Gamestop, né buoni né cattivi. Ma la democratizzazione è un’altra cosa

scritto da il 23 Febbraio 2021

Post di Franco Becchis, economista e scrittore. Becchis è direttore scientifico della Turin School of Regulation e di Observatory on Digital Markets and Platform Regulation. Ultimi libri : L’Incarico (Castelvecchi 2018), Bestiario di Finanza (Castelvecchi, 2016) – 

Negli anni sessanta, prima della diffusione di massa del telefono, per fare un contratto bisognava uscire di casa, prendere l’auto o la bici, incontrare la persona: il tutto poteva richiedere ore. Il telefono ha ridotto completamente questi costi di transazione, che oggi con gli smartphone sono uguali a zero. Nella finanza il processo è stato un po’ più lento, bisogna aspettare l’arrivo del digitale per vedere i costi di transazione annullarsi: prima ci si recava in banca, si faceva la coda, si discuteva e si firmava; oggi chiunque con un click sullo smartphone, seduto sul divano, può comprare e vendere prodotti finanziari anche sofisticati.

Milioni di persone, tra cui molti giovani attratti dalla facilità di accesso, credono di poter fare i trader senza averne la minima preparazione e senza conoscere il mondo in cui stanno per entrare. Piattaforme come Robinhood hanno trasformato l’interfaccia del trading finanziario in un videogioco attraendo milioni di adolescenti con esiti che sono sotto la lente dei regolatori. In questo primo quadro si colloca la vicenda di GameStop: una catena di negozi fisici di videogiochi che negli ultimi anni langue per la crescita del commercio on-line e con la pandemia ha subito un tracollo di vendite.

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Le prospettive negative di GameStop hanno attratto l’attenzione degli short seller, speculatori al ribasso, che hanno puntato sulla decrescita del titolo: sono soprattutto fondi speculativi molto potenti sulla piazza di Wall Street. Va detto che lo short selling “nudo”, fatto da chi non possiede i titoli che promette di consegnare in una data futura, è libero negli Usa mentre è sostanzialmente proibito nella UE. E questo è il secondo quadro in cui collocare la vicenda.

Negli ultimi mesi una massa di piccoli risparmiatori incitata dai social media ha creato un’onda contraria di acquisti del titolo, provocando un rialzo straordinario delle quotazioni e quindi vanificando la strategia ribassista dei grandi speculatori. Il titolo è passato da 20 euro il 12 gennaio a 483 il 29 gennaio per poi crollare a 49,50 dollari per azione dopo che la piattaforma Robinhood ha sospeso, per timori regolatori. Un piccolo trader fai-da-te che avesse messo 1000 dollari a fine gennaio è rimasto con 102 dollari in mano.

Le quotazioni di GameStop hanno sfondato tutti ragionevoli limiti del rapporto prezzo/guadagni (price-earnings ratio) arrivando a 363, un multiplo non credibile considerato che aziende simili (peers) quotano su multipli di 15-20, multipli che applicati a GameStop danno un valore di 28 dollari per azione.

Ci sono due domande che vale la pena di porsi. La prima: perché GameStop non ha venduto azioni nel loro momento di picco o non ha emesso nuove azioni a quei prezzi così allettanti? Possibile risposta: perché non aveva molto tempo per comunicare le informazioni necessarie a fare operazioni di questo tipo. La legge infatti impone agli operatori che hanno informazioni privilegiate di non operare oppure di diffonderle. La seconda domanda: si può escludere che dietro il rialzo straordinario, certamente dovuto all’ondata di investitori al dettaglio, non si nasconda qualche grande operatore con posizioni al rialzo?

Altro che democratizzazione della finanza. Speculare al rialzo o al ribasso non ha valenze etiche, e nella savana finanziaria è difficile che gli scoiattoli vincano sui velociraptor.

Twitter @fbecchis