Quanti soldi state perdendo (senza saperlo) investendo in fondi comuni

scritto da il 01 Febbraio 2021

Post di Costantino Forgione, consulente finanziario*, già investment banker. Esperto di finanza, investimenti e consulenza finanziaria – 

“L’industria dei fondi continua a rappresentare un elemento distruttivo di ricchezza”.

“Si verifica una diminuzione di ricchezza di 84 miliardi di euro in quindici anni”.

Sono due frasi estratte dalla “Indagine sui Fondi e Sicav italiani” dell’Ufficio Studi di Mediobanca. È uno studio poco noto, ma i suoi risultati sono importanti per i tanti risparmiatori che ai fondi comuni affidano una parte, spesso rilevante, dei propri risparmi.

Se avete sottoscritto fondi comuni è importante che comprendiate bene in cosa siete investiti perché, probabilmente, siete tra coloro che hanno già perso 84 miliardi di euro.

In questo articolo illustro le inefficienze dei fondi comuni, i motivi per cui vi stanno facendo perdere soldi senza che possiate accorgervene ed infine una soluzione che vi permetterà di guadagnare di più, riducendo i vostri costi bancari ed anche qualche rischio.

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I fondi comuni sono uno degli investimenti principali degli italiani. Sottoscrivendo un fondo comune ci si assumono i rischi del mercato in cui si investe, confidando che tali rischi vengano adeguatamente ricompensati dai rendimenti che otterremo in futuro. È quindi fondamentale che i rendimenti ottenibili dall’investimento siano commisurati ai rischi assunti: nel caso dei fondi comuni italiani questo non avviene, come evidenziato da Mediobanca.

Noti anche come “fondi a gestione attiva”, i fondi comuni prevedono la presenza di un gestore che selezioni quelli che crede essere i migliori titoli da inserire nel fondo per cercare di ottenere un rendimento superiore a quello del mercato in cui investe, rendimento rappresentato dal suo indice di riferimento: un fondo azionario USA dovrà ottenere un rendimento superiore a quello dell’indice S&P500, un fondo azionario Italia dovrà ottenere un rendimento superiore a quello del MIB30 e così via.

Il gestore (e la banca che vi vende il fondo) viene retribuito tramite commissioni che vengono prelevate direttamente dal vostro investimento nel fondo senza che possiate accorgervene. Queste commissioni sono:

Commissioni di gestione: retribuiscono il gestore.

Commissioni di distribuzione: retribuiscono la banca che vi ha venduto il fondo.

Commissioni di sottoscrizione (o ingresso): retribuiscono anch’esse la vostra banca.

Commissioni di rimborso (o uscita): di solito retribuiscono di nuovo la vostra banca.

Commissioni di performance: sono ulteriori commissioni che vengono addebitate in circostanze specifiche. Sono particolarmente insidiose perché vi colpiscono quando guadagnate (e talvolta anche quando perdete), ma non vi compensano mai quando perdete: in pratica, quando guadagnate il gestore si prende una parte dei vostri utili, mentre quando perdete le perdite ve le tenete tutte voi.

Le commissioni di gestione e di distribuzione sono spesso raggruppate in una unica voce come “Spese Correnti” o come “TER”, Total Expense Ratio.

Tutte queste commissioni sono sempre elencate nel modulo KIID (Key Investor Information Document) che deve essere consegnato prima dell’investimento. Spesso però non ci viene dato il tempo di leggere bene il KIID prima di investire ed è un vero peccato, perché nella seconda pagina potremmo scoprire quanto segue, ad esempio:

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In un anno questo fondo azionario, abitualmente venduto da molte banche italiane a fronte di ricche commissioni, è costato al risparmiatore il 3,08% di spese correnti oltre all’1,16% di commissioni di rendimento per un totale del 4,24%, oltre al 3-4% di eventuali commissioni di sottoscrizione: è chiaro che con questi costi, se la vostra banca vi ha venduto un fondo simile, non riuscirete mai a guadagnare quanto dovreste.

Supponiamo infatti che il mercato azionario in un anno salga del 6% (è il rendimento medio dei fondi azionari europei negli ultimi 10 anni): in questo caso guadagnereste +6%-4,24%=+1,76%, mentre se il mercato scendesse nella stessa misura perdereste -6%-3,08%=-9,08% (in questo caso la commissione legata al rendimento, sperabilmente, non verrebbe addebitata). L’effetto delle commissioni è quindi quello di ridurre i vostri guadagni (quando ci sono) o aumentare le vostre perdite, e non di poco.

È chiaro che nessun risparmiatore vorrebbe mai investire in un fondo che offre un rendimento potenziale dell’1,76% con una perdita potenziale del 9,08%, ma di solito non ci si rende conto di queste dinamiche e si continua ad investire nei prodotti, spesso gli unici, che ci vengono proposti dalla banca, i fondi comuni e le GPF (le vediamo dopo): i risultati però, spesso dopo molti anni di investimento, potranno rivelarsi assai deludenti.

Le commissioni bancarie possono decimare la redditività di qualunque investimento ed aumentare notevolmente i rischi di perdita ed è per questo che conoscerle e contenerle è fondamentale, soprattutto nell’attuale contesto di tassi vicino allo zero.

Ricordiamo inoltre che sugli investimenti finanziari oltre alle commissioni bancarie ed alle ritenute fiscali del 26%/12,5% si paga anche una imposta di bollo fissa dello 0,20% che rappresenta una ulteriore, sicura perdita.

È quindi importante che vi chiediate: quanto mi costano i fondi che mi hanno venduto in banca? Sono sicuro di non avere investito in fondi così costosi da non poter guadagnare quanto dovrei, a fronte dei rischi finanziari che mi sto prendendo?

Se non lo sapete è bene che lo scopriate al più presto, più aspettate e più continuerete a pagare commissioni guadagnando meno di quanto dovreste, se non addirittura perdendo soldi. Se non sapete come fare chiedete aiuto ad un consulente, questo tipo di analisi di solito è totalmente gratuita.

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Nell’esempio precedente abbiamo supposto che, escludendo le commissioni, il valore del fondo salga o scenda nella stessa misura del mercato, ma il lavoro del gestore sarebbe quello di generare rendimenti superiori, proprio grazie alla sua gestione attiva del fondo: nell’ipotesi che il mercato salga del 6% ci si aspetterebbe quindi che, dopo le commissioni, il valore del fondo salga di più, mentre quando il mercato scende del 6% il valore del fondo dovrebbe scendere di meno.

Ebbene, nel corso degli anni innumerevoli studi hanno ampiamente dimostrato che per un gestore è quasi impossibile “battere il mercato” dopo avere addebitato tutte le commissioni che abbiamo visto, e che la maggioranza dei fondi comuni offre ai risparmiatori rendimenti inferiori a quelli di mercato.

Negli ultimi 10 anni ben l’87% dei fondi azionari europei ha reso meno del mercato, spesso di parecchio, e anche le altre tipologie di fondi hanno fatto registrare risultati analoghi: banche e gestori non riescono quasi mai a generare valore per l’investitore e a meritarsi così le commissioni che gli vengono pagate. Viene quindi da chiedersi perché continuare a pagarle sottoscrivendo fondi comuni quando ci sono alternative migliori (le vediamo dopo).
I dati completi sulle performance dei fondi rispetto al mercato, suddivisi per settore e geografia, sono consultabili nelle analisi pubblicate, tra gli altri, da S&P Dow Jones Indices.

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Non avendo strumenti migliori, siamo portati a valutare i nostri investimenti basandoci semplicemente sul loro andamento: se il loro valore sale siamo soddisfatti pensando di aver fatto un buon investimento e viceversa. Purtroppo questo modo di valutare i fondi comuni è totalmente fuorviante: anche se il loro valore sale, questo non vuole affatto dire che i fondi in cui abbiamo investito siano di buona qualità e che stiamo guadagnando quanto dovremmo.

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Prendiamo ad esempio questo fondo azionario USA “Growth”, il cui costo è del 2,49% all’anno (linea blu), paragonato all’andamento del suo mercato di riferimento (in rosso):

Negli ultimi cinque anni questo fondo è salito del 52%: sembrerebbe un ottimo risultato e magari potreste anche esserne soddisfatti, ma solo se non scoprirete che il mercato in cui avete investito tramite il vostro fondo in realtà è salito del 151%, non del 52% che avete ottenuto dal vostro investimento.

In pratica, investendo 10.000 euro avreste dovuto guadagnarne altri 15.100 per ritrovarvi con 25.100 euro finali, mentre con questo fondo ne avreste guadagnati solo 5.200 ritrovandovi con 15.200 euro, un mancato guadagno di ben 9.900 euro. Ecco perché il solo fatto che il fondo salga di valore non è sufficiente a dimostrarne la qualità.

Negli stessi cinque anni, a fronte dei 9.900 euro che il fondo vi ha fatto perdere, avrete anche pagato inutilmente 1.245 euro di commissioni per prendervi due rischi che non sono stati compensati dai rendimenti che (non) avete ottenuto: al rischio di mercato si aggiunge anche il rischio di una scadente gestione del fondo, come in questo caso. E fortunatamente qui il mercato è salito, viene da chiedersi quanto avreste perso se invece fosse sceso.

Questo fondo è un esempio perfetto di un pessimo investimento su cui i risparmiatori sono, ahimè, ben felici di restare investiti per anni solo perché vedono il fondo salire, non potendosi rendere conto del fatto che invece il fondo continua a perdere (e di parecchio) rispetto al mercato. La vostra banca invece vi dirà che sta andando tutto benissimo e che state guadagnando ben il 52%, e continuerà ad incassare le sue commissioni.

Dovreste quindi chiedervi: come si stanno comportando i miei fondi rispetto al mercato in cui sto investendo (e rischiando) i miei soldi? Sto guadagnando quanto dovrei o sto solo pagando commissioni per prendermi rischi che mi rendono molto meno di quanto dovrebbero?

Anche qui un professionista potrà aiutarvi a capire la qualità dei vostri investimenti.

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Sulla base dei fondi comuni “tradizionali” banche e SGR hanno poi creato altri tipi di fondi, ancora più costosi ed inefficienti:

Fondi a Cedola o a Scadenza Target: prevedono un periodo di sottoscrizione limitato, il pagamento di cedole prefissate ed una scadenza finale, tutte caratteristiche che i fondi comuni tradizionali non hanno: sono stati creati così appositamente per farli assomigliare ad un BTP, in modo da poterli vendere come se potessero esserne un sostituto migliore. Purtroppo non è così.

La banca vende questi “fondi a cedola” dicendo che non ci sono commissioni di sottoscrizione, che invece vengono addebitate lo stesso senza che possiate accorgervene: in pratica, voi versate 10.000 euro pensando di investire la stessa cifra, ma in realtà la banca trattiene subito 300 euro circa di commissioni e ve ne investe nel fondo solo 9.700. Dopo questo primo addebito poi continuerete a pagare anche le commissioni di gestione e di distribuzione e verrete indotti a pagarle per anni, senza voler vendere prima della scadenza anche se il fondo andasse male, per non dover pagare anche le commissioni di rimborso anticipato. Dopo aver investito in questo tipo di fondi non avete più nessuna via di uscita per smettere di pagare commissioni: sono il prodotto ideale per qualsiasi banca, ma una trappola per i risparmiatori a cui vengono venduti.

Le future “cedole” che riceverete, inoltre, spesso non saranno un vero rendimento del fondo, quanto piuttosto un rimborso parziale dello stesso capitale che avete investito inizialmente, una mera restituzione dei vostri stessi soldi, su cui per di più dovrete anche pagare la ritenuta fiscale.

Infine, contrariamente a quanto potreste credere pensando ai BTP, non c’è nessuna garanzia di ottenere a scadenza la restituzione dei 10.000 euro che avete investito inizialmente.

In sintesi, sono fondi infarciti di commissioni, che di solito non rendono nulla e che sono ulteriormente penalizzati da una incredibile inefficienza fiscale.

Fondi di Fondi: sono fondi che anziché investire in titoli (azioni e obbligazioni) come fanno i fondi comuni, investono a loro volta in altri fondi comuni: vi vengono quindi addebitate doppie commissioni, quelle del fondo di fondi e quelle dei fondi comuni sottostanti, un raddoppio di costi che peggiora ulteriormente il profilo di rischio/rendimento del vostro investimento. Di solito la banca vi menziona solo il primo costo, quello del fondo principale, “dimenticando” di avvisarvi che sui fondi sottostanti ci sono altri costi aggiuntivi.

GPF o Gestioni Patrimoniali in Fondi: sono gestioni finanziarie che investono anch’esse in fondi comuni e quindi anche in questo caso le commissioni le pagate due volte, sia sulla gestione patrimoniale che sui fondi comuni sottostanti. Anche qui la banca di solito vi comunica (se lo fa) solo il costo della gestione patrimoniale e mai quello dei fondi sottostanti.

Su tutti questi prodotti di investimento le banche guadagnano cifre notevoli e quindi cercano di venderli a tutti i loro clienti. Sono prodotti ormai largamente presenti nei portafogli dei risparmiatori, spesso senza che questi siano in grado di capire se hanno investito in un fondo comune tradizionale o in qualcos’altro: è probabile che li abbiano venduti anche a voi.

È quindi fondamentale che capiate cosa vi hanno venduto, quante commissioni state pagando e se state guadagnando quanto dovreste. Di nuovo, una consulenza professionale può aiutarvi a capire cosa vi ha venduto la vostra banca.

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Vediamo ora uno dei pochi fondi che riesce a far meglio del mercato (sono pochi, ma ci sono):

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Questo fondo, specializzato sul mercato azionario cinese, in 5 anni ha reso il 178% rispetto al 60% del suo mercato di riferimento, un rendimento aggiuntivo del 118%: sui nostri 10.000 euro il fondo ci avrebbe quindi fatto guadagnare altri 17.800 euro anziché i 6.000 euro del mercato, un guadagno aggiuntivo di 11.800 euro. In questo caso il gestore del fondo ha davvero creato valore e ha fatto guadagnare il risparmiatore.

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Avrete ormai compreso che, se siete investiti in fondi comuni o in GPF, state perdendo un sacco di soldi. Come si può uscire da questa situazione, quindi?

L’alternativa ai fondi comuni sono i fondi passivi o ETF, acronimo di Exchange Traded Fund. Sono nati negli Stati Uniti ed ormai sono diffusissimi anche in Europa, ma in Italia non li conosce quasi nessuno perché le banche stanno bene attente a non parlarne mai.

Gli ETF sono analoghi ai fondi comuni ma sono quotati in Borsa e non hanno né gestore né commissioni, si limitano a replicare l’andamento di un indice di mercato (S&P500, Nasdaq, MIB30 ecc.) senza cercare di batterlo, semplicemente detenendo tutti i titoli che fanno parte dell’indice senza discriminare tra quelli “buoni” o meno buoni.

In questo grafico vediamo l’andamento di un ETF azionario globale (in blu) e quello del suo indice di mercato (in rosso):

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La corrispondenza tra l’andamento dell’ETF e quello del mercato sottostante è quasi perfetta: un ETF vi offre una fedele esposizione al mercato di riferimento ad un costo, in questo caso, di appena lo 0,07% all’anno rispetto al 2,1% di costo medio dei fondi comuni azionari, 30 volte di meno, una differenza abissale.

Gli ETF non hanno commissioni ma solo costi operativi compresi tra circa 0,05% e 0,5%. Costando molto meno dei fondi comuni vi consentono di guadagnare di più eliminando le commissioni e le inefficienze dei fondi comuni, ottenendo così un miglior equilibrio tra rendimenti, costi e rischi.

Su alcuni mercati specifici, tuttavia, un buon fondo può ancora essere la scelta migliore, come abbiamo visto per l’azionario cinese: è quindi opportuno che valutiate caso per caso con l’aiuto di un professionista.

Gli ETF vengono consigliati dai consulenti a parcella mentre le banche, non avendo nessun interesse a proporli perché non ci guadagnerebbero nulla (non ci sono le commissioni), non ne parlano mai: per questo motivo la maggior parte dei risparmiatori non conosce gli ETF e continua ad investire nei costosi fondi comuni proposti dalla loro banca.

Già da molti anni invece, i risparmiatori possono investire in più di 2.000 ETF quotati che coprono tutto l’universo investibile: si spazia dai monetari agli obbligazionari mondiali, agli azionari globali, fino ad azionari con specifico focus settoriale (dai produttori di batterie per auto elettriche all’energia pulita, all’intelligenza artificiale, la medicina innovativa e così via).

Se volete guadagnare di più, ridurre i rischi di gestione e smettere di pagare commissioni inutili sostituite i fondi comuni/GPF con gli ETF. Meglio tardi che mai.

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