nel 6° rapporto dell’Ipcc, è diminuito da 8.2 a 8.07. Essendo a scala logaritmica, significa che il livello di acidificazione è aumentato di circa il 30%. Cosa che non si è mai verificato negli ultimi 65 milioni di anni.

CO2 che diventa bicarbonato di calcio per liberare l’atmosfera

Attraverso questo metodo, che è anche quello che applichiamo anche noi di Limenet, si cerca di ripristinare questo equilibrio, trasformando la CO2 in bicarbonato di calcio, riducendo così la CO2 nell’atmosfera e contribuendo alla salvaguardia degli oceani riequilibrando il pH. Attraverso gli ioni carbonati è possibile avere un controllo e una misurabilità elevata, garantendo un beneficio ambientale tangibile e misurabile. Tuttavia, l’implementazione è più complessa a causa del livello di tecnologia coinvolta, e quindi comporta costi iniziali e operativi elevati. Attraverso economie di scala è possibile ridurre i costi per tonnellata di CO2 rimossa al di sotto di 100 dollari. E siamo solo all’inizio di un trend che sarà inarrestabile per almeno i prossimi 30 anni.

 

 

Limenet

Limenet è una società benefit deep tech che ha brevettato una tecnologia innovativa per lo stoccaggio dell’anidride carbonica in forma di bicarbonati di calcio in acqua marina. La società è risultato di una lunga serie di studi, ricerche e innovazioni elaborati da Giovanni Cappello (CTO & Co-founder), uno dei più grandi esperti in Italia di gassificazione e stoccaggio di CO2 in bicarbonati. La ricerca scientifica a supporto è stata condotta dal gruppo di ricerca Desarc-Maresanus a cui hanno partecipato docenti del Politecnico di Milano, università Milano Bicocca e CMCC (Centro mediterraneo cambiamenti climatici) . Limenet punta a diventare leader a livello internazionale nello stoccaggio di CO2 attraverso i bicarbonati di calcio. www.limenet.tech