Salvare il posto è la scelta migliore per il lavoratore e per l’impresa?

scritto da il 09 Novembre 2020

Impedire che i lavoratori possano essere licenziati durante una crisi economica e sociale come quella che stiamo attraversando può apparire una scelta ragionevole: quali impieghi alternativi potrebbero mai trovare i malcapitati che dovessero venire colpiti da una tale disgrazia? Mentre le frontiere si chiudono e le economie si congelano, che prospettive possono esserci per chi dovesse disgraziatamente rimanere senza lavoro?

Questa osservazione di senso comune sembra essere alla base delle scelte poltiche effettuate non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei e in particolare in Gran Bretegna, scelta oggetto di critiche in un numero recente de l’Economist.

Cercando di ragionare con lucidità e senza pregiudizi ideologici la questione appare in realtà più complessa e le decisioni da prendere meno ovvie.

Le prime criticità da valutare sono:

  • per quanto tempo possiamo congelare la situazione?
  • cosa succede quanto il divieto di licenziamento decade (perché prima o poi è logico che succeda)?
  • salvare il “posto di lavoro” è la scelta migliore per il lavoratore e per l’impresa?

Posto che la sospensione dei licenziamenti può essere una misura solo temporanea, un punto di partenza per ragionare sulla questione è distinguere misure emergenziali di breve e brevissimo termine e risposte strutturali.

Nella fase più acuta della crisi la scelta della risposta dipende dalla cultura del paese e dall’atteggiamento più o meno propenso a forme di mobilità e flessibilità: negli Stati Uniti ad esempio, si è preferito tutelare i lavoratori rispetto ai posti di lavoro garantendo dei sussidi tanto generosi da risultare, per sette americani disoccupati su dieci, più elevati rispetto ai salari percepiti in precedenza. Nella lettura del fenomeno data dall’Economist questo ha contribuito a infondere un senso di sicurezza nelle persone che hanno perduto il lavoro inducendole a sperimentare forme di impiego autonomo, dando luogo ad una forte crescita di micro-imprese non appena le misure di lockdown sono state allentate.

In Europa si è fatta una scelta diversa, sussidiando in larga misura i salari in modo da indurre le imprese a non ridurre il numero di occupati e in qualche caso, come in Italia,  vietando espressamente il licenziamento. Questo riflette in una certa misura un tessuto economico e sociale meno dinamico e meno propenso al cambiamento ed ha l’effetto di rinviare nel tempo gli aggiustamenti strutturali resi necessari dalla crisi economica.

Quindi la risposta più  immediata all’emergenza può legittimamente declinarsi secondo le preferenze e sensibilità dei diversi paesi. Il nodo più importante da sciogliere riguarda quello che avviene in seguito:

  • alcune imprese e alcune mansioni lavorative non avranno più ragione di esistere a causa delle modifiche strutturali delle nostre abitudini e del tessuto sociale già in corso prima della pandemia e da quest’ultima accelerate (lavoro e studio a distanza, utilizzo di canali digitali da parte di cittadini e consumatori e crescita del commercio elettronico, automazione dei processi amministrativi)
  • un elevato numero di lavoratori dovrà riconvertirsi per svolgere attività diverse da quelle che assolveva in precedenza così come molte imprese dovranno modificare l’oggetto della propria attività

Le misure di tutela dei posti di lavoro e di sostegno alla sopravvivenza delle imprese possono ostacolare in modo rilevante il necessario processo di trasformazione dell’economia e rallentare significativamente il percorso di ritorno a livelli di crescita economica precedenti all’emergenza sanitaria.

Come evidenziato da Carlo Stagnaro su Huffington Post:

Cassa integrazione, divieto di licenziamento e ingresso dello Stato nel capitale delle imprese trovano giustificazione nella medesima ipotesi: che, cioè, stiamo attraversando una crisi passeggera.

Una volta superata, tutto tornerà come prima.

Quindi, la cosa migliore da fare è mandare l’economia in letargo, sprangare le porte, rimboccarsi le coperte e attendere la fine della tempesta.

Se mai questa convinzione è apparsa ragionevole, oggi non lo è più: sia per la durata della recessione (che è a sua volta dettata dai tempi della pandemia), sia per l’evidenza che abbiamo raccolto nel frattempo.

Un modo plastico per visualizzare questo concetto è fornito nell’editoriale nel quale l’Economist critica la recente scelta del governo britannico di mantenere il furlough scheme che al momento copre l”80% del salario dei lavoratori:

Immaginate se, 20 anni fa, il governo britannico avesse fatto voto di proteggere ogni lavoro nel paese. Oggi avremmo, tra gli altri,  30.000 persone che lavorano come agenti di viaggio , 30.000 che si guadagnano da videre riparando i fax,  mentre altri 40.000  sistemerebbero merci sugli scaffali di Woolworths, una catena di negozi che è fallita nel 2009.

 

Permettere che i posti di lavoro obsoleti “appassiscano” e che ne sboccino di nuovi è uno dei principali modi in cui le economie capitalistiche si arricchiscono e diventano più produttive. I governi interferiscono con questo processo di distruzione creativa lo fanno a loro rischio e pericolo.

Le più ovvie obiezioni per il sistema italiano riguardano la possibilità di reimpiego per i lavoratori, prospettiva culturalmente molto difficile da accettare nel nostro paese al punto da indurre un noto politico, non troppo tempo fa, a bollarla come una cazzata liberista.

Eppure disponiamo di veri e prorpi “giacimenti occupazionali“, espressione tratta dall’ultimo libro di Pietro Ichino, ovvero di una quantità rilevante di posti di lavoro che le imprese italiane non riescono a coprire per mancanza di candidati con le necessarie competenze tecniche e professionali. Sul tema avevo proposto su questo blog di assegnare come massima priorità per le risorse del Recovery Fund quella di finanziare la formazione necessaria a consentire di svolgere questi lavori in modo coordinato con le imprese che avrebbero dovuto realizzare le assunzioni.

L’obiezione più frequente a questo proposito è che non si può agevolmente trasformare un operaio in un ingegnere informatico: la carenza di competenze che separa i lavoratori che verosimilmente oggi potrebbero perdere il loro impiego dai posti di lavoro attualmente scoperti è così grande da non potersi colmare non solo in tempi brevi , ma in certi casi è tale da risultare di fatto insanabile.

Si tratta molto probabilmente di una estremizzazione retorica volta a supportare il pregiudizio ideologico nei confronti del cambiamento e a nascondere il disprezzo “politicamente scorretto” nei confronti di certe attività ritenute non abbastanza dignitose: come possiamo chiedere a un direttore di banca di 50 anni, con una casa al mare e una barca da mantenere, di mettersi a fare le pulizie per un quarto dello stipendio a cui era abituato? Quale impiegato amministrativo, abituato a percepire uno stipendio a prescindere dai risultati conseguiti, potrebbe accettare di mettersi a fare consegne in bicicletta?

La realtà al solito è meno colorata di quanto le distorsioni ideologiche non vorrebbero lasciar credere. Per rimanere sui due esempi, se non è più sostenibile per una banca pagare un direttore di cui non ha più bisogno, quest’ultimo potrebbe mettere a frutto le competenze maturate negli anni offrendosi come consulente indipendente per la gestione finanziaria di imprese e i privati. L’impiegato amministrativo, lasciando perdere i processi che ormai sono stati automatizzati, potrebbe concentrarsi sull’assistenza alla clientela e la gestione dei reclami, attività che vedranno una forte crescita man mano che i canali digitali diventano più diffusi.

Più in generale, a prescindere dalle accelerazioni impresse dalla pandemia, esiste una tendenza di fondo a collegare le retribuzioni più ai risultati raggiunti che alle ore passate al terminale (che si trovi in ufficio o a casa).

Dunque cambiare lavoro, o modo di lavorare, lungi dall’essere una bestemmia esecrabile, diventerà nel tempo una necessità sempre più impellente: cercare di opporsi a questo processo ineluttabile constituisce uno sforzo vano e un inutile spreco di risorse.

Per questi motivi, la recente proroga del divieto di licenziamento può ben annoverarsi tra le buone intenzioni che, secondo il noto adagio, lastricano la strada per l’inferno.

Le risorse che al momento vengono destinate al “congelamento dello status quo” in tema di occupazione,  andrebbero opportunamente destinate a sostenere i lavoratori per consentirgli di ricercare o, in molti casi, di inventarsi e creare un’occupazione alternativa rispetto alle precedenti.

Con riferimento alle imprese, al posto dell’accanimento terapeutico indirizzato a mantenere in vita attività non più utili, andrebbe incoraggiato un processo di ordinata liquidazione delle realtà che non hanno più una ragione di esistere  e di incentivo alla trasformazione per quelle che possono seguire strade alternative.

Come avevo provato a spiegare anche  nel mio ultimo post la trasformazione del nostro sistema economico che era già imminente prima della pandemia, diventerà ancora più urgente e rapida nella delicata fase di ripartenza che ci attende nei prossimi mesi.

Per adattarsi a questo processo inesorabile e governarne in modo efficace le ricadute sul tessuto sociale la classe dirigente del nostro paese dovrebbe dimostrare una apertura al cambiamento che purtroppo al momento sembra mancare del tutto.

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