Clima: stiamo fallendo, grazie agli esperti di clima. Perché?

scritto da il 12 Gennaio 2020

L’autore è Enrico Mariutti, ricercatore e analista in ambito economico ed energetico. Founder della piattaforma di microconsulenza Getconsulting e vice presidente dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) –

Negli ultimi due anni gli sforzi dei governi in campo ambientale si sono moltiplicati. La Germania ha annunciato un piano di investimenti pubblici da più di 50 miliardi di euro, la Francia ha inaugurato un costoso e ambizioso piano di decarbonizzazione nonostante le crescenti tensioni sociali, la Cina nel solo 2018 ha installato più di 44 GW di potenza fotovoltaica (per dare un’idea, più del doppio della capacità fotovoltaica installata in Italia), la neoeletta Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha proposto una road map per azzerare le emissioni europee entro il 2050.

Nell’ultimo mese, però, l’opinione pubblica ha dovuto fare i conti con la realtà: le emissioni globali di anidride carbonica continuano inesorabilmente ad aumentare e i governi sono lontani dal raggiungere un accordo per ridurle.

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Che altro potremmo fare?

Semplice: bisogna togliere immediatamente dalle mani degli esperti di clima la gestione del cambiamento climatico.

Chi definisce l’evoluzione del cambiamento climatico? Gli esperti di clima. Chi si occupa della gestione del rischio climatico? Gli esperti di clima. Chi formula le strategie di contrasto? Gli esperti di clima. Chi fa l’analisi costi-benefici? Gli esperti di clima. Chi individua le strategie di comunicazione più efficaci? Gli esperti di clima. Chi stabilisce le linee guida per il decisore? Gli esperti di clima.

Ma sono esperti di clima o tuttologi?

Pensateci un attimo: oramai è normale, anzi sembra un esempio edificante, vedere in televisione un paleobiologo, un fisico dell’atmosfera o un meteorologo che ci parlano di rischio climatico, di strategie di mitigazione o di economia verde.

Ma cosa ne sa di economia un ricercatore che studia il DNA dei fossili? Che esperienza ha nel campo della gestione del rischio un professore di fisica dell’atmosfera? Quali competenze in decision making può vantare un meteorologo?

L’errore non è certo dare spazio alle opinioni di illustri scienziati (ci mancherebbe!) ma attribuirgli autorevolezza in argomenti in cui non la hanno. Un biologo è autorevole quando parla di biologia, non quando illustra modelli economici. Un fisico è autorevole quando discute di fisica, non quando si improvvisa esperto di risk management. Un meteorologo è autorevole quando parla di fenomeni metereologici, non quando si cimenta in pianificazione strategica.
Poi, ovviamente, più del pezzo di carta conta la professionalizzazione: non mancano autorevolissimi economisti, esperti di rischio e di decision making con curricula eterogenei ma si tratta di eccezioni.

Il punto è che la Scienza si divide in infinite discipline e, tranne rari casi, ogni scienziato è esperto solo di una.

Oggi ci troviamo di fronte a un paradosso: è come se, trovandosi a fronteggiare un’improvvisa pandemia come quella di Ebola nel 2014, la comunità internazionale avesse messo in mano gli strumenti di coordinamento dell’emergenza, l’organizzazione, la pianificazione, la logistica, la sicurezza e tutti i tavoli tecnici a dei medici: “beh, chi meglio di un medico può fronteggiare un’emergenza medica?”.

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Contrasto al cambiamento climatico: organigramma ideale

Dietro a questo evidente cortocircuito non c’è nessun complotto demo-pluto-massonico. Semplicemente, per decenni a occuparsi di cambiamento climatico c’erano solo ambientalisti e climatologi. E gli altri, tendenzialmente, li prendevano per simpatici fricchettoni. Perciò adesso, chiunque si faccia avanti per contestare l’ortodossia degli esperti di clima, si sente – giustamente – rispondere: tu fino a ieri, dov’eri?

La dinamica, però, è estremamente pericolosa.

Un esempio, che dimostra a che tipo di rischio ci sta esponendo questa contraddizione: nel dibattito pubblico “inquinamento” e “riscaldamento globale” sono sinonimi. In realtà non è così. Il riscaldamento globale è innescato dai gas a effetto serra, in particolare l’anidride carbonica, che intrappolano il calore sulla superficie terreste, impedendo che si disperda nello spazio. L’anidride carbonica, però, non ha alcun effetto diretto sulla salute umana.

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L’inquinamento, invece, è causato da sostanze, in gran parte polveri sottili e ossidi di azoto, che nuocciono direttamente alla salute umana. L’equivoco nasce dal fatto che i processi di combustione sono la principale fonte di emissione sia di sostanze a effetto serra sia di sostanze inquinanti.

Da decenni, però, sappiamo che le particelle inquinanti più comuni, le celeberrime polveri sottili, raffreddano il clima, contribuendo insieme al vapore acqueo e alle sostanze biochimiche emesse dalle piante a formare uno schermo nella bassa atmosfera che riflette parte dei raggi del Sole diretti sulla Terra. Negli anni ’60 e ’70 i timori relativi a questo fenomeno erano così diffusi che la comunità scientifica temeva una nuova glaciazione, indotta proprio dall’inquinamento umano.

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Recentemente, uno studio autorevolissimo ha stimato l’effetto raffreddante dell’inquinamento: tra 0,5 e 1,1 gradi.

Che vuol dire? Teniamo bene a mente che adesso siamo a +0,8° rispetto alla media “ottimale”. Vuol dire che anche se riuscissimo magicamente ad azzerare le emissioni di anidride carbonica entro il 2020, ci potremmo ritrovare con una temperatura ben oltre la soglia che è bene non superare (+1,5°) e a un passo della soglia da non superare assolutamente, pena scenari potenzialmente apocalittici (+2°).

La risposta degli esperti di clima è stata molto eloquente. Su Nature, l’anno successivo, è uscito uno studio che dimostra l’ovvio: è vero che una riduzione dell’inquinamento produrrebbe un aumento della temperatura ma non fare nulla causerebbe un aumento della temperatura ancora più significativo.

L’idea che si debba fare qualcosa, ma magari qualcosa di diverso da quello che dicono loro, non li ha neanche sfiorati.

Vale la pena ripeterlo perché, complice un martellamento mediatico imbarazzante, è un’idea che filtra difficilmente: abbiamo tante opzioni per combattere il cambiamento climatico, non siamo necessariamente costretti a nutrirci di insetti e fare la doccia a turni, aspettando che i pannelli termici riscaldino l’acqua.

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Un altro esempio: esistono tecnologie che permettono di catturare direttamente l’anidride carbonica dall’atmosfera. Non si tratta di tecnologia avanzata, per quanto filtrare l’aria possa sembrare fantascienza: chimica e ingegneria di base.

Parlatene con un qualsiasi esperto di clima e quasi certamente vi dirà: “sì, certo, hai idea di quanto costa?”.

Vediamo. Un’azienda americana, fondata da un professore dell’Università di Harvard, ha presentato uno studio in cui illustra i costi di un prototipo che cattura circa 1000 tonnellate di anidride carbonica l’anno. L’azienda ha dimostrato di riuscire a catturare l’anidride carbonica a un costo di 96 dollari la tonnellata. Precisiamo: nel settore sono attive decine di aziende, questa è quella con i costi di produzione più bassi. L’anno scorso l’Accademia delle Scienze USA (NASEM) ha revisionato il processo e, pur trovando alcune piccole incongruenze, ha concluso che con le tecnologie attualmente disponibili (2018) è scientificamente dimostrato che si può ricatturare l’anidride carbonica dall’atmosfera a un costo di 90 dollari per tonnellata.

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L’impianto pilota di cattura diretta dell’anidride carbonica (Carbon Engineering)

Mediamente una tonnellata di anidride carbonica ha un valore di mercato di 25/30 dollari (valore effettivo + carbon tax), questo vuol dire che, senza incentivi pubblici diretti, catturare l’anidride carbonica ha un costo reale (costi – ricavi) di 60/65 dollari la tonnellata.

Va sottolineato che i costi sono calcolati su un prototipo minuscolo, come se stimassimo il costo dell’elettricità per una città ipotizzando che venga alimentata da qualche milione di motori da 70 cavalli invece che da una centrale elettrica grande come un quartiere.
Comunque, l’umanità emette circa 40 miliardi di tonnellate di anidride carbonica l’anno, i conti sono presto fatti: per emettere zero risucchiando con decine di migliaia di impianti come questo tutta l’anidride carbonica prodotta servirebbero 2.400/2.600 miliardi di dollari l’anno.

1. Sembrano cifre assurde ma teniamo a mente che la strategia proposta dagli esperti di clima, quella dei pannelli solari, delle auto elettriche e della dieta a basso contenuto di proteine animali, costa 2.400/6.400 miliardi di dollari l’anno (fonte: IPCC).

2. I costi della manodopera e delle infrastrutture sono calcolati sugli standard USA mentre nulla vieta che gli impianti di cattura vengano costruiti in India o in Africa. Non è incluso il gettito fiscale. È previsto un costo del finanziamento alle condizioni di mercato (10%). Molto più realisticamente ce la potremmo cavare con meno della metà, probabilmente con molto meno (500/1.000 miliardi l’anno).

3. Non si tratta di sostituire qualcosa che già abbiamo – le centrali elettriche, le auto, gli impianti di riscaldamento o i fornelli a gas – ma di creare un nuovo settore industriale: quindi imponenti investimenti in nuovi posti di lavoro, nuove opportunità imprenditoriali, innovazione, sviluppo e benessere.

Perfetto, accantoniamo la transizione energetica e investiamo tutto sulla cattura diretta?

Neanche per sogno.

Sostituire una centrale a carbone di 70 anni fa con un sistema di micro-reti basato su impianti fotovoltaici e impianti termodinamici è una cosa. Rimpiazzare una centrale a gas di ultima generazione nel cuore delle colline toscane con parchi eolici e impianti fotovoltaici è un’altra cosa.

Si tratta di trasformare un totalitarismo – l’ecocentrismo – in una strategia integrata per mettere in sicurezza il pianeta.

E per centrare questo obbiettivo dobbiamo mettere a sistema tutti gli strumenti che abbiamo.
L’ecosistema terrestre, oceani esclusi, emette 440 miliardi di tonnellate di anidride carbonica l’anno, undici volte le emissioni umane (ma ne cattura 450, quindi il saldo è positivo). Un’accurata analisi costi/benefici potrebbe dimostrare che è più semplice ridurre le emissioni naturali o aumentare la capacità di cattura dell’ecosistema piuttosto che azzerare totalmente le emissioni umane.

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Il ciclo dell’anidride carbonica
In rosso i flussi in uscita (quanta anidride carbonica emettono gli oceani, le attività umane e l’ecosistema terrestre), in verde i flussi in entrata (quanta anidride carbonica catturano dall’atmosfera gli oceani e le foreste).
 Gt: miliardi di tonnellate

Sappiamo che l’inquinamento scherma la Terra dalla radiazione solare, allora perché non cercare di replicare artificialmente “l’effetto scudo” con sostanze innocue per la nostra salute? Recenti stime quantificano i costi di questa opzione in qualche miliardo di dollari l’anno: un migliaio di volte in meno di quello che preventiviamo di spendere adesso.

Abbiamo la tecnologia per trasformare in pochi decenni le nostre città in grandi polmoni artificiali, capaci di depurare l’aria e mitigare le condizioni atmosferiche più estreme. Solo per fare un esempio: pochi sanno che esistono materiali da costruzione (cementi, calcestruzzi, asfalti, intonaci) che catturano l’anidride carbonica o le polveri sottili. E sono già in sperimentazione, anche nelle nostre città, benché non ne parli nessuno.

Un recente studio, uscito su Science, ha dimostrato che piantando 1000 miliardi di alberi guadagneremmo quantomeno 50/60 anni. Il costo di questa soluzione è molto contenuto, “appena” 300 miliardi di dollari in tutto, e i benefici indiretti (sociali, sanitari, economici) sono notevoli.

Tuttavia, per il momento solo il premier etiope e fresco Premio Nobel per la Pace, Abiy Ahmed Ali, ha annunciato un vasto piano di rimboschimento (4 miliardi di alberi in un solo anno), gli altri preferiscono continuare a illudersi che tra 30 anni l’India sarà un Paese a emissioni zero e l’americano medio non mangerà più carne.

È evidente che queste cose andrebbero spiegate bene all’opinione pubblica.

La decisione di escludere a priori tutte queste opzioni non ha nulla che fare con la Scienza, è una scelta politica. Scelta politica presa da qualche migliaio di fisici, oceanologi, ingegneri ambientali, biologi e meteorologi a nome di tutta l’umanità.

Come stupirsi che la lotta al cambiamento climatico non sta funzionando?

Twitter @enricomariutti


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