Cosa ci dice il costo della bistecca sul deprezzamento del real in Brasile

scritto da il 03 Novembre 2015

Pubblichiamo un articolo di Carlos A. Primo Braga sulle ragioni economiche, politiche e psicologiche del crollo della valuta brasiliana. L’autore è professore alla IMD Business School e direttore dell’Evian Group 

ECCO PERCHÉ PER IL REAL (E IL BRASILE) SARANNO ANCORA DOLORI

di Carlos A. Primo Braga

Quanta differenza può fare un anno, in Brasile! Per un turista una bistecca in un ristorante al top sarebbe costata 120 dollari statunitensi nell’ottobre 2014 (caipirinha o vino esclusi). Oggi lo stesso pasto costerebbe all’incirca 65 dollari. Il real ha subito uno dei deprezzamenti più drammatici tra le valute delle economie emergenti negli ultimi 12 mesi.

La buona notizia è che l’aggiustamento aiuterà il settore tradable (quello dei beni commerciabili all’estero, ndr) a essere più competitivo. Manna dal cielo per un’economia attualmente in caduta libera: la contrazione attesa del Pil nel 2015 è nell’ordine del 3 per cento. Anche se, va detto, la bassa esposizione del Brasile agli scambi con i mercati internazionali significa che tale aiuto avrà un impatto moderato, nella migliore delle ipotesi. Poi c’è anche la cattiva notizia, ovvero che questa situazione potrà esacerbare la pressione inflazionistica e influirà negativamente sulla salute finanziaria delle imprese che hanno contratto debiti all’estero.

Deprezzamento su scala internazionale 

Negli ultimi due anni molti Paesi hanno sperimentato oscillazioni importanti del valore delle rispettive monete. Come discusso nel WEO (World Economic Outlook) del Fondo monetario internazionale (ottobre 2015) tali cambiamenti hanno risentito della portata delle variazioni registrate dalle principali valute.

Tra i Paesi industrializzati il dollaro USA e il franco svizzero si sono apprezzati di oltre il 10%, mentre lo yen si è deprezzato di oltre il 30% in termini reali dalla metà del 2012. Anche molte economie emergenti hanno anche sperimentato un forte deprezzamento delle rispettive valute. Il real brasiliano – moneta di uno dei Cinque Fragili , secondo la definizione coniata da Morgan Stanley nel 2013, gruppo che include la lira turca (almeno fino alla rincorsa elettorale vittoriosa di Erdogan, ndr), la rupia indiana, il rand sudafricano e la rupia indonesiana – ha perso più del 35% in termini reali dal 2014 nei confronti di un nutrito paniere di monete dei maggiori partner commerciali. In effetti, a parte la rupia indiana, le valute degli altri membri del club dei Cinque Fragili sono state fra le peggiori nel confronto con le economie emergenti, negli ultimi due anni.

Non è una sorpresa. Queste economie hanno un pesante deficit delle partite correnti, dipendono dai finanziamenti esteri e nella maggioranza dei casi accusano un’esposizione significativa sul mercato cinese. Nel caso del Brasile le ragioni del deprezzamento sono ben note. Messe di fronte a numerose sfide, le autorità monetarie brasiliane hanno rinunciato a resistere alle pressioni sul real, permettendo alla valuta di adeguarsi alle condizioni esistenti. I flussi finanziari hanno dato man forte alle pressioni mentre il rallentamento dell’economia e gli sviluppi della crisi politica hanno aumentato l’incertezza degli investitori. I recenti downgrade delle agenzie di rating (S&P’s e Fitch) hanno fotografato il trend in atto.

L’ironia della guerra delle valute

È buffo che il Brasile, che dal 2010 ha iniziato a lanciare moniti sui rischi di una guerra delle valute – esprimendo preoccupazioni sulle politiche monetarie dei principali Paesi tese a contenere le pressioni verso un apprezzamento, con l’intento di spingere l’export – ora guidi il gruppo nella gara della svalutazione globale. In gran parte questo è dovuto all’andamento dei mercati, ma nel caso brasiliano ci sono altri fattori.

Primo, l’attuale momento politico unito al braccio di ferro istituzionale fra Governo e Parlamento, tra gli echi dello scandalo Petrobras, di certo non aiutano. La scarsa credibilità dell’Esecutivo e i veleni fra membri del Parlamento hanno sensibilmente aumentato il pessimismo sulle prospettive di ripresa dell’economia brasiliana. Non è soltanto un problema di governabilità, esiste anche una questione morale. I politici sembrano essere caduti nella cosiddetta trappola di Granovetter (il sociologo, ndr) nella quale ognuno pensa che i propri comportamenti non siano affatto anormali man mano mano che emergono nuovi scandali ( si pensi al cosiddetto mensalão, brutta storia di compravendita di voti scoperta nel 2004). In breve, il Paese sembra adeguarsi a un denominatore comune etico sempre più basso in assenza di una leadership credibile. Ovvio che questo crei ulteriori presupposti per una svalutazione quotidiana del real.

Secondo, anche il contesto internazionale non è di aiuto. E questo va anche oltre le conseguenze del rallentamento dell’economia cinese. In realtà la crisi attuale fornisce una diversa immagine del comportamento sotto stress delle reti finanziarie complesse. L’evento scatenante può anche essere minimo in termini macroeconomici – ad esempio le perdite generate dallo scandalo Petrobras – ma i danni collaterali possono essere sostanziali, soprattutto quando ulteriori venti contrari sembrano potersi abbattere sul Paese, per esempio l’annunciatissimo rialzo dei tassi USA. In breve, i mercati tendono ad andare oltre le aspettative riguardo al futuro di una valuta in crisi.

Esiste tuttavia un risvolto positivo. L’economia non cessa di operare al di sotto dell’equatore. Come già detto, il deprezzamento del real impatta positivamente sul settore tradable. In realtà il combinato disposto deprezzamento-rallentamento (del’economia) si è tradotto in una netta diminuzione del deficit delle partite correnti (del 30% rispetto al 2014). Soprattutto, gli asset brasiliani diventano sempre più attraenti per gli investitori esteri. In definitiva, non c’è da aspettarsi una crisi di cambio a breve. Ma la crisi economica e il destino del real continuano a essere determinati dal caos politico. In altri termini, saranno ancora dolori.

Twitter @CPrimoBraga

(traduzione di Alberto Annicchiarico)