Nobel, le armi spuntate dei tre vincitori contro la povertà

scritto da il 20 Ottobre 2019

L’autore di questo post è Massimiliano Marzo, professore di economia dei mercati finanziari e finanza internazionale presso l’Università di Bologna e la Johns Hopkins University – 

Il premio Nobel per l’economia recentemente assegnato a Michael Kremer, Abhijit Banerjee, Esther Duflo rappresenta certamente un fatto che richiama una riflessione su come si è evoluta una certa parte della teoria economica da qualche tempo a questa parte. Una premessa è però d’obbligo: il premio è più che meritato dai vincitori i quali, nel corso della propria carriera, hanno dimostrato di svolgere un lavoro di ricerca di elevatissimo livello giungendo a conclusioni importanti.

Tuttavia, è innegabile che qualche discussione questo risultato l’abbia provocata.

Un primo punto di riflessione è di natura metodologica. Da qualche anno a questa parte, l’economia sperimentale ha occupato uno spazio importante nel panorama accademico internazionale. E, notoriamente, tale branca della ‘triste scienza’ ha generato una serie di studi in diverse direzioni che hanno rappresentato importanti passi avanti che ci hanno permesso di comprendere come i bias comportamentali dell’uomo imprenditore, consumatore, investitore producano conseguenze importanti che è spesso difficile incasellare nel principio delle ‘aspettative razionali’ o nei comportamenti autointeressati dell’homo oeconomicus, guidato dal solo principio utilitarista.

Tra i tanti casi che possiamo citare, è sufficiente ricordare il ruolo dell’avversione all’ambiguità nei processi di asset allocation, i modelli macroeconomici con razionalità limitata che ora stanno modificando in modo importante la modellistica macroeconomica tradizionalmente basata sull’ipotesi di aspettative razionali. E ancora: il concetto di ‘spinta gentile’ ha permesso di modificare radicalmente l’approccio alla gestione degli investimenti da parte della consulenza finanziaria.

Uno degli aspetti che meritano una riflessione più approfondita riguarda però la metodologia seguita dall’economia sperimentale che si basa essenzialmente sull’analisi comparata dei risultati di vari esperimenti behavioristici su campioni di soggetti diversi. Il risultato viene analizzato con tecniche econometriche dalle quali è possibile trarre le conclusioni che informano diversi risultati presenti in letteratura negli aspetti più disparati del pensiero economico: dalla finanza, alla teoria del consumatore, ecc.

La proliferazione degli studi in ambito di economia sperimentale va anche letta in altro senso: il modello publish or perish in voga nell’accademia (internazionale ed italiana) ha spinto diverse generazioni di ricercatori a trovare argomenti che permettessero il massimo rendimento in termini di pubblicazioni scientifiche, con un dato sforzo. L’economia sperimentale ha permesso di soddisfare questo obiettivo, per molti giovani.

Ma come possiamo davvero essere legittimati a generalizzare i risultati di un singolo esperimento? Dal punto di vista metodologico l’economia politica si differenzia dalle altre scienze sociali, come, ad esempio, la sociologia, perché usa i modelli per compiere i suoi passi in avanti. Il modello è una rappresentazione semplificata della realtà che deve essere validato dai dati. Ragionare per modelli significa ragionare in modo strutturato.  L’economista si differenzia dagli altri scienziati sociali perché, attraverso il modello cerca i nessi logici tra le variabili osservabili. Nessi logici altresì chiamati leggi economiche. Come diceva Popper, una teoria che non è supportata dai dati deve essere rigettata. I tanti vantaggi dell’economia sperimentale si portano dietro un unico svantaggio: l’assenza (o quasi) di modelli strutturali.

L’economista sperimentale non ragiona con una struttura in mente. Questo aspetto può essere la forza per un verso: non mi vincolo ad alcun modello e lascio che siano gli esperimenti a parlare. Ma dall’altro, l’assenza di modelli può essere davvero un limite importante: come faccio a prevedere l’inflazione senza un modello ? Che dinamica posso immaginarmi? Quali effetti della politica economica? E ancora: se un giovane economista si abitua a ragionare sui problemi senza sviluppare la capacità di costruire modelli, quale differenza esisterà tra questi e un sociologo che usa strumenti quantitativi? Nessuna.

La pop economics ha avuto il merito di approfondire alcuni ‘crampi’ mentali dell’essere umano alle prese con i problemi economici, ma, dall’altro, ha permesso la proliferazione di studi sulla correlazione tra l’abilità a risparmiare o a guadagnare in Borsa e avere più o meno sviluppate determinate caratteristiche fisiche (capelli biondi, naso lungo, barba e baffi, ecc.). Tutto materiale che è stato spesso pubblicato su riviste scientifiche autorevoli, con il quale si sono costruite brillanti carriere accademiche, ma che non ha forse fatto un buon servizio alla scienza economica. È come se alcuni economisti avessero rinunciato a occuparsi dei gravi problemi che sovrastano la nostra contemporaneità e si fossero rifugiati a utilizzare gli strumenti che la disciplina pone loro a disposizione per incrociare informazioni apparentemente molto eterogenee tra di loro, volendo a tutti i costi assegnare dignità scientifica a relazioni che la teoria economica ha sempre considerato ‘spurie’.

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Certo, il tema della povertà, della distribuzione del reddito, è veramente molto sfidante per tutti. Ma solo gli esperimenti possono illuminarci ? La differenza tra questo premio Nobel e molti altri è il fatto che non è chiaro (o perlomeno non ancora) se il contributo dei vincitori sia effettivamente pathbreaking, ovvero abbia la capacità di cambiare il modo di pensare nella teoria economica nell’ambito degli studi sulla povertà. E questo proprio perché non è necessariamente legato ad un modello che, per sua natura, si slega dalla contingenza legata al singolo esperimento o al caso particolare, ma assurge ad una generalità più ampia.

Nonostante questo, credo onestamente che il pluralismo nel pensiero economico sia la vera e unica ricchezza che permetterà di fare notevolissimi passi in avanti. Ma ancora più importanti sono le contaminazioni con altre scienze sociali e non. Basti pensare ai numerosi punti in comune con la fisica e la matematica che ci permetteranno di modellare (e sottolineo modellare) la complessità dei sistemi economici in modo molto convincente.

Purtroppo, forse per la frustrazione di non riuscire a dare soluzioni veloci a problemi molto complessi (come la povertà, appunto, o la grande crisi che abbiamo attraversato), nel recente passato molti economisti hanno decretato la morte dell’approccio strutturale, senza però essere stati in grado di proporre una valida alternativa. E, con furia spesso iconoclasta, non hanno nemmeno aiutato i giovani ricercatori a sviluppare il senso critico che deve caratterizzare ogni vero economista, forse più che ogni altro scienziato (sociale o meno), indirizzandoli verso un sapere e una conoscenza più vicina ad altre scienze sociali che all’economia politica.

Approcci lontani da un solido fondamento metodologico, anche se forieri di risultati importantissimi e utilissimi, rischiano però di generare una dose di pericoloso dogmatismo che non favorisce il necessario dialogo tra le varie scuole di pensiero di una disciplina tanto nobile, affascinante quanto complessa come l’Economia Politica.

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