Carbocalypse now e la giusta transizione energetica

scritto da il 24 Giugno 2019

Era il 1789 quando William Wilberforce, politico inglese e leader del movimento contro la schiavitù, parlava al parlamento inglese per la prima volta nella storia avviando un percorso che avrebbe segnato la storia dell’umanità.

Un breve estratto qui:

«Dimentico tutte le mie paure, e marcio avanti con passo più saldo nella piena certezza che la mia causa mi porterà oltre, e che saprò essere in grado di giustificare i più chiari principi di ogni mia risoluzione, per il fine dichiarato di ciò che è l’abolizione totale della tratta degli schiavi».

Venti anni dopo il parlamento inglese passò lo slave trade act che fermava il commercio degli schiavi. Per l’abolizione completa (nell’impero britannico) bisognerà aspettare il 1833.

Non fu un caso che, mentre passava al parlamento la legge, nel 1807 a Manchester nasceva il più grande complesso industriale al mondo che usava l’energia liberata dall’oggi odiato carbone.

Negli ultimi tre secoli le società industrializzate hanno visto l’umanità liberarsi dalla dipendenza dal legno per il riscaldamento, dai cavalli e dagli stessi esseri umani per il lavoro e in parte dal sole per l’illuminazione.

Oggi l’aria condizionata è la principale fonte di consumo di elettricità (18% del consumo). Seguono il riscaldamento dell’acqua e l’illuminazione. La refrigerazione arriva quarta (al 7%). Domani la dataeconomy introdurrà altri consumi che ad oggi non esistono.

Van Gogh: donne che trasportano sacche di carbone (1882)

Van Gogh: donne che trasportano sacche di carbone (1882)

Garantire l’accesso all’energia è un dovere umano?

L’Organizzazione delle Nazioni Unite nella risoluzione 41/128 del 4 Dicembre 1986 “Dichiarazione del diritto allo sviluppo” stabilisce il diritto allo sviluppo come universale, inalienabile e parte fondamentale dei diritti umani.

Possiamo affermare che l’accesso energetico si lega allo sviluppo democratico. Senza energia c’è solo povertà. L’energia è la base per lo sviluppo della la classe media, senza la quale le democrazie non sono possibili.

Sebbene la povertà rappresenti ancora un grave e persistente problema, negli ultimi anni su scala globale le cose sono sostanzialmente migliorate. Se si assume come riferimento l’indice HDI (Human Development Index), il numero di Paesi che vivono in paesi meno sviluppati (con HDI < 0.55) si è ridotto dal 60% al 12%.

Allo stesso tempo il numero delle persone che vive in paesi sviluppati è aumentato dall’11 al 18% tra il 1990 e il 2014.

Nel grafico sotto sono considerati 40 paesi nell’intervallo di tempo dal 1994 al 2008, mettendo in relazione l’indice HDI e la  domanda di energia primaria TPED (total primary energy demand). Più il colore tende al rosso più il paese ha un alto PIL pro capite; la larghezza dei punti invece è proporzionale alla popolazione. È possibile osservare una chiara relazione tra domanda di energia e l’indice di sviluppo umano HDI. Si nota anche che man mano che si sta meglio, la domanda di energia tende a ridursi: la curva si fa meno ripida.

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Una transizione energetica equa e giusta?

Portare la gente in strada a manifestare è bello, ma è in cabina elettorale che bisogna convincere. Soprattutto quando alcuni punti del programma elettorale toccano il portafoglio. Le ultime elezioni europee hanno visto i verdi crescere in tutte le maggiori economie. La road map climatica della Commissione europea pubblicata a novembre comprendeva un net zero entro il 2050. Secondo le stime, i cambiamenti richiesti nell’economia richiederebbero un investimento di € 175 miliardi – € 290 miliardi all’anno in infrastrutture energetiche. Esaminiamo alcuni casi:

Francia. Il movimento antigovernativo dei gilets jaunes, scoppiato a novembre come protesta degli automobilisti contro le tasse sul carburante verde, ad oggi si è sostanzialmente attenuato. Questo in parte grazie ad una serie di concessioni finanziarie annunciate dal Presidente Macron. Si tratta di circa 17 miliardi di euro che gonfieranno il deficit complessivo del bilancio francese di quest’anno, spingendolo oltre il limite del 3%.

Australia. Il governo conservatore della coalizione australiana ha vinto “miracolosamente” battendo il partito laburista dell’opposizione, che era stato avanti in quasi tutti i sondaggi negli ultimi due anni. A quanto pare, l’agenda energetica dei laburisti (riduzione delle emissioni di gas serra del 45% entro il 2030 e il 50% di elettricità rinnovabile entro il 2030) è stata elettoralmente costosa. In particolare per la produzione di carbone dello stato del Queensland: qui la miniera di carbone rappresentava un’opportunità per posti di lavoro del settore privato ben retribuiti e a tempo pieno. Paradosso dei paradossi, lo scorso 6 giugno il Wall Street Journal titolava: “L’Australia, principale esportatore di gas naturale, deve contare sulle importazioni per impedire i blackout”. Sydney, Melbourne e altre città sulla costa orientale del paese hanno subito occasionali blackout, colpendo di tutto, dalle cliniche mediche alle scuole.

Regno Unito. Qui il dibattito sul clima è abbastanza acceso e il piano del governo britannico tra i più ambiziosi. Si è assistito ad un vero e proprio botta e risposta tra il cancelliere Hammond che ha criticato il piano del governo (sottostima la spesa secondo lui) e Downing Street 10. Inoltre il partito labour vorrebbe privatizzare le reti. Secondo il Financial Times l’ente regolatore Ofgem, che valuta i piani di investimento e determina il livello di rendimento su un certo periodo, avrebbe intenzione di abbassare i rendimenti per cinque anni dal 2021 al 4-5,6%, dai 7-8 % attuali. Si tratterebbe di un tentativo di ribilanciamento a favore del consumatore finale. Il messaggio che passa l’ente regolatore è che a sacrificarsi non siano solo i consumatori ma anche gli investitori.

Canada. Il primo ministro Trudeau ha dato in questi giorni la green light alla Trans Mountain Pipeline. La regione dell’Alberta ricca di petrolio era stata fortemente penalizzata dallo sviluppo del mercato americano: questa linea permetterebbe l’esportazione oltreoceano. Ad Aprile l’Alberta ha lanciato un chiarissimo messaggio politico votando il conservatore Jason Kenney.

USA. Qui più che di agenda green facciamo meglio a parlare di costo dell’energia e impatto politico. Se facciamo riferimento alla benzina americana il prezzo del petrolio copre circa il 50% del totale e il 40% se parliamo di diesel. Il focus del Presidente Trump per tenere bassi i prezzi della benzina, ha una serie di implicazioni pratiche e politiche (ne ho parlato qui). La maggior parte dell’elettorato del Presidente proveniva dalle periferie e dalle zone rurali, vivendo in piccole/medie città. In questo tipo di contesto l’auto rappresenta la principale forma di mobilità. Facendo due conti, considerando una riduzione del 15% del prezzo della benzina, per un americano che fa 15.000 miglia all’anno utilizzando una berlina, il risparmio è di circa 250 dollari all’anno. Per la working class che fatica a far quadrare i conti sono tanti.

Concludendo

La transizione energetica è necessaria ma ci sono due problemi: da un lato la velocità con cui avviene, dall’altro la leadership che la gestisce.

Qualche anno fa Thomas Piketty mostrava cosa è accaduto con l’accumulazione del capitale verso l’alto concludendo: “Sarà la classe media a risentire dei cicli economici, essendo i suoi redditi legati all’economia”. I ricchi sono in una botte di ferro. Dopo anni di delocalizzazioni che hanno colpito soprattutto la classe media dei paesi sviluppati, occorre essere cauti. A rischio la fragilità sociale, sarà una giusta transizione?

L’umanità ha immaginato e realizzato un cambiamento che agli occhi di molti era impensabile agli inizi del diciottesimo secolo. A distanza di duecento anni guardiamo avanti con coraggio per una società più pulita, equa e giusta. Senza dimenticare la nostra Storia e l’Energia per farla.

Il Medaglione ufficiale della Società Britannica anti schiavitù

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