Turismo e crescita economica: evitiamo la trappola delle illusioni

scritto da il 21 Ottobre 2019

La straordinaria varietà del nostro patrimonio storico, artistico, gastronomico e paesaggistico, ha da sempre fatto dell’Italia un’importante meta turistica. Tutto ciò ha creato un sentimento comune radicato sull’importanza della voce turismo per la nostra economia, sia in termini di benefici attuali sia -soprattutto- potenziali.

Siamo tutti d’accordo sul fatto che sia un segmento significativo del sistema Italia. I dati sulle presenze sono ad esempio molto incoraggianti. Ma le presenze, almeno sulla carta, sono semplici da conteggiare. Molto più difficile è invece stimare empiricamente l’impatto del settore sulla crescita. In ultimo, ci hanno provato tre economisti della Banca d’Italia, Bronzini, Ciani e Montaruli. Il titolo del lavoro è, appunto, “Tourism and local growth in Italy”.

Turisti al Teatro Antico di Taormina

Turisti al Teatro Antico di Taormina

In primo luogo, gli autori passano in rassegna la letteratura economica sull’argomento, evidenziando le due tesi principali sul tavolo. Da un lato quella secondo cui il turismo abbia un impatto positivo per la crescita economica, perché favorisce economie di scala, investimenti privati ed apertura internazionale. Dall’altro lato i critici, che lo ritengono un settore a bassa produttività, in grado di distogliere risorse dai settori ad alto valore aggiunto. Il cosiddetto effetto “beach disease. Inoltre, può comportare situazioni di congestione, a danno dell’ecosistema naturale e culturale.

Generalmente chi scrive si trova d’accordo con la seconda schiera. Tuttavia, i risultati raggiunti dagli autori offrono spunti interessanti ad entrambe le tesi.

I dati utilizzati riguardano la spesa dei turisti stranieri nelle province italiane dal 1997 al 2014. Gli stessi vengono poi associati alla crescita del valore aggiunto nell’area. Un aumento del 10% della spesa iniziale pro capite dei turisti stranieri, implica una crescita tra lo 0,2 e lo 0.4% nel decennio seguente. Ciò significa che vi è un impatto significativo da un punto di vista statistico, ma economicamente modesto. Si ravvisa inoltre un contribuito positivo per l’occupazione.

La situazione è però estremamente differenziata lungo la penisola.

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L’impatto al Sud è infatti ben più significativo.

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Ciò induce una serie di riflessioni. Nelle aree economiche più povere, gli effetti positivi sembrano maggiori, a differenza di quanto accade nelle aree più ricche. Inoltre, vi sono alcune città, come Roma ad esempio, che hanno già raggiunto un livello di congestione tale per cui il turismo produce un effetto marginale negativo sulla crescita.

Questa utile fotografia può essere anche utilizzata per fini di politica economica. Si corre il rischio infatti, soprattutto in molte aree del Mezzogiorno ma non solo, di enfatizzare eccessivamente il ruolo del turismo ed i risultati dello stesso. È abbastanza naturale che accada. Soprattutto in zone contraddistinte da una bassa occupazione e da scarso capitale. Tali premesse possono comportare un dispiegamento degli effetti negativi del beach disease. Non bisogna infatti dimenticare che si tratta di un settore a bassa produttività. Spesso soggetto a retribuzioni di certo non esaltanti o a fenomeni di lavoro irregolare. Si corre il rischio di aggravare ulteriormente i già aspri divari regionali.

Le decisioni relative agli investimenti pubblici dovrebbero tenere conto di tutto ciò. Il turismo rappresenta sicuramente una voce importante della nostra economia, da valorizzare e sviluppare. Ma a livello strategico presenta delle insidie. Chi vuol basare la politica economica su di esso, rischia inconsapevolmente di allontanare l’Italia – o parti rilevanti di essa – dal treno delle grandi economie sviluppate, agganciato con fatica nel ventesimo secolo.

Twitter @frabruno88