Tempo, economia, libertà: quanto è dato sapere del nostro futuro?

scritto da il 20 Maggio 2024
La lettura problematica del fattore tempo è una delle ragioni che maggiormente limitano il potenziale di progresso e libertà nella società contemporanea. E invece il tempo agisce e plasma la politica, l’economia e, più in generale, la nostra vita. Non si tratta solo di risolvere questioni legate a nostalgie o paure. Piuttosto il nodo è comprendere come una percezione più corretta del tempo possa essere decisiva per prendere decisioni strategiche ottimali. E benefiche.
È una riflessione profonda e interdisciplinare quella che propongono Roberto Menotti, senior advisor presso l’Aspen Institute Italia (e vice direttore di Aspenia ma anche membro del Board scientifico NATO Defense College Foundation) e Maurizio Sgroi, studioso della storia della globalizzazione, autore del saggio Storia della Ricchezza, curatore del blog The Walking Debt e contributor di Econopoly.
Attraverso un viaggio che spazia dalla filosofia alla biologia, gli autori offrono un’analisi lucida su come la nostra percezione e gestione del tempo determini il nostro futuro collettivo. E infatti il culmine del libro è un appello a riscoprire il “ritmo della libertà”, un modo di vivere che rispetta e valorizza il tempo come risorsa essenziale. Solo così, sostengono Menotti e Sgroi, possiamo sperare di costruire un futuro in cui progresso e benessere siano accessibili a tutti. In definitiva, solo affrontando il tempo come dimensione centrale dell’esistenza possiamo sperare di attraversare le complessità del ventunesimo secolo. Un’uso più consapevole della tecnologia potrebbe essere un ulteriore fattore a nostro vantaggio.
Il libro propone dei passaggi estremamente attuali, che riflettono l’inquietudine dei nostri giorni, segnati da due guerre e inedite tensioni tra le maggiori potenze economiche e militari. In un capitolo, in particolare, gli autori trattano un tema centrale e complesso: il contrasto tra le tendenze distruttive e perfino autodistruttive (ricorda qualcuno o qualcosa?) e la ricerca del progresso nelle decisioni strategiche. La teoria dei giochi è di aiuto nell’analisi e comprensione di come le interazioni strategiche tra le parti possono portare a risultati ottimali nonostante premesse negative o conflittuali. Al contrario, le scelte che offrono benefici immediati possono portare a conseguenze negative nel lungo termine. In questo senso, il futuro agisce come un’ombra, influenzando sempre le decisioni presenti.
Il testo che segue è un capitolo nel quale il tempo viene analizzato attraverso la lente della causalità in economia. Sebbene il futuro non sia del tutto determinabile, una comprensione approfondita delle dinamiche temporali può migliorare la precisione delle previsioni. La “curva del tempo”, insomma, aiuta fare comprendere più chiaramente in che modo le azioni di oggi possano mettere le premesse per i risultati di domani.
tempo

Il Ritmo della Libertà
di Roberto Menotti e Maurizio Sgroi
ed. Rubbettino
17,10 euro (cartaceo)
11,39 euro (ebook)

 

La curva del tempo: causa-effetto, idea e azione

Economia e tempo

L’economia è il modo col quale  il pensiero umano ha imparato a calcolare i suoi bisogni materiali al preciso scopo di soddisfarli.

È una tecnica attraverso la quale si tenta, con successi alterni, di mettere a frutto il tempo, che dell’economia è il lievito. Senza tempo vivremmo in uno spazio economico dato una volta per sempre: stagnante e stazionario. Vorrebbe dire essere morti.

Quando discorriamo di economia, perciò, dobbiamo ricordare che il tempo porta con sé due ordini di problemi. Il primo ha a che fare con i processi economici che si svolgono nel tempo, quindi il tempo è innanzitutto un ingrediente. Il secondo ha a che fare con la circostanza che il tempo incorpora il passato, il presente e soprattutto il futuro, quindi ci proietta verso l’ignoto.

Quando facciamo economia usiamo un ingrediente capace di far lievitare le risorse scommettendo su un risultato per sua natura incerto. L’economia, perciò, è un esercizio rischioso. Nessuna matematica, nessun calcolo, riusciranno mai a eliminare questo rischio.

La curva del tempo economico è l’esito di un lungo peregrinare iniziato con la conquista della posizione eretta. L’Homo, assumendola, comprese la profondità dello spazio e quindi imparò il tempo. Tempo e spazio sono gemelli diversi, dice la fisica. Vale anche per l’economia. Il tempo implica uno spazio dove si compie l’azione. Prima e dopo significa pianificare. La pianificazione genera uno spazio temporale popolato con azioni e progetti di azioni.

I nostri progenitori, ovviamente, non vedevano tutto questo, ma ormai erano divenuti economici. Già a partire dal passaggio fra Paleolitico e Neolitico sorsero culture che svilupparono vasellame e sepolture1. Strumenti squisitamente sociali, che raccontano evidentemente del tempo.

La prima terracotta fu il momento in cui l’Homo capì che poteva conservare il cibo. Toglierlo dal consumo presente, spazio esistenziale della scimmia nuda, e collocarlo in un futuro: la nuova casa della scimmia vestita di tempo. L’atto del conservare il cibo è squisitamente economico – cos’altro significa fare economia? – esattamente come quello di produrlo, altro esito che segnò la svolta della costituzione spirituale dell’Homo. Entrambi presuppongono il tempo.

Non diversamente il feretro di un antenato. All’inizio condivideva le rudimentali abitazioni dei primi proto-villaggi a garanzia della continuità della stirpe.

L’antenato, che era il passato, diveniva oggetto di culto nel presente per dare un futuro di prosperità ai congiunti in vita. Era la base della religione privata delle prime comunità. Quando si arrivò alla sepoltura fuori dai villaggi, un altro grande passo era stato compiuto lungo la via della civiltà. La protezione della stirpe veniva assicurata dal rito, che accompagna l’inumazione, e dalla divinità. Il corpo, consegnato alla terra si allontanava dai viventi che in cambio ricevevano uno spirito, che il folclore tramuterà in fantasma: nient’altro che il passato contenuto nel presente. Il morto, si imparò a credere, avrà un futuro. Diventerà una divinità, e noi, qui ed ora, troveremo in lui conforto e protezione, ricordandolo. Futuro e passato, come sempre fusi in maniera indistinguibile nel presente. L’Homo ormai era già Sapiens. E quindi Oeconomicus. Conservando il cibo e seppellendo i morti il bipede che prima viveva senza tempo divenne esso stesso tempo e quindi completò la sua formazione di uomo. Un animale sociale. Perciò economico e politico.

Molti millenni dopo, la fine del mondo antico consegnò l’Europa ormai cristiana a una realtà dove l’incertezza del futuro fu scambiata con la promessa di un’apocalisse, che trovava il suo fondamento nella rivelazione. Il futuro divenne certo. Un sogno meraviglioso. Il presente era pura preparazione per la Parusia (letteralmente, “presenza”). Il tempo degli uomini fu completamente sommerso dal Tempo di Dio.

Nulla di strano che in questo tempo, che chiamiamo Medioevo, abbia trionfato un’economia a forte vocazione naturale. La moneta, l’espressione economica meglio riuscita dell’incertezza del futuro, quasi scomparsa nelle terre europee. Per secoli nessuno pensò di produrre di più.

Poi dopo l’anno Mille il tempo dei chierici iniziò a sbiadirsi. La nebbia religiosa si levò a mano a mano che l’uomo ritrovava il suo sguardo puntandolo verso l’orizzonte, che mai come allora gli parve ricco di promesse. La contemplazione secolare di Dio gli aveva restituito una vista capace di penetrare il tempo, e quindi lo spazio, come mai prima nella storia. Il futuro non prometteva più la ricchezza nel regno dei cieli, ma in quello della terra. Il tempo dei chierici divenne quello dei mercanti.

Il mercante, in questo addestrato da molta riflessione scolastica, imparò che il tempo era un lievito per la ricchezza. Sprecarlo era peccato. Il fannullone, un peccatore. E il futuro? L’idea della Divina provvidenza regalò a lungo l’illusione che i meritevoli di salvezza sarebbero stati premiati in terra dalla ricchezza, sottile metafora di una cultura già protestante.

Una volta morto Dio, il futuro rimase quello che è ed è sempre stato: un gigantesco punto interrogativo. Fu allora che l’economia divenne una disciplina. Una cura omeopatica contro l’incertezza, praticata diluendo la paura con lunghe pagine di calcoli, scritti apposta per rassicurare gli inquieti. Siamo condannati a vivere di vaticini, come gli antichi mesopotamici. Né più né meno: solo più sofisticati.

Pre-vedere il futuro?

La necessità di questa sofisticazione era implicita nella premessa/promessa razionalista che animò l’età moderna e condusse al secolo dei lumi. L’età della ragione generò visioni seducenti come quella di Laplace, per il quale il calcolo del futuro, perché di questo tratta la probabilità, divenne epitome della filosofia del tempo. Laplace credeva che la nostra ragione, proprio in quanto ragione divina, fosse in grado di conoscere ogni cosa, non solo qui ed ora, ma anche ieri e domani. Se fossimo in grado di avere le informazioni complete di ogni punto e forza nello spazio e nel tempo, diceva sostanzialmente, non ci sarebbe nessun futuro da scoprire. Per conoscere basterebbe un gigantesco abaco governato dalle leggi di ragione. La vita non sarebbe un fiume, ma un gigantesco calcolatore.

La visione di Laplace fonde insieme passato, presente e futuro come certe teorie fisiche a noi contemporanee, frutto dello stesso spirito religioso che connota ogni metafisica e del quale fatichiamo enormemente a liberarci perché implicherebbe la scelta decisa verso l’incertezza. Dovremmo invece ammettere che non possiamo pre-vedere il futuro per il semplice fatto che non c’è niente da vedere oltre a quello che vediamo mentre guardiamo. Questa consapevolezza è assai più paurosa di quella del riconoscimento della nostra ignoranza.

L’inevitabilità dell’incertezza fu, per gli economisti, la scoperta più sorprendente seguita alla grande deflagrazione del primo conflitto globale. Fino ad allora si credeva, con l’ingenuità della religione del progresso, che l’assoluto newtoniano che regolava il mondo fisico fosse replicato in quello laplaciano dell’universo degli eventi. La sua derivata socioeconomica era l’utopia matematica dell’equilibrio generale di Walras. Il migliore dei mondi possibili.

Poi vennero la guerra e la carneficina. La mano invisibile era un’assassina seriale. Il suo figlio prediletto, il gold standard, collassò. Sotto la protezione della flotta britannica assicurava da decenni l’ordinato svolgersi degli scambi internazionali e un livello generale dei prezzi stabile. Non si riuscì a rianimarlo. Gli economisti scoprirono la potenza del caos, anagramma del caso.

Questa consapevolezza maturò nei primi anni Venti. Nel 1921 Frank Knight pubblicò un testo rimasto celebre, Risk, uncertainty and profit, dove per la prima volta veniva spiegata la differenza sostanziale fra rischio e incertezza. Il primo come esito di un calcolo di probabilità note, definite all’interno di un universo di eventi possibili, la seconda come conseguenza dell’ignorare queste probabilità. John Maynard Keynes dava alle stampe il suo Treatise in probability, dove si compendiavano un paio di secoli di studi sul calcolo delle probabilità e si delineava anche un abbozzo di teoria.

Questi lavori sbocciarono in un contesto di fervida creatività che nel nostro paese alimentava la fertile corrente del pragmatismo di Papini, Prezzolini, Vailati e Calderoni e che fiorì nelle opere di Bruno De Finetti, raffinato interprete di una tradizione che risaliva fino a Hume, che praticamente inventò la concezione soggettivistica della probabilità. Più tardi, ormai a metà dei Cinquanta, questa visione verrà consacrata da Leonard Savage nei suoi Foundations of Statistics, che diventerà la base concettuale della teoria economica delle aspettative razionali. Base friabile – era basata sulla filosofia soggettivistica delle probabilità – ma proprio per questo più “umana”.

Gli anni Cinquanta segnarono anche il tramonto di una promettente teoria sulla probabilità, quella di G.L.S Shackle, economista inglese ispirato da Keynes e Myrdal, che illuminò come una cometa il mondo scientifico con l’intuizione che l’universo dei possibili, ossia l’insieme degli eventi ai quali si può associare una probabilità matematica, sia campo d’indagine privilegiato dell’immaginazione prima ancora che del calcolo, e questo per la semplice ragione che la nostra mente è capace di aggiornarlo. Di generare nuove possibilità alle quali assegnare gradi di probabilità. Pur essendo un matematico, Shackle capì che la matematica era uno strumento incompleto. La base di ogni calcolo di probabilità era intrinsecamente incerta. Dio non gioca a dadi, pare abbia detto Einstein. E a quanto pare neanche noi. La realtà ha sicuramente più di sei facce.

Ma erano gli anni Cinquanta e il mondo aveva bisogno di certezze: era l’epoca del boom. La moda della pianificazione catturò le migliori intelligenze, stipendiate dai governi con la parola d’ordine che una previsione, per quanto sbagliata, è sempre meglio di niente. E arriviamo a oggi. Shackle fu dimenticato. Non perché avesse torto. Ma perché non era funzionale. E questo, in una società come la nostra, è anche peggio.

Ricordare brevemente l’epopea di Shackle ci porta al punto centrale del nostro discorso. La nostra società non ha bisogno di conoscere il futuro ma ha bisogno di strumenti per gestirne l’ignoranza. Di fronte a questa necessità si possono adottare due tipi di atteggiamenti. Quello, intrinsecamente religioso, di chi si affida a una procedura codificata. E quello, intrinsecamente a-religioso, di chi ne cerca una. La nostra società, in ragione della sua complessità, si affida in maniera crescente al primo atteggiamento, che si declina non solo col crescente grado di burocratizzazione dei processi, ma soprattutto con l’elaborazione costante di scenari che finiscono con l’attualizzare un futuro probabile. Distorcono la curva del tempo.

Per temperare questa tendenza, bisogna investire massicciamente nel secondo atteggiamento. Innanzitutto promuovendolo. Un compito molto complicato. Non c’è peggior nemico, per chi tema l’incertezza, di chi non solo suggerisca di coltivarla, ma per giunta non offra istruzioni, che non possano essere cucinate da una qualche macchina, per superarla.

E tuttavia è proprio quello che ci serve, se vogliamo conservare la nostra libertà.

Causa ed effetto, ossia idea e azione

Teniamo in mente due distinzioni che illustrano altrettanti pregiudizi della nostra mente, che abbiamo traslato nei computer. Quella fra causa-effetto, e quella fra idea-azione.

Adesso pensate che il trattino fra le due coppie di parole sia il tempo. La causa infatti precede nella linea del tempo l’effetto, così come l’idea di fare qualcosa precede il momento in cui si fa. Più questo tempo si accorcia più le due parole si avvicinano. Per un tempo che tende a zero, la causa e l’effetto diventano indistinguibili, così come l’idea dall’azione. Questo tempo zero è il luogo naturale della nostra esistenza. Lo percorriamo continuamente lasciandoci il passato alle spalle e rivolgendoci verso il futuro. Un luogo intrinsecamente incerto.

Tutte le rappresentazioni che separano causa ed effetto, o idea e azione, sono come il trattino fra le due parole: simboliche, quindi fuori dal tempo. Metafisiche. Semplici illustrazioni. Sono come la mappa che descrive una strada. Ma per conoscere la strada bisogna camminare. Non è difficile.

Basta muovere il primo passo.