Neet, un giovane su 4 non studia e non lavora: ecco da dove ripartire

scritto da il 06 Ottobre 2022

Post di Francesco Baroni, Country Manager di Gi Group Holding –

L’Italia ha raggiunto il record: è il Paese in cui ci sono più NEET rispetto a tutti gli altri Stati dell’Unione Europea. I ragazzi e le ragazze che non studiano e non lavorano nel nostro Paese hanno infatti superato i 3 milioni. Parliamo del 25,1% (vs il 10% della Germania e il 7% dei Paesi Bassi) dei giovani italiani, con rapporto 1 a 4. Il tasso di disoccupazione giovanile, secondo Istat, è al 23,1%.

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A poche settimane dall’inizio di un nuovo anno scolastico, in un Paese che ha appena affrontato elezioni anticipate e che negli ultimi anni a causa della pandemia ha richiesto molto ai giovani, credo sia doveroso tenere a mente questi dati. Ma vi è anche un altro dato che mi preme riportare qui: risulta difficile da reperire il 40% delle figure professionali richieste dalle aziende. Il mercato del lavoro è in costante mutamento – un mutamento oggi fortemente influenzato dalle transizioni digitale ed ecologica – e ciò avviene a una velocità che l’aggiornamento dei programmi scolastici non può permettersi. Il dialogo tra scuola e tessuto produttivo si fa quindi essenziale per una istruzione e una formazione in linea con le esigenze del mercato. Gli strumenti in Italia ci sono, ma la loro diffusione e valorizzazione è molto limitata.

Mi riferisco all’Apprendistato di I livello, agli IFTS e agli ITS. Prendiamo questi ultimi – recentemente oggetto di una riforma che credo vada nella giusta direzione -, secondo Indire, l’80% dei diplomati ITS ha trovato lavoro a un anno dal diploma, di questi il 92% in un’area coerente con il percorso concluso. Tuttavia, i numeri del nostro Paese non sono neanche paragonabili con quelli di Paesi come Francia e Germania, principali competitor produttivi: 21mila gli iscritti italiani contro gli oltre 700mila tedeschi e i circa 500mila francesi.

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La competitività dell’Italia e dell’impresa italiana passa anche da qui, o meglio parte proprio da qui: dall’istruzione e dalla formazione dei giovani. E mi permetto di aggiungere dall’orientamento degli studenti, delle loro famiglie e dei docenti. La scarsa diffusione degli ITS, così come degli IFTS e dell’Apprendistato di I livello, e più in generale i fenomeni come lo skill mismatch, i Neet e la disoccupazione giovanile si prevengono nella fase della scelta post-diploma, una fase della vita di un futuro lavoratore ancora troppo poco considerata. Valorizzare tutte le strade a disposizione permettere ai giovani di conoscere il mondo del lavoro anche durante gli studi, orientarli in base alle attitudini e talenti ma anche in base alle richieste del mercato – grazie anche al supporto di esperti in materia – diventano attività cruciali di prevenzione. A chiederlo sono proprio i più giovani, troppo spesso ignorati: in uno studio condotto quest’anno, un maturando su due ha dichiarato di temere proprio di diventare NEET e circa il 33% non ha ancora un progetto chiaro per il futuro.

Concludo questa riflessione riportando al centro il tema della flessibilità che è caratteristica fondamentale in questo mercato del lavoro, nonostante alcune leggi recentemente lo abbiano irrigidito. Una flessibilità che non è solo una soft skill tipicamente richiesta dai recruiter, ma che è un approccio virtuoso e vincente in percorsi di carriera che non sono più lineari e standard. Lo è anche in ingresso in questo mondo, dove considerare i trend di crescita dei settori, l’evoluzione dei profili e della domanda insieme al coraggio di provare può aprire opportunità stimolanti e inaspettate. Perché dal lavoro passa la realizzazione della persona e del suo progetto di vita e la sostenibilità quindi del sistema Paese.