Pnrr e mitologia del reskilling: quante chance abbiamo di farcela?

scritto da il 12 Aprile 2022

Post di Cecilia Ivardi Ganapini, dottoranda in politica economica e assistente di ricerca all’Università di San Gallo –

Spesso si sente parlare della necessità di operare un reskilling della forza lavoro se la si vuole rendere in grado di fronteggiare il cambiamento tecnologico. Con reskilling si intende la riqualificazione dei lavoratori le cui competenze non sono più (molto) utili per la direzione della società per cui lavora. Dopo che la pandemia ha reso l’imprescindibilità della tecnologia evidente anche ai più scettici, il reskilling sembra una necessità di cui il nostro paese non può più fare a meno. Come ho scritto in un altro post, l’Italia ha un bisogno relativamente basso di innovare le proprie competenze, rispetto ad altri paesi europei. Questo non è un fatto positivo perché è dovuto, in larga misura, ad un tessuto produttivo che opera processi non al passo con la tecnologia.

La prospettiva a medio-lungo termine è allarmante: se non si innovano i processi produttivi, l’Italia continuerà a perdere in competitività su scala mondiale. Non bisogna dimenticare che nonostante l’Italia sia l’ottava economia al mondo, ci sono solo otto società italiane nel database “Global 500 2020” di Fortune. Questi dati portano esperti come il professor Luigi Zingales (University of Chicago Booth School of Business) a decretare che gli imprenditori italiani non riescono a costruire società abbastanza competitive per l’economia globale. Nel presente post discuto come il sostegno finanziario ricevuto dall’Unione Europea (UE) nel contesto della crisi del Coronavirus possa rappresentare un’opportunità per il problema della competitività, in particolare per effettuare il reskilling dei lavoratori.

1. PNRR e reskilling

Vediamo che tipo di sostegno fornisce l’UE. A livello europeo, il 21 luglio 2020, il Consiglio europeo ha approvato il Next Generation EU (noto in Italia come Recovery Fund), uno strumento temporaneo di stimolo fiscale per riparare i danni economici e sociali causati dal Coronavirus (insieme al quadro finanziario pluriennale, tot. 2.018 miliardi di euro) (Commissione Europea, 2021).

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All’interno del Recovery Fund, è contenuto il Dispositivo per la Ripresa e Resilienza, un sostegno finanziario agli investimenti pubblici e a progetti verdi e digitali (tot. 723.8 milioni di euro). Come mostrato nell’immagine seguente, l’Italia ha ricevuto una parte ingente dei fondi (European University Association, 2021).

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Per ricevere il sostegno del dispositivo, i paesi dell’UE hanno dovuto presentare alla Commissione Europea i loro piani nazionali, dove spiegano come intendono spendere i fondi. Il piano italiano (noto come Piano Nazionale Resistenza e Resilienza [PNRR]) è stato accettato Consiglio Europeo il 13 luglio 2021. Il Consiglio ha aggiunto un documento dove ha definito precisi obiettivi e traguardi per ogni riforma e investimento, dal cui conseguimento dipende l’erogazione dei fondi ogni semestre.

Vediamo come il PNRR pensa di colmare il gap di competitività delle aziende italiane attraverso il reskilling. La Missione 1 del PNRR consiste nel rilanciare la competitività e la produttività del Paese. Contiene interventi trasversali ai settori economici, come per esempio l’incentivo degli investimenti in tecnologia (Transizione 4.0), il supporto a settori ad alto contenuto tecnologico, misure di internazionalizzazione delle PMI (per esempio, il posizionamento del Made in Italy) e misure volte a garantire la copertura di tutto il territorio con reti a banda ultra-larga. In particolare, per quanto riguarda la Transizione 4.0, il PNRR contiene un credito d’imposta volto a finanziare beni (per esempio, macchine di produzione con sistemi computerizzati o software), attività di ricerca, e attività di formazione svolte per acquisire o consolidare la conoscenza di nuove tecnologie. Quindi, il PNRR contiene sostegni volti a innovare i processi produttivi delle società italiane, e allo stesso tempo pensa a rendere i lavoratori capaci di operarli. È abbastanza?

2. PNRR e PMI

Il tessuto imprenditoriale italiano è composto per il 92% da Piccole e Medie Imprese (PMI) con un giro d’affari inferiore a 50 milioni di euro). Come rilevato da uno studio di Deloitte e Intesa San Paolo, in autunno 2020, 6 PMI su 10 dichiaravano di aver bisogno di nuovi bacini di clientela e di agire sulla propria gamma di prodotti e servizi offerti per far fronte alla crisi. Tuttavia, a pochi giorni dalla fine del (primo) lockdown, solo il 35% di loro aveva avviato la definizione di piani di rilancio strutturati. In altre parole, anche se le PMI sono coscienti del gap, poche hanno le risorse per risolverlo, come illustrato da uno dei risultati dello studio sopracitato, raffigurato nel grafico.

Come spiegato da Giorgia Sali (direttrice dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI) su questo blog, gli investimenti del PNRR per abilitare la digitalizzazione delle PMI sono positivi ma non sufficienti, poiché sono concentrati nel settore manufatturiero e complessi dal punto di vista normativo, cosa che li rende spesso inaccessibili alla maggior parte degli imprenditori. Le sue preoccupazioni si uniscono a quelle di Paola Generali (Presidente di Assintel e di EDI, il Digital Innovation Hub di Confcommercio), che lamenta la logica di subappalto a cui si dovranno sottoporre i piccoli provider tecnologici se vogliono partecipare ai progetti del PNRR. Questi ultimi, dice Generali, sono pensati solo per le big tech. Erodendo i profitti attraverso catene di appalti, questo rischia di offrire un vantaggio comparativo alle big tech. In termini più astratti, questa è anche la preoccupazione espressa dal professor Iain Begg (London School of Economics). Il prof. Begg esprime la generale riserva che il settore pubblico non sia in grado di scegliere gli attori privati a cui affidare i progetti. Implicitamente, questo potrebbe tradursi in uno svantaggio strutturale per le PMI. Diversi esponenti hanno espresso preoccupazioni riguardo l’accesso al PNRR per le PMI, a maggior ragione nel caso italiano.

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3. Domanda e offerta: reskilling di chi?

Dopo aver guardato alla “domanda” delle aziende, ci si impone di guardare anche all’”offerta” nell’equazione delle competenze. Il PNRR contiene alcuni provvedimenti volti a integrare all’interno dei curricola di tutti i cicli scolastici, attività, metodologie e contenuti volti allo sviluppo delle competenze STEM, digitali e di innovazione. I toni generali di questa proposta non devono trarre in inganno: è tanto importante quanto i precedenti provvedimenti. Investire nel sistema scolastico è fondamentale per rendere i lavoratori del futuro capaci di trovare un impiego, e, possibilmente, anche di trovarne uno redditizio. A questo proposito, gli analisti del European Policy Centre lamentano che il Recovery Fund non tenga sufficientemente in considerazione i giovani. In particolare, dichiarano che il linguaggio del Recovery sia troppo vago e non enfatizzi abbastanza in bisogni dei giovani, proprio per esempio nel campo del reskilling. Gli interventi nel sistema scolastico potrebbero essere più ambiziosi nell’integrare i percorsi accademici con le realtà aziendali, per esempio riformando l’alternanza.

Il PNRR rappresenta un’opportunità incredibile per un paese che è stato messo in ginocchio dalla pandemia del Coronavirus. Tuttavia, solo se la sua attuazione sarà inclusiva di realtà come le PMI e di gruppi come i giovani, potrà il PNRR fare la differenza.